Camminare attraverso te stesso in un Paese che non è il tuo

Attraversare il Portogallo è stato come farsi attraversare da un treno ad alta velocità.
Attraversare il Portogallo non è stato romantico come aveva promesso Saramago con il suo viaggio attraverso se stessi e bla bla bla, ma avrei dovuto tenere in conto che, in effetti, il viaggio che stava facendo lui era attraverso il suo di paese. Non dico che un vago sospetto non mi fosse venuto in mente – il testo era scritto in italiano -, ma io ero così convinta che sarebbe andato tutto bene… che sono riuscita a fare andare tutto simpaticamente male.

Quel treno era il tormento di ogni giorno, ha tenuto la mia emotività nella zona pericolo, quella rossa, quella che lampeggia, quella con la sirena a vele spiegate. Quella che ti affatica già alle 6 del mattino, quando salti giù dal letto, per il trapano del vicino che si vendica delle risate alle 19 della sera prima, fatte con la tua compagna di stanza, e nemmeno troppo rumorose. Quella stessa compagna di stanza che alle tre del mttino mi aveva chiesto di andare a ballare con lei e che aveva definito la mia tappa successiva, Aveiro – cito testualmente – canal de mierda.

Il Portogallo è un treno che mi è sbattuto sulla fronte come se si stesse prendendo gioco di me, e del mio riuscire a cadere sempre in piedi durante un viaggio.
Ha avvilito la cosa che è stato motivo di vanto con me stessa, il maggiore motore: io posso.
Il Portogallo ha affossato il mio posso.
Niente è mai stato più bello del dire a se stessi: io posso.
Io posso mangiare un pretzel mentre mi chiedo alle 2 del mattino come tornerò a casa a New York, senza sapere che una bomba era esplosa sopra la mia linea della metro.
Io posso stare un mese con un telefono che non funziona a New York,
Io posso arrivare in treno a Haworth.
Io posso
Io posso
Io posso

Un tormento questo io posso.
Io, in Portogallo, non potevo proprio niente.
Ben mi stava.

Perché se c’è un posto dove non sono riuscita, quello è il Portogallo. E garantisco che riesco a riderne di gusto e con nostalgia solo ora che è passato un po’ di tempo.

E ce n’è di roba per cui ridere e da buttar fuori che poi, questo viaggio e questo backpacking, diciamocelo, è stato straordinario. E posso dirlo ora con certezza che se mi guardo indietro mi rendo conto solo da oggi – forse da ieri – di aver risolto questioni dentro e fuori di me con cui non credevo di venire a patti. Cose che non avrei fatto più, relazioni che avrei ripreso o reciso alla meglio, calma che sarebbe rimasta anche dopo che ogni mattina, appena sveglia alzavo gli occhi al cielo e: dio, no, un altro treno no.

E per esorcizzare il tutto, ho fatto una cosa che desideravo troppo fare. Colazione in pigiama alla pasticceria fifina di Coimbra proprio all’angolo dell’ostello, con i loney toons sui pantaloni e una mucchina sorridente e paiettata sulla maglietta. Un pugno nell’occhio, un tocco da maestro, a cui nessuno ha prestato attenzione.
Non ero nessuno. Oppure ero uguale a ogni altro. Ed è stato bellissimo pensarlo.

Ma, niente. Era ancora un treno che sbatte dritto sulla fronte, più piano, a ripetizione, a loop.

Un viaggio attraverso me stessa un corno! Se io e me stessa siamo andate d’accordo per un buon annetto, e questo Portogallo che non mi asseconda e mi viene contro non mi aiuta neanche se pagato, neanche se mi muovo con docilità, neanche se cerco di farmi perdonare il fatto di non piacergli.
Combinavo guai anche da ferma, mentre leggevo un libro restando più immobile possibile sul molo di Porto.

Una me che si scontra con l’altra me stessa: nevrotica, meno accomondante, più capricciosa. Come quando arrivi a conoscere così bene qualcuno che non hai paura e sei pronto e ti prendi il lusso di mandarlo a quel paese e poi lo abbracci di nuovo.

Per me, il viaggio in Portogallo è stato questo: mandare a quel paese me stessa in quel paese. Scontarmi con i ritardi e i treni persi, le coincidenze mancate, così tante da non contarle, che le ferrovie sud est sono una pacchia rispetto a quei mezzi di trasporto arroccati, dove un asino sarebbe stato più veloce. E capire che, ehi, non era colpa mia.
Non era colpa mia.
Che ci potevo fare io se il treno non passava, se il biglietto non potevo prenderlo online e la biglietteria era chiusa? Che colpa ne avevo? Potevo cambiare quelle cose?
No. Potevo riderne un sacco e l’ho fatto, anche se meno di altre volte.
Ma questa volta era diverso.
Era un principio.
E quindi ho imparato un’altra cosa.
Non ti appesantire le spalle per una soluzione che non guadagnerai mai nell’immediato, la gudagnerai dopo…magari dopo un buon bicchiere di vino o due.

Ed è con (qualche) bicchiere di vino che ho affrontato un tratto specifico di strada. Dove prendi una coincidenza necessaria e ci metti due minuti (due minuti, non scherzo) ma se quella coincidenza volevi raggiungerla a piedi: vai bella, per due ore e mezza con quello zaino che ti arrossa le spalle appena lo guardi.
Uno zaino che non era mai stato così pesante prima, perché io, così pesante non lo ero mai stata.

E allora il Portogallo continuava a prendersi gioco di me, a volte in maniera più simpatica. Altrettanto facevo io.

Così, nonostante tutto, da un certo momento in poi, ha anche sempre trovato qualcuno che mettesse un cerotto.
Ho potuto riscoprire un’umanità che mi ha sconcertata. Perché questo viaggio è stato anche molto umano.

A che dura prova ho messo la mia fiducia mentre, in alto, in una stradina di chissà dove, provavo tutti i vini della casa, lasciavo lo zaino che – voi sapete bene, amo moltissimo – abbandonato su un divano in un ostello di pellegrini, con computer, carte, libri, e nessuno alla reception.
A che dura prova mettevo i miei nervi mentre mandavo al diavolo un uomo, mentre passavo la mia giornata con due ragazze mai viste prima; mentre, qualche ora dopo, andavo via da Obidos e lasciavo che una donna mi abbracciasse sulla soglia della sua porta di casa, che in realtà era la porta di un ostello. Ma no, per me è stata casa della zia per un giorno: calda, accogliente, piccola, con la tisana della buonanotte, il liquore a letto, il pane caldo la mattina, le canzoni alla luce fioca delle candele di una sera d’estate portoghese, che sali le rovine di un gioiello e la musica è nelle orecchie mentre una donna e un uomo vicino a te ballano.

Un giapponese, che si scusa perché ti ha chiesto cortesemente di spostarti per una foto, e lo fa cercando di raccontare una storia che non vuoi sentire perché sei stanca da morire, e sei sola da morire, e hai fatto così tanta strada che fa male tutto e i nervi sono a fior di pelle. No, proprio non riesci ad apprezzare la fortuna di poter fare quello che stai facendo. Ma potevo farmi perdonare sorridendo a quel signore che cercava solo di raccontare, e quando mi sono messa ad ascoltare sul serio, mi sono resa conto che era una cosa che avrei potuto iniziare ad ascoltare da molto prima.

Ma fa specie pensare anche ora che non sono più lì, quanto è stato strano aver capito cosa significa sentire la mancanza della sensazione tattile delle persone a cui vuoi bene, e daresti qualsiasi cosa per toccare solo un attimo, solo stringere il polso o mettere la mano sul braccio che è un gesto tanto scontato quanto vitale. Quando ti accorgi che non lo puoi avere quando lo vuoi. Che ho sentito tutto fino in fondo, come mai avevo sentito, la pensantezza di non avere neanche la mano, il braccio di un amico o di mamma da toccare.
Quando il viaggio ti fa capire che cosa significa sentire la mancanza fisica di una persona o di un amico, che faresti qualunque cosa per averlo lì e allora svii con la chiamata facendo finta di avere un episodio divertenrissimo da raccontare, oppure dicendo la verità e aspettando che sia lui a trovare il modo di farti ridere.

Due donne sono nella lavanderia self service con te, e tu non solo sei bagnata come un pulcino, e non hai ancora un posto dove andare: puoi fare il check in solo alle 16 e sono solo le 14. In più non hai mai usato una lavanderia self, ma non è necessario dire nulla. Da due sono già diventati dieci, tutti lì a spiegarti come funziona, incluso un bambino che scuote la testa come a dire: ma da dove vieni, pazza.
Non è già una toppa su una serie di piccoli inghippi che hanno sbucciato un ginocchio?

Un uomo è arrampicato sui letti di una stanza di Sintra dove per giorni solo secchiate d’acqua e nebbia. L’uomo che sta facendo i letti, grida mentre vai via che la sua casa sarà sempre la tua casa.
E non riempie qualche spazio vuoto questo?

Le spalle a Cascais sono rosse sotto il peso dello zaino e lo sai solo tu, ma qualcuno si offre di portarlo per te in stanza.
Qualcun altro, sotto la pioggia battente che non vedi a un palmo dal tuo naso ti offre il suo ombrello che, ahimè, non aiuta nemmeno tanto lei. Allora condividere un pezzo di strada insieme fa sembrare meno fantozziana quella situazione.
E non riempie qualche spazio vuoto, questo?

E poi, è quasi finita, ma sei in viaggo…da quando? Ti sembra da sempre e ti sono rimasti solo sei giorni a Lisbona.
Un pomeriggio intero lo passi a guardare il fiume, e non ti resta altro che sentire la storia di una ragazza e la sua squadra di pallacanestro femminile. Dirti che sono solo i soldi che vuole, ma l’hai ascoltata e l’hai liquidata: i soldi glieli hai dati, ma poi ha insistito tanto per quel bracciale e per un momento, per il modo in cui ti guarda, ti chiedi se non sia vera quella storia dei ragazzini. Forse no. Ma io credo che lo fosse.

E l’ultimo disinfettante è la luce.

La luce del Portogallo non è come la nostra, è più fredda, o più calda, dipende da come la vedi tu – o meglio come la vuoi sentire tu.
Ma se, quando il sole comincia a calare, aspetti un attimo a Lisbona, all’angolo con la strada per l’ostello ai piedi della salita verso il Barrio alto, nella parallela a uno dei tanti miraduoro , ti renderai conto che varrebbe la pena anche solo prendere un aereo per vedere l’angolazione del sole a quell’ora, con la luce più calda e arancione che riesci a immaginare, intensa come quando qui sta per piovere, ma lì non c’è nemmeno una nuvola a minacciare niente.
Resta ferma un attimo ai piedi di quella salita che all’istante smetterai di maledire, perché forse è la cosa più bella che tu abbia visto fino a quel momento.
Ma tieni presente che avrai tempo di pensare che sia la più bella fino al giorno dopo, quando qualche altro gioco di luce, unito a un uomo che suona un pianoforte in una piazza e due anziani ancora si tengono per mano, ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto.

Fino al giorno dopo quando un canale ti incanterà, o una voce ti incanterà o lo farà un piatto di pesce, o un liquore o una vista niente male o una salita impegnativa, o un ombrello in prestito, o una pausa sulla panchina, o il sole che tramonta, o una chiesa particolarmente bella o una finestra tanto colorata, o due ragazze che non conosci restano fino alla fine, o una libreria nascosta, e tutto quel che ti circonderà ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto. Perché sai, è così.
Ogni cosa, in quel Portogallo sarà la cosa più bella che avrai visto fino al momento successivo, quando vedrai quella che ti incanterà il momento dopo, ma sempre meno di quella che vedrai dopo ancora, e sarà così splendidamente bella perché quegli occhi, fino a lì, ce li avrai portati tu.
Nonostante tutti i treni presi in fronte, nonostante quelli persi – o presi male -, le ginocchia sbucciate e i cerotti appiccicati alla bell’e meglio.

E alla fine sarà stata comunque, forse, una gran bella impresa camminare attraverso te stesso in un paese che non è il tuo.

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Un viaggio lungo uno Zaino. Il mio Backpacking.

Il Backpacking riguarda te e il tuo zaino.
Lo zaino è un peso, uno sforzo, un sacrificio.
Quando ce l’hai vorresti non averlo, ma poi non puoi – e non vuoi – vivere senza.
È la tua casa, la tua vita, la tua struttura, la tua spina dorsale. Quando te ne separi non sei più nessuno, nemmeno te stesso.
Quando lo porti sulla schiena hai un mondo sulle spalle. Quel mondo è il tuo, ed è pesante.

È un mondo fatto di abiti, di oggetti e quindi di vizi, di tutte le debolezze, di difetti, di fisse, di poche cose necessarie, altre molto meno.
Molto simile alla vita di tutti i giorni, non è vero?
Esattamente come la scatola della tua vita, sarà piena di cose essenziali, eppure inutili.
Alla partenza ti dirai: non posso partire senza questa cosa, ma in viaggio non ti ricorderai nemmeno di avere molte di quelle che hai voluto portare. Eppure, se non avessi trovato un angolo per loro, non avresti fatto altro che dirti tutto il tempo che erano essenziali.

Il Backpacking è fiducia. Fiducia in se stessi e poi negli altri. Fidarsi anche di dodici sconosciuti nella camerata che hai scelto. E, se l’ostello non mette a disposizione armadietti, fidarsi nel lasciare soldi, zaino, documenti.
Fidarsi nel parlare, magiare, esprimersi in un’altra lingua, creare le basi per impararne una nuova. Delle mappe, delle indicazioni, delle strade, delle macchine, della gente.
Fidarsi, punto. Che poi possono sembrare tante sciocchezze, ma in questo mondo sono tutto. Perché se stai viaggiando, vuol dire che vuoi aprirti.
Così, alle volte, lo si fa con fatica.

Questo modo di viaggiare sembra tanto figo, ma – come dicevo sopra – è anche un sacrificio, è uno sforzo.
Quello di stare lontani da casa, dagli affetti, più o meno a lungo. È non chiedere, non lamentarsi, perché tu l’hai scelto e devi ricordarti tutti i motivi per cui lo fai.
A volte potresti trovarti di fronte una scelta difficile e necessaria. Andare o restare, e magari in entrambi i casi ti verrà tolto qualcosa di importante. O qualcuno di importante.
Bisogna che tu tenga sempre presenti i motivi per cui ti sei messo sulla strada. Pensa che alle tue spalle c’era qualcosa a sostenerti. E allora dà a quella cosa una gratificazione.

Backpacking significa essere responsabile di quello che fai, e poi anche di chi sei.
Le scelte che fai da viaggiatore, sono quelle che avresti fatto – messo alle strette – nella tua vita. Con la differenza che sulla strada arrivano veloci e spontanee.
Imparerai e capirai che il modo in cui tratterai te stesso e le persone che incontrerai sulla strada, descrive quello che sei.

Poi ci sono le domande, le paure, le tristezze. Tutte lì sul tavolo a tormentarti, a chiederti di uscire da te stesso, a dirti che sei molto meglio di quel che credi, che puoi andare molto oltre. Che è una sciocchezza chiudersi nel proprio mondo e non permettere a nessun altro di vederlo. Di partecipare, di condividerlo.
Le difficoltà che incontrerai nel tuo viaggio, sono come quelle che trovi sulla strada di casa tua: solo a qualche chilometro più in là.

Il Backpacking è una filosofia, è un dolore dolce, un arrossamento di spalle, è mal di schiena. È la soddisfazione di sapere che ce l’hai fatta. Svegliarsi ogni giorno con otto ore di sonno, con il corpo stanco e intorpidito, ma con la mente lucida e pronta.

Ogni luogo in cui sei arrivato ti ha accolto. Lo ha fatto perché tu hai permesso che accadesse: sii orgoglioso di avercela fatta.

È un mondo che riserva tante gioie. È il coraggio, ed è anche la paura. È incoscienza e coerenza di scelte.
Per esempio non puoi non fare una salita perché sei stanco. Puoi fermarti, certo, ma poi che fai, resti fermo a metà strada e aspetti che qualcuno ti salvi?
Tu. Tu puoi salvarti da solo.

Potrebbe anche essere un giornata storta, una giornata stanca. Magari la sera, in un letto che non è tuo – e che devi fare in modo che diventi tuo -, capiterà che tu ti chieda: come mi è venuto in mente di farlo? Sarai tanto lontano da casa, non potrai tornare, allora chiuderai gli occhi e penserai a tutto quello che hai visto, a tutta la strada che hai fatto: lì saprai che ne vale la pena. E che domani, domani andrà meglio.

Viaggiare è anche credere di dover conoscere tutti i dettagli, ma poi non pensare a nemmeno uno di questi. È il portafogli vuoto, è tutte le cose che non dici, perché non è facile capire. E tu non sei in grado di spiegare cosa ti succede quando un mondo nuovo si muove attorno a te, e ti rivolta come un calzino.

Lo zaino ti insegna a stare dritta, a muovere le gambe, scegliere i muscoli, usare quelli giusti, così non ti faranno male i punti che, se lo facessi bene, non farebbero male.
Sentire i muscoli significa sentire il proprio corpo e conoscere i propri limiti. E, alla fine, capire che un corpo stanco, un corpo stremato, in realtà non conosce limiti. Può andare oltre, spingersi sempre più su. Non ti lascerà per strada, farà in modo che tu arrivi dove devi, saprà meglio di te che mancheranno prima quattro curve e poi ne mancheranno tre, poi due, poi una, e sarai arrivata.

Il mio Backpacking è questo, ed è tutto quello che ho e che avrò per tenere al riparo la mia vita.

Ma di questo mondo fa parte tutto quello che ho a casa e che metto nello zaino sottoforma di foto, biglietti, oggetti, messaggi. Per avere la mia famiglia, i miei amici con me. Sempre.
Perché senza di loro io non avrei mosso un solo passo verso il mondo.

La Grancia, magia inaspettata in una giornata come un’altra

Sapevo che avrei passato una bella giornata al Parco della Grancia. Sapevo che mi sarei divertita o avrei trovato il modo di farlo assieme ai miei amici.
Sicuramente non pensavo di tornare a casa con una paresi facciale da contentezza perenne.

Mi sono approcciata alla giornata come mi approccio a ogni cosa, senza preparazione, senza sapere bene dove sono o come ci sono arrivata.
Questa volta più delle altre: non avevo bisogno della minima concentrazione richiesta, perché avevo l’agente di viaggi, Lydia, super organizzata.
Seguita dalla solita domanda: mi ucciderà oggi?
Bè la buona notizia è che sono ancora viva e la nostra amicizia è salva per il momento.

Per chi non lo sapesse, i paesaggi della Basilicata possono essere indimenticabili e possono tenerti con il naso attaccato al finestrino per tanto tempo, in totale conteplazione.
Distese geometriche di terra lavorata e rivoltata, gialla di paglia e nera di bruciato. Terra rossa e argillosa.
La strada non è il massimo, ma tutti i luoghi impervi hanno qualche bellezza da nascondere e uno se la vuole raggiungere, deve pur guadagnarsela.

Il gioiello di questa storia è il parco della Grancia.

Lascia la macchina, attraversa il passaggio magico ed entra nell’Ottocento.

La festa è popolare, e il fascino che esercita è tutto lì.
Figuranti, scenografie, colori, animali, profumo di fieno e costumi del tempo.

Un piccolo giro di esplorazione è necessario, soprattutto per capire cosa mangiare a pranzo – almeno per quanto mi riguarda.

IL CIBO

Entra nella Taverna di Posta, riproduzione di quelle del passato, dove c’è chi ti racconta qualcosa della storia dei banditi e ti mostra cimeli e documenti suggestivi e interessanti. L’atmosfera è cupa, anzi, no, è soffusa ed è misteriosa.

Esattamente come dopo aver visto un film particolarmente ben fatto sulla criminalità, all’interno della Taverna, oltre che mangiare, cerchi di capire riorganizzare la tua vita da Brigantessa, preferibilmente hippie.
A questo punto, credo di aver perso – qui come il altri casi – parte della spiegazione, troppo presa da ogni oggetto della stanza, della serie “potrei decidere di toccare tutto quello che c’è qui dentro”.
Esattamente come un bambino, chiamando a gran voce la mia amica – che da oggi in poi tutti noi chiameremo Zia Lalli – per mostrarle con il dito indice ogni oggetto che ai miei occhi poteva sembrare particolarmente interessante.

Nell’elencazione del menu pieno di sostanziose proposte di cibo tipico del tempo, alle 11.45 del mattino avevo già fame da morire.
Avete sentito mai parlare di formaggio di cipolla? Io sì, e mi è sembrato fenomenale, solo che sulla scia del bambino di qualche rigo fa, l’ho dimenticato poco dopo – il mio amico Ettore ha provveduto ad assaggiarlo forse a merenda – non appena ho avuto a che fare con il Cenacolo, da dove più tardi avrei avuto un panino gigante con la salsiccia, melanzane e zucchine.

LA FALCONERIA

C’è una piccola arena che sembra scavata tra le montagne. Io ero ancora distratta dal menu di qualche minuto fa e non mi ero accorta delle esclamazioni sorprese dei miei amici, né avevo capito che era in atto una caccia straordinaria. Poi, per poco un rapace non si impigliava tra i miei capelli – e non sarebbe stato in effetti un dramma per nessuno dei due.
Ecco.
Lì ho capito che eravamo vicino alla Falconeria.

Accoglie una serie di rapaci di diverse dimensioni e generi: aquile, falchi, civette, gufi, barbagianni, cicogne.
Si parla di un’apertura di ali di circa due metri per le cicogne. Mi ha fatto deprimere parecchio questa notizia, il mio pensiero è volato – per l’appunto – all’altezza mie e delle mie amiche.

I Falconieri hanno una delicatezza straordinaria nell’approcciarsi a questi volatili. I loro movimenti sono calmi e amorevoli e sembra che non li tocchino mai davvero. È come se li sfiorassero appena.
Non lo so. Non so spiegarlo bene, ma ho pensato che possa trattarsi di una cosa molto simile all’amore. O alla fiducia.
Cioè, non si tratta di tenere qualcosa, si tratta di sapere che è lì, e che ci resterà. O che nella porzione di mondo che è evidente che li unisca, ci sia spazio per tutti e due.
Ogni volta che li vedevo scivolare via dal guanto mi stupivo che tornassero – pur essendo certa che lo avrebbero fatto.
Non avrei mai smesso di guardarli lavorare.

La vera star, che poi è anche il mio preferito – un po’ il preferito di tutti, in realtà – si chiama Ciro, dal becco che cambia colore rispetto all’umore del momento. Era bianco mentre lo fissavo a un palmo dal suo straordinario becco, e pensavo che anche io avrei voluto un becco cangiante. Sarebbe uno strapotere incredibile.

LABORATORI, SPETTACOLI E ALTRO

Le attività e i laboratori iniziano a partire dalle 15.00 con delle rappresentazioni pensate per adulti e bambini.
La storia del Monacello è simpatica. Salta tutto il tempo, a guardarlo mi stancavo io. Non ha fatto altro tutto il giorno. Avrei dovuto fargli i complimenti, perché neanche con la preparazione atletica di un anno avrei potuto correre su e giù per quelle salite, e rimanere di ottimo umore tutto il tempo.

Il parco cominciava a popolarsi e lui, instancabile, correva ad accogliere le persone. Nel frattempo faceva anche qualche puntatina sul palco dove si stava svolgendo una storia che ho seguito a tratti, perché tra un vino e un asinello non riuscivo a stare dietro a tutto.
Nemmeno a Zia Lalli e al pony che ha sfamato come sfamerebbe noi le domeniche a casa sua.

Se le figure maschili sul brigantaggio hanno la loro importanza, spazio viene dato anche alle donne.
In un monologo di Filomena Pennacchio, veniamo a sapere la sua storia e la sua vita.
E lì, diciamo, che ho rinunciato definitivamente alla possibilità di rifarmi una vita da Brigantessa.

Quando è arrivato il tramonto il parco era affollatissimo, così come l’area della cena. Si è dato vita a una pizzica – sempre che pizzica fosse – e la gente suonava e ballava ed era divertente da morire.
A quel punto mi sono resa conto del dolore alla mascella dovuto alle risate della giornata.

LA STORIA BANDITA

E dopo cena ecco il momento più atteso. Alle 21 circa ha inizio La Storia Bandita.
Spettacolo fatto di luci giochi pirotecnici, spari che ti esplodono quasi nel petto – e risparmierò la mia esclamazione di sorpresa al primo, inaspettato.
La natura in tutto questo spettacolo fa da padrona.
Le proiezioni sulle montagne sono suggestive, proprio perché il tutto si muove sul loro sfondo. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una luna arancione e bassa che completava una cornice perfetta, in mancanza di tante stelle.
I giochi di luci e di fumi, di personaggi nascosti nell’ombra lo rendono, forse, uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto.
Non puoi fare altro che lasciarti prendere, non ti resta altro che star fermo, mentre la storia si ripete sotto i tuoi occhi.
E si ripeterà ancora.
I figuranti si spostano nel loro spazio o arrivano al galoppo, le musiche tuonano, le luci continuano a giocare, i fumi salgono e tu sei in mezzo alla natura.
Cosa c’è di più perfetto?

E prima che questa mia storia diventi troppo lunga e noiosa vi lascio qualche link:

Il Programma della giornata proprio QUI.

Info sul biglietto di ingresso potete trovarle QUI.

La Grancia sarà ancora aperta il 16-23-30 settembre.

E io consiglio vivamente di partecipare.
Almeno una volta nella vita, lasciatevi rapire da tutto questo.
Mangiate, ascoltate e smettete di farlo, fantasticate, guardate i falchi, giocate con i vostri amici, passate una giornata straordinaria, perché è quello che avrete al parco della Grancia.
Sempre che andiate con le persone giuste.

Tutte le foto di Lydia Melchiorre (Instagram: aportatadimondo_lydiamelchior).
Sempre più spesso compagna di piccole avventure.

Il Lago di Molveno, specchio del cielo

Non è facile scrivere questo post per una miscredente della montagna. Della serie: “Ma tua madre niente ti ha insegnato?”, quando piangente, triste e sconsolata mi trascinava nei suoi viaggi folli sulle vette. Dodici ore di macchina, o una corsa di minimo tre treni e 4 ore in un autobus traballante che si arrampicava sulle cime.
E più erano alte e più piangevo.
Ho pianto davvero tanto da piccola.

Gli anni di scaut – evidentemente – non mi hanno aiutata. Sono una principiante dei sentieri, una novellina del clima ballerino, prima freddo, poi caldo.
Ho cercato di imparare questa estate: parlando, sentendo, provando.
Ogni mattina, a Molveno, mi sono alzata, ho preso la mia cartina e mi sono crivellata il cervello: cosa posso fare che non spezzi le ossa del bacino e non mi incricchi le ginocchia?
Mi sono lanciata in lunghe conversazioni con i più esperti.
E ogni giorno di più diventavo Dora l’esploratrice.

Quello che volevo da Molveno era una passeggiata tranquilla, mentre tutti andavano alla spasmodica ricerca dei Croz – che io fino all’ultimo ho chiamato Ruz.
Alla (esagerata) cifra di 2€, in reception, ho comprato la mia mappa, con tutti i percorsi segnati su Molveno.
Secondo la cartina alcuni erano facili: serviva poca tecnica. Secondo gli escursionisti più esperti anche, ma bastava guardar loro le scarpe per capire che stavano mentendo sapendo di mentire a Dora l’esploratrice, povera avventuriera.

La verità era una sola: io la montagna non la so camminare, ma avevo intenzione di farlo. E seriamente.
Volevo solo partire in piano.
Dio, nemmeno il mio albergo lo era.

Ma cominciamo dall’inizio: il Croz dell’Altissimo; il fiume latte e fango; il Percorso Didattico; il Bivio; 12 km intorno al Lago.

La pioggia mi ha salvata da un grave trauma già il primo giorno quando, pensando di star facendo una passeggiata serena mi sono incamminata verso il Croz dell’Altissimo (al tempo, per me, il Ruz di Dio).
È partita a mille, come a dire: bella, torna di sotto, oppure oggi rientri in albergo piangendo.
Non potevo fare altro: o rimanevo sotto la grotta del bambinello, o ritornavo in basso. Avevo anche lasciato in camera la mia giacca impermeabile, perché con quel sole “Perché dovrebbe mai piovere?”.
Eh. Perché.

Quindi, dicevo, la strada per il Ruz è lastricata di pioggia. Senza il giubbottino ho dovuto trovare un riparo così, con agilità e prontezza, mi sono letteralmente arrampicata nella boscaglia, fino a trovare un piccolo riparo. Ci sono rimasta per un’ora fino a che, grazie – appunto – all’Altissimo, ha smesso di piovere.
A quel punto il fiume era in piena: bianco opaco, quasi come latte. Uno spettacolo che mi ha fatta sentire come un bambino che scopre qualcosa di nuovo. Non mi sono mai fatta così tanti selfy con così tanto entusiasmo.

E da lì ho preso l’altra decisione della giornata: avrei fatto il Giro del Lago.
4 km in lunghezza, 1,5 km il larghezza – e sorvolerò sull’orario di ritorno a sera.
Prima di raggiungere il lago, sul percorso ho trovato un Sentiero Didattico sull’uso e lo spreco dell’acqua, purtroppo mal tenuto, ma molto divertente.
Mi hanno sfilato davanti una falegnameria mentre sulla destra restava – l’ormai – ruscello bianco che non perdevo di vista, mentre una bambina con il suo retino cercava di catturare foglie gridando che nel ruscello c’era “Uno squalo gigantesco, papà!”. Squalo, che il papà, prontamente ha tolto di mezzo con il retino stesso. Roba da intenditori.

Ed ecco l’inizio del percorso sul Lago.
Non puoi sempre camminare sulla riva e spesso devi risalire e costeggiare la strada, entrare nella boscaglia, camminare il sentiero, che è generoso e non ti sfianca in grandi salite.
Si tratta di un’escursione che non richiede troppe forze, 4 ore di cammino, un po’ di più se ti fermi a sedere sugli scogli per vedere come cambiano i colori del paesaggio. O per vedere com’è il mondo da quella prospettiva.

Il Lago regala squarci che non smetteresti mai di guardare, resta fermo anche nel vento, con i suoi colori che fanno specchiare le montagne e le nuvole.

A volte può capitare che il cielo si spacchi letteralmente in due. Se guardi a destra, sopra le montagne più alte, il cielo è nero; ma se poi sposti lo sguardo a sinistra, nel vuoto impegnato dal lago, il cielo è blu, le nuvole bianche e pacifiche, ed è tutto calmo e sereno.

Altre escursioni … per farsi un’idea

Del Giro del Lago ne abbiamo parlato ampiamente sopra, ma non ho detto che non solo puoi fare il bagno, ma ci sono tante aree pic nic da sfruttare. Il Lago non è solo da camminare, ma si possono raggiungere alcune zona con l’auto per passare una giornata serena.

A portata di carrozzino, c’è Ciclamino e S. Antonio di 1 ora e mezza.
Proprio ai piedi del Croz dell’Altissimo, c’è questa piccola località raggiungibile da Molveno in pochissimo tempo. Basta seguire via delle Dolomiti, mentre, sulla sinistra ti accompagna il sottofondo del fiume. Alla fine del percorso la deliziosa Baita per rassettarsi.

La camminata verso Andalo, di circa 2 ore e mezza, è una delizia: lì, in mezzo al bosco, con un sentiero largo, la roccia alla tua destra e lo strapiombo alla tua sinistra. Un percorso facile, in piano, che si può fare anche con la famiglia e carrozzini al seguito.
Il sottofondo della natura e il ruscello che ti accompagna quasi fino ad Andalo.
Solo una piccola e abbastanza ripida salita che fa sudare e affaticare, ma dura poco e – per quanto possibile – è agevolata.
La camminata è dolce, e Andalo, seppure molto diversa da Molveno, è altrettanto bella, circondata dalle montagne e sempre piena di gente. E anche da lì partono diversi sentieri, anche per i miei tanto amati Ruz e Croz.

Un’altra camminata che è possibile riprendere da Andalo, è quella fino a Pradel, di 2 ore e 30, un percorso su strada forestale che porta fino alle Dolomiti del Brenta: caratteristica e molto semplice.

Il sentiero per il Croz dell’Altissimo è un po’ impegnativo. La salita continua, seppur fattibile, è lunga e faticosa. Si tratta di una camminata di 3 ore e mezza che porta fino al rifugio a circa 1300 m di altezza. Si tratta di un percorso per i più esperti, ma anche i meno allenati riescono a farla.
Quelli che non hanno voglia di cimentarsi, possono rivolgersi a Donna Funivia, che accompagna fino su. Da lì al rifugio sono 40 minuti a piedi e in piena tranquillità.

Tempo e clima del Trentino; la Montagna che non fa vedere oltre

I cambiamenti metereologici sono repentini, e spesso annunciati da piccoli segnali.
Segnali che tu, magari, non cogli. Anzi, quella sera hai fatto i capelli, e cielo! – proprio oggi il vento deve soffiare così tanto da trascinarti via.
Ma, a differenza tua, il Lago più di un’increspatura non fa, e resta lì, placido ma nero esattamente come il cielo.
Sotto la pioggia che sferza, ci resti secca anche tu a chiederti come diamine fa, sotto quell’inferno a rimanere calmo.

Dicono che chi vive sulle montagne, possa arrivare a odiarle, perché impediscono di vedere, di guardare oltre.
Io amo i tramonti e non una sola volta ho potuto vedere o riprendere il sole calante o crescente: non c’è mai. Ma ho potuto guardare il colore del cielo cambiare: tenendo la Cam in time-lapse, e rivedendo poi il video lo spettacolo è incredibile: sembra che non imbrunisca mai, c’è ‘solo’ un passaggio di colori.
Forse sulle montagne il tramonto non esiste, esistono sono le nuvole che si spostano velocissime, tornano e non permettono mai che il cielo sia solo, senza di loro.

Attività a pagamento e non sul Lago

Il Pedalò ti regala la possibilità di essere al centro del Lago e ovunque ti muovi il panorama è bellissimo.
Il Parapendio non è alla nostra portata: è un desiderio troppo costoso per il momento perché io possa realizzarlo.
Avrei voluto provare la pesca sportiva, ma evidentemente non l’ho cercata bene.
L’attività più economica e divertente è sicuramente un bel bagno gelato nelle acque dolci del Lago.
L’Animazione è sempre a lavoro in diverse zone del paese.

E finalmente Molveno

Il paese è caratteristico: è come se fosse una piccola chiocciola da scoprire. Sempre in vita e in movimento.
Pieno, musicale, vibrante, colorato. Dove ti volti e ti giri un panorama è in agguato. Con il suo orto urbano, messo lì, in mezzo al belvedere che non sai cosa più a lungo guarderesti con quei colori.

Ci sono tanti negozi: souvenir, prodotti tipici, prodotti per la casa e attrezzatura da montagna – nel caso ne fossi sprovvisto.
Negozietti che ci perdi la testa, anche se i prezzi non sono proprio generosi.

E poi. La tombolata serale, il concerto, la musica che non ne vuol sapere di andare al ritmo del Campanile. Solitamente Dj e campana partivano quando ero in cerca di un po’ di silenzio… e ti pareva.

Il giorno di Ferragosto i fuochi d’artificio dei Vigili del Fuoco sono esplosi nel cielo, e la loro festa durata tutto il giorno con cibo, bevande e musica.

Ultimi consigli prima di andare…

Quando pensi di non farcela mantieni un certo atteggiamento montanaro, sorridi e pensa al punto di arrivo. Anche quando vorresti rubare il carrozzino al neonato che ti sfila davanti sonnecchiante.
Non dimenticare mai l’impermeabile perché al Trentino può girar male. L’acquazzone ci sta sempre, e sei in cima non è quasi mai divertente.
Soprattutto ricorda: dove non arrivi tu arriva Donna Funivia.

E cammina. Anche se piove, sei stanco e hai bolle in posti improbabili.
Tutto stava nell’arrivare.
Ovunque. Ma arriva.

Ph: Tutte in Action Cam

Vi racconto dei colori della Valle d’Itria

Un percorso di circa 243 chilometri.
Una macchina a metano, un appoggio nei dintorni.
Tenendo come base Polignano, mi sono mossa per due giorni nelle località più caratteristiche della Valle d’Itria: Alberobello, Locorotondo, Ostuni e Cisternino. Sotto la frescura dei quaranta gradi all’ombra, che è stato un suicidio bello e buono… ma bello di più.

Un week end super low cost ridotto all’osso. Una spesa totale di circa 35€, comprensivo di gas per l’auto, e di un pranzo in un piccolo ristorante.

La Puglia sta diventando richiesta e quindi costosa.
La domanda che mi sono fatta, decidendo di partire è stata: lo è davvero? È costosa anche per noi che ci viviamo, o possiamo trovare un modo per riuscire a vivere la nostra terra tenendo il più possibile soldi in tasca?

E i turisti? La invadono a tal punto da costringere anche noi a sottometterci ai prezzi che salgono vorticosamente di giorno in giorno?
Con un po’ di fortuna e oculatezza ero certa di poter fare due giorni fuori, vedere cose meravigliose e riuscire a spendere fondamentalmente…nulla.

Secondo me la sfida l’ho vinta e può vincerla qualsiasi ragazzo che non ha soldi da spendere, ma ha la fissa di andarsene sempre in giro.

Ok, io sono fortunata ad avere una macchina con scarsi consumi e un punto di appoggio, ma continuate a leggere e vi mostrerò alcune soluzione low cost, che forse non vi faranno spendere proprio 30€, ma comunque vi daranno uno spunto su come risparmiare.

Cominciamo dall’inizio, e quindi da Alberobello.
Mettiamo che ci siano 100° all’ombra e stai evaporando, hai camminato lungo alcune delle sette vie e hai guardato sfilare i bianchi trulli e sei andato a sbattere a una signora troppo sudata, o mettiamo che quella sudata eri tu e ti fa comodo dare la colpa alla signora. Mettiamo che siamo tutti fotografi e che andiamo tutti a caccia delle fontanelle. Mettiamo che ti sei fatta spintonare e va bene, hai anche spintonato ogni tanto. Hai grondato sudore alla stregua di una fontana, che se avessi avuto qualcosa di simile a una manopola, qualcuno – ci scommetto – avrebbe provato a girarla.
Ti sei fatta anche foto molto belle e altre che solo la mamma, a fatica, ti avrebbe detto “sei bellissima”, anche se un po’ schifata.

Ma scusate, volete mettere il pranzo in un ristorantino spartano ma soddisfacente, dove puoi mangiare un panino con la porchetta a 3€? Ma non solo il panino, e il conto finale è di 10€. Un posto alla mano con un menu di tutto rispetto con carne alla griglia, insalate e tanto altro, molto economico in mezzo ad altri ristorantini magari più elaborati e costosi dove una foglia di insalata costa 9 euro ciascuna?
Poi, ancora più economica, resta sempre il “pranzo al sacco”… che è stato, in parte, il piano del giorno dopo.

Locorotondo.
Ora di pranzo: la peggiore per stare in giro, sotto il sole. Ma a noi non manca mai nulla, e mentre stese e sfiancate ci stavamo riposando sulle panchine del parco come delle ottime poveracce, una bella scrosciata d’acqua ci ha sorprese. Giusto il tempo di agevolare l’afa, non certo per rinfrescare l’aria!

E che strana sensazione non trovare la calca di Alberobello. Ripensandoci ora mi sembra normale, ma al momento ne sono stata sorpresa, forse per il chiasso che mi era rimasto ancora nelle orecchie.

Alberobello è il posto dove muoversi di giorno, Locorotondo è il luogo del tramonto.
Il borgo è simile agli altri con prevalenza di colore bianco e celeste e tanti fiori e i vicoletti con le nonne a ricamare fuori.
Locorotondo nel primo pomeriggio ha tanto sud.
Al pomeriggio è fatta della cooperativa, che è il circolo ricreativo degli anziani. Ma è fatta anche dei bambini del posto che giocano per strada. Sono i ragazzi che si incontrano al bar prima di andare a lavorare o prima di uscire. Sono le vecchiette che ti vedono passare e ripassare e diventano sospettose e, dopo aver borbottato, parlano con te e ti dicono tutti i particolari e tutte le strade che dovresti fare ancora prima di lasciare il centro storico.

Nel tardo pomeriggio, per il sole è ora di andare e, nel parchetto che tutti chiamano Villa, puoi vedere in lontananza Martina Franca… e se aspetti un altro pochino puoi anche vedere il sole tramontare sulla valle.

Un pomeriggio e una serata che in tutto è costata 4,50 € per un tè al bar e un panzerotto la sera al Locus festival.

La sera la città diventa dei turisti e dei ragazzi dei paesi vicini. Le strade si riempiono di formichine che camminano. Le luci diventano soffuse e paradossalmente, tra tutte quelle voci, senti un conforto che è – anche lui – un silenzio soffuso.
Ma poi, gli occhi bruciano e i chilometri per tornare sono tanti ed è proprio ora di andare.

Cisternino è diversa da tutti i paesini di cui ho parlato su. Perché è a prima vista sembra un posto fuori dal mondo, completamente immerso nella calma della Valle. Circondata da dei colori intensi che si esaltano a vicenda: il marrone della terra affiancato al giallo delle sterpaglie essiccate dal sole, ed è il verde intenso degli alberi che, in tempo di siccità, restano comunque in piedi.

E anche lì ci sono arrivata più o meno all’ora di pranzo. Per fortuna il caldo per quel giorno ha deciso di dare un po’ di tregua. Ho accettato di parcheggiare in un posto a pagamento per 0,50 cent, per poter girare tranquillamente per il labirintico centro storico, che ha più o meno gli stessi colori dei precedenti: bianco per respingere il calore del sole, i fiori per ravvivare l’aria.

Eppure quello di Cisternino è un finto silenzio perché appena ti inoltri nel centro storico all’ora di pranzo: è popolato da tanti turisti. E poi ci sono i piccoli negozi coloratissimi. I locali notturni sono tanti, ma restano chiusi e aspettano la sera per accogliere la gente che andrà a fare una passeggiata.
Non abbiamo pranzato a Cisternino, causa l’abbondante colazione ad alta base calorica, ma ho dato un’occhiata ai menù delle bracerie – che sono quelle in maggior numero – e i prezzi sono medi o medio-alti. Come sempre basterà dare un’occhiata su Tripadvisor che è sempre la più affidabile.

E la Valle l’ho chiusa con la visita nella Città Bianca, Ostuni, la torta stratificata nei confronti della quale avevo più diffidenza di tutte. Non avevo dubbi sulla sua bellezza. Sono solo sempre tanto diffidente da ciò che va di moda, che è troppo famoso, troppo citato. Sono, insomma, contro tutto quello che è troppo.

Forse è per questo che non ne sono stata stupita, come da Locorotondo, come da Cisternino. Comunque è una città bellissima anche con tutte le scale da fare: per salire e poi scendere di nuovo.
Da tanti vicoletti puoi ammirare la vista sulla Valle. Ce ne sono tantissimi a quasi ogni angolo. Come ci sono alberghi extra lusso che io e voi ci sogniamo proprio, o le ape car che portano in giro i turisti su e giù e mettono proprio di buon umore, anche se – sempre io e te – non è che non ce la possiamo permettere, ma ne possiamo fare a meno.

I negozi aperti all’ora di pranzo e le strade che pullulano di gente: è stato bello vedere famiglie, turisti, e pugliesi stessi.
Ostuni è anche vicina al mare, per cui abbiamo potuto completare il nostro week end da leoni con un bagno al mare – in spiaggia libera – rubando un po’ di ombra della signora vicina a noi e, dove, naturalmente mi sono spiaggiata come un raro animale e poi… sono addormentata come un cucciolo di foca.

Ma ora veniamo ai consigli:

Ho fatto un confronto dei prezzi benzina sulla distanza che ho percorso in macchina, considerando il consumo a litro di ogni tipologia di macchina sulla lunghezza di 243 chilometri.
Più conveniente è sicuramente il Gpl, che si piazza al primo posto, secondo la mia stima dovrebbe costare all’incirca 10,28€.
Secondo classificato il Metano che è costato circa 12€, ma il limite peggiore del Metano è che le stazioni non sono tantissime come quella di benzina e Gpl. Nei dintorni, in ogni caso, ce ne sono alcuni, anche ad Alberobello e nei pressi di Locorotondo.
Infine la dolente Benzina che viene a costare circa 27€.

Dove dormire e come risparmiare:

Ora, io sono stata a Polignano e da lì mi sono mossa, ho dormito e sono ripartita la mattina. Per chi viene da Bari o dai dintorni, può pensare comunque di prendere una stanza in uno dei posti di cui ho parlato.

Il più conveniente, rispetto alla posizione e ai costi è Locorotondo. Che si pone quasi al centro di tutte le altre località della Valle.
Per farvi un esempio, dista 9 km da Cisternino, circa 9 da Alberobello, 23km da Ostuni, ed è anche vicina ad altre località della Valle da non perdere, come Castellana Grotte, Martina Franca, Fasano.
E poi è una meraviglia per gli occhi e, onestamente, se non si fosse ancora capito, è la mia preferita.

Ma non solo. Facendo una piccola ricerca su Booking in alta stagione in bassa stagione è venuto fuori, come sicuramente molti di voi immagineranno, che se Locorotondo è la più economica, Ostuni è la più costosa.
A Locorotondo, prendere una stanza a 300 m dal centro per due notti e due persone può costare 90€, a Ostuni, sempre con Booking 179€ due notti, due persone a 1km dal centro.

Eppure, contrariamente a quanto pensavo, più conveniente di Booking è Airbnb che – sempre parlando di Locorotondo – mette a disposizione interi appartamenti e monolocali a prezzi stracciati a notte, ne ho visto uno, in alta stagione, a 30 euro che può ospitare fino a 3 persone. Altri fino a sei.
È anche vero, però, che se si fa una ricerca approfondita anche Alberobello può offrire prezzi accessibili sui trulli un po’ dislocati dal centro, ma pur sempre trulli.

Trasporti per chi viene da fuori:

La rete dei trasporti è un limite importante.
Se parti da Bari e vuoi arrivare a Locorotondo la storia è facile: si prende il treno.
Venedo dall’aeroporto la metro porta alla Stazione Centrale.
Ma poi si complica. Perché uno che va in Valle non si vuol fermare solo a Locorotondo.
Per esempio, ho visto che volendo spostarsi da Locorotondo a Ostuni non ci sono mezzi o se ci sono, sono molto limitati e limitanti.
Se infatti a ostuni non ci sono per niente, diversa è la situazione per arrivare a Cisternino: un percorso che in macchina si esaurisce in meno di mezzora, con i mezzi porterebbe a spendere più di un’ora e mezza… che quasi quasi uno preferisce andarci a piedi.
Ed è un peccato perché si è costretti a chiamare un taxi o ancora affittare un’auto – che forse, a questo punto, sarebbe la soluzione migliore.

Tutto questo lungo post è un modo per dire che sì, questa parte di Puglia è piena di turisti tedeschi ÷ americani. Sì, i prezzi sono quelli che sono, ma esistono modi per non spendere troppo.
Ma dire: ‘sono stata in Valle’, ti fa sentire un po’ Maria Rainer.
“Do, se do qualcosa a te, Re è il re che c’era un di, Mi è il mi per dire a me…”

Ritorno a casa. Polignano a Mare

Polignano è uno dei gioiellini del sud. Una delle ultime scoperte del panorama turistico, che da essere paesino tranquillo sul mare è diventato la meta preferita perfino di Brook Logan.
Io a Polignano ci sono cresciuta, ma da quando il fenomeno è esploso me ne sono tenuta a debita distanza, come se ne fossi profondamente offesa.
Il turismo mi aveva presa e rimbalzata fuori, e non gliel’ho mai perdonato.

Adoravo la festa padronale e le sue luci.
Adoravo il mare di Cala Paura
– mamma mi ci portava sempre. Lì mi ha insegnato ad amare i ciottoli, che da bambino vuoi sempre e solo la sabbia, ma lei mi metteva le scarpe da ginnastica pensando di mettermi a tacere. Naturalmente trovavo altri motivi per avere da ridire, ma sui ciottoli è riuscita a fregarmi.

Adoravo il gelato la sera e i vicoletti strettissimi del centro storico, dove avevamo la nostra casetta in via Ranuncolo, una cosa minuscola costruita su 3 piani: ogni piano era un piccolo quadrato più o meno vivibile. Mi piacevano anche i nostri vicini, la luce del sole, e la freschezza delle stanze di casa.
Poi tutto questo ha smesso di piacermi.
In questi tre giorni ho provato a darmi un’altra possibilità.
Ora vi racconto come è potuto accadere.

Dovevo riportare il mio punto di vista a casa, sradicare i miei pregiudizi e accettare che qualcosa che avevo molto amato non sarebbe mai tornato come lo volevo, o come lo avevo conosciuto io.
Non guardavo Polignano, non la guardavo davvero da anni.
Mi sfuggiva qualcosa: ah, ecco, era la mia puzza sotto il naso.

Amo molto i libri e amo qualsiasi evento che riguardi la carta da leggere.
Il Libro Possibile è un evento che da qualche anno, ogni anno, fanno a Polignano. Per me è sempre difficile camminare le strade in paese e accettare la folla, ma quest’anno ho voluto e ho seguito l’evento. Passo passo, dal tramonto a notte inoltrata.
Prima, naturalmente, sono andata al mare, con la mia amica Lydia.

Siamo atterrate al mare all’ora di pranzo, armate come ottime ziazine arrangiate di paese. Lydia è super equipaggiata – io uso dimenticare anche il telo.
Ha preparato la nostra borsa termica –
fatta con la busta della spesa e ghiaccini -, ha preso la sua macchina fotografica, ha fatto riserva di pazienza per avere a che fare con me, e si è messa in macchina.

La caletta di Cala Paura, è un luogo caratteristico.
Prima l’acqua era gelata e pulita, vedevi il fondale, ora è così piena di gente che vedi solo molte teste.
Per non parlare dell’odore di pesce, o delle signore con i tavoli e la sacra famiglia di 50 persone. O ancora, la passerella strapiena di gente.
C’è anche la signora che stende l’asciugamano addosso a te, nonostante sia giovedì e di spazio libero ce ne sia in abbondanza.
Non dimentichiamo i bambini che schizzano.
O la radio a palla.
Prenderò in prestito la frase più gettonata su Facebook e la modellerò sulle mie necessità. Se la storia è questa “Non venite al Sud”.

Ma la storia non è proprio questa, anzi, è molto diversa.
Modificherò la frase. Se non sopportate il folklore, la gente, il calore, il caldo, scene di vita vera e quotidiana “Non venite al sud”.
Se non volete la vita vera, non andate a Cala Paura, perché c’è troppa Puglia.

La Puglia, e in questo caso Cala Paura, è l’odore di pesce ed è l’odore del polipo che il piccolo ristorantino della spiaggia cucina tutto il giorno, pranzo e cena. È anche l’odore di panini, di spaghetti ai frutti di mare, di frittura di pesce, di insalata di mare. Un pasto economico, alla portata di tutti, un pasto molto più che ottimo e fresco.

La Puglia è fatta di intere tavolate gestite da matrone pugliesi che si occupano della brace accesa, che qui si chiama la La braceaccesa, e mentre lo dici allarga i gomiti e le braccia più che puoi e nemmeno allora avrai idea di quello che sto dicendo.

La Puglia è la frequenza del vicino alle tue spalle, con il volume al massimo, sempre su Radio Norba.
Ma è anche la signora che ti stende l’asciugamano addosso e occupa troppo spazio per una sola persona: sta mangiando. Ha con sé 10 teglie di pasta al forno, 20 di patate riso e cozze e arrosticini. Chiunque tu sia, sei sciupata/o, e il piatto per te è già pronto.

Per quanto riguarda bambini che stanno sempre a schizzare acqua…niente, sono bambini che schizzano acqua, non la trovo la poesia in un bambino che ti schizza mentre ti muovi come un’anguilla tentando di sfuggire al freddo dell’acqua polare in cui ti stai immergendo. Ma un bambino è sempre un bambino, quindi se ci vai, sorridi e pensa alla parmigiana.

La nostra porzione di mondo, quella del sud è chiassosa, uh, se lo è. Ed è molesta. La voce è alta, il traffico strombazza, la gente è lenta, le chiacchiere a mille.
E io ti auguro di incontrare ognuno dei personaggi di cui ho parlato sopra, sapendo che potresti trovare molto, ma molto di più.

Cala Paura è solo un esempio, perché c’è anche la spiaggia Porto Cavallo, che ha anche un po’ di sabbia e un po’ di passerella… e anche un po’ di scogli.
Anche questa è una caletta, la gente sempre la stessa. Pensa: se vai un po’ a Cala Paura, un po’ a Porto Cavallo, con tutte quelle signore con la braceaccesa quanto mangeresti?
Te lo dico io: tanto.

Il centro storico è un diamante raffinato, che dà un po’ di Grecia – come dice Lydia mentre scatta le foto che le avevo chiesto di fare. Che lei la sa prendere molto meglio di me la bellezza in una foto.

La pazienza di seguirmi mentre cammino per il paese, che per fortuna di giovedì non è tutto questo macello di gente e io posso seguire Il Libro Possibile riuscendo a respirare anche… ogni tanto. E posso godere la presenza della mia amica che mi riporta sempre all’ordine, che io sono distratta e mi perdo sempre.
L’evento de Il Libro Possibile prevede la presenza di vari palchi in giro per il centro storico e in contemporanea ci sono le presentazioni, una ogni mezzora, e poi cambio.

A me l’evento è sempre piaciuto molto, ma io sono troppo invischiata in questa storia dei libri. E se posso muovere una critica – tra le tante – ci sarebbe la pesantezza. Troppa crisi, troppa serietà, troppa economia.
Poi, non so cosa ne abbia fatto il comune di Polignano degli artisti di strada, ma c’erano troppo pochi per i miei gusti.
L’artista di strada è lo spazio necessario tra una presentazione e un’altra. È come la virgola in una frase: ti permette di prendere respiro.
In uno di loro ho deciso di investire i miei ultimi 0.50 cent.
Suona porcellini.

Questo è niente rispetto a cosa offre questo posto, perché è solo una giornata e io ho dovuto essere sintetica.
In Puglia c’è una cultura da scoprire.
Basta aprire gli occhi.
O chiuderli e far finta che il turismo pazzo ed esagerato che ti ha rimbalzata, e che infondo non perdonerai mai, non esista.

Ph: Lydia Melchiorre

Letture da viaggio e non… (a cura di) Graziano dell’Anna – La vita sobria

Quando un amore sboccia e cresce grazie a una birra

Ci sono amori che sbocciano all’improvviso e poi non te li levi più di dosso. Questo non è uno di quelli che tormenta, si tratta di qualcosa che dimentichi e poi ricordi, sempre con tanto…amore.

La mia passione per la Neo Edizioni nasce nel 2015, al Buk Festival di Modena ed è sbocciato grazie a una birra.
Non è una cosa eccezionale?

Volevo la birra e ho preso il libro. è il ragionamento più matematico che abbia mai fatto. Cielo, chi mai ti regala una birra in cambio di un libro? Non potevo, non dovevo, tirarmi indietro.
Così bravi che gliene ho svuotato le tasche al loro stand quel giorno.
Sono passati 2 anni e ancora sto lì a comprare i loro libri: guardate come una birra può fidelizzare e conquistare una ragazza in due secondi.
Loro avevano un fantastico apri bottiglia, ma io avevo il mio anello, l’unione poteva funzionare alla grande.

Ma poi, che vi devo dire, hanno delle copertine straordinarie.

Non li ho mai dimenticati e li amerò sempre.

Ma veniamo a noi.
Scritti ubriachi è spudorato, forte, folle, divertente, ironico. Ed è disperato e malinconico.
Raccoglie dieci racconti di dieci autori italiani. Alcuni li conoscevo, come Paolo Zardi, candidato al Premio Strega e superato da Nicola Lagioia nel 2014, su cui ho dovuto condurre successivamente studi approfonditi non ancora conclusi.
Altri li avevo sentiti nominare, avevo letto qualcosa di loro sul web o giracchiando tra le piccole e medie case editrici, come ogni tanto mi piace fare. Ma quello che mi ha stupita di questa raccolta (e io non riesco a stare molto dietro alle raccolte di racconti, è la produzione femminile.

Mia madre aveva allungato il latte col bourbon, la mia riluttanza al pianto era chimicamente indotta. Ci scherziamo sopra ogni tanto, quando esco da una clinica.
(Jat Lag, Claudia Durastanti)

Mia madre non vorrebbe mai che scherzassi così con lei. Per di più sapete che storiaccia appena leggerà il titolo del mio post, posso già immaginare la riunione di famiglia che convocherà quando vedrà una bottiglia sulla copertina del mio post. Forse dovrei avvisarla. O forse no.

Adoro le donne spudorate e ironiche.