Dichiarazioni deliranti – in seconda persona – verso l’aeroporto di Bari

Le pressioni dello zaino; la chiamata per il passaporto; lo specchio e tutto il resto

Ti sei fatta venire la febbre il giorno prima della partenza e come te la sei fatta venire, così te la sei fatta passare a suon di gasteme e tachipirine. Il primo viaggio da sola ti ha già devastata e sei ancora a casa. Maddai, hai fatto un sacco di traversate in solitudine: non ti è concesso avere paura. Sei arrivata in nord Italia quella volta, te lo ricordi? Quindi: rilassati. Ou, respira. Non fissare lo zaino. Muoviti, mettitelo sulle spalle che devi andare in aeroporto.
Ehi. Hai preso tutto? Massì, avrai preso tutto, ormai è chiuso. Se apri quel mostro, finirà per esploderti in faccia tutta la biancheria che ci hai infilato. Lascia stare.
I documenti ci sono? Che la polizia americana non è quella italiana, se va male finisci diretta al gabbio. Buttati in faccia un po’ d’acqua che sei bianca come un cencio. Riprenditi idiota. Devi solo andare dall’altra parte del mondo, sette ore di stacco. Sì, ci andrai senza la mamma che saluti in lacrime prima dei controlli, come se non dovessi rivederla mai più. Ti darei due schiaffi, ti darei.
Passi i controlli all’areoporto di Palese. Wow, è quasi finita, mancano solo…dieci ore? E che saranno mai, pensa che finalmente potrai dedicarti ai tuoi grandi pensieri filosofici: ‘Esattamente a quale ora e quale giorno andrò fuori di testa?’.

Bè, vedi che stai andando bene? Mica ti sei messa a gridare nel preciso istante in cui il tuo nome è risuonato nel gate che c’era un problema con il tuo passaporto. E dici a te stessa: ‘Scus, lo stesso passaporto che mi è costato quattro mesi di monete da un euro in un salvadanaio? Quel passaporto?’ Andiamo, Roberta, ti sei sbattuta tanto per non imbarcare e fare la lunga fila al check in e mo’ ti stanno invitando a presentarti al varco. Al barco. Al-banco, e non cominciare a fare la tragica. Ti vogliono solo innervosire, ti stanno mettendo alla prova, loro lo sanno che hai pianto quando hai salutato la mamma. Prenderai quell’aereo, dovesse cascare il mondo, dovessi anche farlo cascare tu questo mondo. Dovessi arrivarci con i dannati piedi a Monaco e fare una nuotata verso l’America.

Probabilmente è cominciato lì il tuo rapporto ostile con le hostess, che poverine, fanno solo il loro lavoro. Ma poi, poverine cosa? Come fai ad amarle se la chiamata è una chiamata che da noi a Bari definiremmo “a tromba”?
“Ha l’ESTA?” chiede la signorina e tu ansimando di nevrosi e piena di tic vorresti sbottare ‘E ti pare che sarei qui se non avessi il dannato ESTA?’ ma in realtà la respirazione è ok e non hai nessun tic – solo quello ci manca – e nella tua modalità passivo-aggressiva rispondi che “Sì, è qui, lo vuole vedere?”
“No, basta che ce l’abbia”
Ne avevi almeno venti copie in venticinque tasche diverse. Avevi più fogli che vestiti.
Povera, ti hanno tolto quei buoni dieci minuti di respiro e sfuggire di mente le grandi domande esistenziali che ti stavo ponendo, te le eri anche scritte su uno di quei fogli: ‘Ma in aereo mi faranno mangiare?’, ‘E tutti questi soldi spesi mi porteranno qualcosa di buono?’, ‘E quanto dovrò camminare?’, ‘Quanta autonomia avrà il mio cervello prima di vedere nero quando le persone mi faranno arrabbiare?’, ‘Non saranno mica invadenti questi americani?’.
Senza contare le mille storie terrificanti che ti avevano raccontato sui controlli a destinazione e già ti vedevi rinchiusa per sempre nel terminal, come nel film – prospettiva migliore e più accettabile della cella di Bridget Jones.
Dio. Rientrata nel gate sei andata in bagno e lo specchio ti ha restituito l’immagine di una persona che non eri tu. Perdonami se mi permetto: stamattina non ti eri truccata? E perché ti sei squagliata il mascara sulle guance invece di metterlo sulle ciglia? E quelle occhiaie quando sono uscite, di grazia?
Di grazia erano uscite dal tuo letto, lo stesso luogo dove avevi speso mesi e nottate a fare incubi sul tuo arrivo a New York tra biglietti dispersi e case non prenotate, sogni di viaggi in aereo senza destinazione e la città sempre irraggiungibile.
Ma adesso smettila di parlare in seconda persona che sembri di fuori veramente. Scrivi in prima che hai più possibilità di riuscita. Pazza.

Dai, alla fine non ti è andata male. L’aereoporto di Monaco ti è piaciuto così tanto che hai pensato che non sarebbe stato male passarci più dell’ora che ci dovevi trascorrere prima di prendere il fantomatico volo per gli States. Vedi, sei pazza, e devi solo dire grazie se chi ti circonda ti ama, e se davvero lo fa, non è certo per il tuo equilibrio. Che dovresti anche andare a vedere che significa “equilibrio” sulla Treccani, così capisci che le tue emozioni non dovrebbero tendere solo al nero o al rosso toro (se tutto va bene e il mare è calmo quel giorno).
E dì che la verità è che sapevi che a Newark il signore dei controlli ti avrebbe fatto il terzo grado ché non ci voleva credere che stavi andando da sola a New York, che non avevi un amico, che non avevi un parente. E tu ci hai pure provato a dirgli che era solo una luuuunga vacanza, ma questi americani così sospettosi pensano che ogni cristiano stia andando a cercare lavoro. Proprio a te, che stai così bene nell’Italia devastata. E quando ti ha lasciata andare pregandoti di stare attenta da sola in quella città immensa, vedi che è filato tutto liscio, con il treno fino a Penn Station e la metro fino a Bushwick. Il jet lag ti avrebbe devastato solo dopo, potevi essere almeno contenta di essere arrivata. Andava tutto bene e sapevi anche che non sarebbe potuta andare diversamente.

Sei stata tanto brava nei giorni che scorrevano in città, andavano relativamente veloci, erano più o meno facili, senza tristezze e senza nostalgie, nella totale dimenticanza di quello che non avevi accanto.
La città è stata molto previdente, e ti ha portata in braccio e ti ha accompagnata ovunque, forse non sempre nel momento giusto, a volte troppo in anticipo o troppo in ritardo, ma non aveva importanza, a te non è mai importato arrivare in tempo. A te piace arrivare al momento giusto, che poi non è il momento giusto, solo il tuo tempo giusto.

E ora davvero smettiamola con questa seconda persona singolare, che è anche simpatica, ma fino a un certo punto. Riprendiamo il racconto in prima persona. Fa molto meno borderline e tu in questo lungo racconto hai tantissima reputazione da perdere.

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2 pensieri riguardo “Dichiarazioni deliranti – in seconda persona – verso l’aeroporto di Bari”

  1. Brano veloce, scorrevole, incalzante in questo dialogo interno.
    prottagonista critica e severa che non conisce amore verso se stessa

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