Storia di una breve storia d’amore – 1 – Come tutto ebbe inizio nell’agosto 2016

Troppe lezioni da imparare, il difficile rapporto con le metro, le fiamme del Brooklyn Museum e un amore ancora non riconosciuto

E quindi sei arrivata a New York e quante cose belle hai imparato! Allora. Hai imparato che: il Jet lag rovina la vita e ti sei alzata per una settimana alle 3 del mattino ciondolando per l’appartamento come un elefante domestico producendo un cigolio inquietante e studiando ogni particolare della casa, che non erano nemmeno fatti tuoi e ancora non sapevi quanto in certe sere ti avrebbe lasciato di stucco. E ti sentivi in colpa ad aprire la doccia che neanche una grandinata su una lastra di alluminio fa così tanto chiasso. Anche il caffè era un problema, che avevi la caffettiera e la moka ma per qualche motivo, solo per il fatto di essere in America, Lavazza o non Lavazza, faceva sempre schifo. E quindi a un certo punto, hai mollato anche lì.
Poi, vediamo, hai imparato che la frutta si paga al pezzo, e di solito questo pezzo è un lingotto d’oro che ingurgiti anche se è disgustoso solo perché l’hai pagato e ora lo devi mangiare; hai imparato che essere scout non ti è servito a nulla, che non ti sai orientare e l’aiuto più grande che puoi dare al prossimo è non dargli aiuto.
Ma soprattutto hai capito che la metro non è cosa tua. Quante ore ci hai passato quel giorno nel cambio linea M da F? Tre? Dai, sii sincera, qui nessuno ti giudica. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma quale idiota nel mondo non riesce a capire che se devi cambiare linea non devi uscire dalla subway? Quale? Tu. Naturalmente, tu. E quindi è una storia d’amore mai decollata. Però, ora dimmi, dove mai hai fatto una sauna più bella e così tanto economica? Da nessuna parte, Roberta.
Sei un mito nei viaggi low cost.

Ah, e dov’è che volevi arrivare la prima mattina alle 10, massimo 10.30? A Dumbo? Scusa, hai detto Dumbo? Ah, e mi racconteresti l’esilarante storia di come invece sei approdata al Brooklyn Museum? Per di più, era solo a qualche fermata da casa tua dalla quale eri uscita alle 9.30. A piedi ci avresti messo 1 ora e 20 minuti, in metro sei riuscita ad arrivarci – chissà come – alle 12. Non te lo scorderai mai, non è vero?

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Però in effetti la verità è una sola: hai sempre saputo che fare programmi non è da te. E sii clemente con te stessa… sai, per quella faccenda del fuoco e delle fiamme per cui ti sei arrovellata per una settimana. Dove sarà successo? ‘In aereo, lo so che è successo in aereo!’. Non ti è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che forse – e dico ‘forse’ sapendo che potrebbe benissimo essere sostituito da una parolaccia – la colpa era tutta del bagnoschiuma che hai usato come se un domani in quella New York non sarebbe mai arrivato, solo perché sei un’ingenua. Non fidatevi mai dei bagnoschiuma esteri che si spacciano per neutri. Mai.

Vedere la Lower Manatthan dai piedi del ponte di Brooklyn ti ha sconvolta, borderline che non sei altro. E ti mettesti a sedere, che ci mancava il violino di sottofondo e saresti stata certa che non c’era niente di reale in quello che avevi di fronte. E non dimenticherai mai la giornata grigia di fine agosto, le nuvole basse e l’umidità a mille che tu e i tuoi capelli chiedevate pietà, anche se, ogni tanto, quel venticello… E la piccola spiaggia che puzzava da morire, ma il gioco di colori, e un flebilissimo sole dietro le nuvole faceva capolino a intervalli sempre più brevi, creando nuovi sbrilluccichii. E tutti quei luccicori e tutti quei grattacieli sullo sfondo che non sono nemmeno lontanamente come uno se li immagina, ti entrano dentro e ti spingono indietro e l’effetto è roba che toglie il respiro e che ferma il tempo e ti rimane impresso per sempre, così non lo puoi dimenticare. È come una maledizione, ormai ti ha presa e non ne uscirai più. Pretende di restare, si mette sotto la pelle riempie ogni spazio vuoto e finisce che sei a rischio di strappo, di rottura. Come quei dolori che sono un po’ un piacere. Quella vista fu un dolore e una gioia, una delle più violente della mia vita.
In Dumbo avevo individuato il posto dove mi sentivo più me stessa, ed era il posto in cui andavo quando quello che mi circondava non mi sembrava più familiare.

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E alla fine ce l’ho fatta ad arrivare alla prima persona. Nel mio tempo perfetto.

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