I poteri curativi di 30 chilometri di libri, la New York University, il pianoforte a Washington Square Park e tanto altro

Fantozzi si era reincarnato in me. La notte non chiudevo occhio perché faceva troppo caldo, e allora accendevo il Mostro: un aggeggio infernale dal rumore assordante ed era così potente da farmi preferire la doccia di sudore alla ventilazione aggressiva. Il risultato era la privazione del sonno, risveglio con violenti mal di gola. Alle cinque del mattino ero in piedi, con le occhiaie viola e gli occhi piccoli come dei semini di girasole.
Ero venuta a patti con le metro ma non l’avevo avuta vinta con il jet lag. Unico principale obiettivo appena sveglia era quello di riuscire ad arrivare con entrambe le gambe dall’altra parte del salotto, per mettermi seduta sulla finestra e aspettare l’alba e il risveglio lento del quartiere che era un conforto e immancabile rituale mattutino.
Ma il solo fatto che avesse smesso di piovere e fosse uscito il sole bastava a rendermi raggiante… per quanto il mio abominio fisico lo permettesse.

È vero che sole splendeva sulla città ma io cominciavo a sentire la stanchezza. Con lei arrivarono i picci (termine dialettale che si riferisce a un capriccio infantile) del caso, con tutto quel trottare e volteggiare per la città. Litigai spesso con me stessa e allo stesso modo ci feci pace. A volte non volevo sentire la città e allora camminavo senza guardarla e mettevo Gazzè nelle orecchie (che poi è stata la mia colonna sonora) perché se avessi potuto l’avrei fatta sparire. Se con me avevo deciso di non prendermela più, lei era l’unica che potessi mandare a quel paese quando ne avevo bisogno.

Trovavo la città meravigliosa e mi piaceva girarla.
Mi entusiasmavano le librerie e i librai, i muffin giganti, i cappuccini oversize, i grattacieli che non arrivavi a vedere la fine.
Le mie giornate diventavano sempre più normali, le modellavo come un cuscino su cui poggiare la testa, cominciavo a sentire me stessa, ma avevo problemi sentire la città sia nella testa e nelle gambe.
New York rimaneva solo una città come un’altra. E io desideravo che fosse molto di più di questo. Che ero partita a fare altrimenti?

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Quandi rumori e la folla diventavano troppo per me, mi infilavo nella Strand Bookstore, sulla Brodway all’altezza della 12th. La libreria che conta 30 chilometri di libri, 2 milioni di titoli – solo scrivendo queste cose mi esalto al punto che mi metterei a ballare per la gioia -, non ha solo ultime uscite e bestsellers, ma anche roba da intenditori, tanto che ci trovi anche esemplari da collezione che puoi perfino toccare, ma non lo fai per paura di sfiorarli con tocco elefantesco e ridurli in cenere. Per chi non ama la lettura ma va pazzo per i gadget non resta deluso. Io ci ho perso le ore tra le spillette.
Insomma, è così pieno di roba che sai mai da dove cominciare.

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La Strand conta tre piani divisi per argomento. Il piano terra, il primo piano e un piano interrato. Quello interrato è il mio preferito: perfetto per i tipici topi da biblioteca. Sembra staccato dal resto e ha dei corridoi labirintici da perderci la testa. Lì sotto verrebbe fuori un nascondino da urlo.
Andavo spesso a rintanarmi lì, senza nessun motivo in particolare, era solo molto silenzioso e a New York è difficile spegnere i rumori. Allora mi sedevo per terra a gambe incrociate e mi limitavo a fissare i libri che mi trovavo di fronte: storia, scienze sociali, politica e psicologia non sono mai stati la principale attrattiva del mio panorama letterario.

A chi è un po’ più normale il piano terra piacerà. C’è una zona centrale che ha le ultime uscite, i best sellers, e qualche stuzzicheria per ragazzi. Ci sono gli infiniti gadget: adesivi, toppe, quadernini, magliette, perfino calzini, zaini, tazze, e tantissime altre cose. È un po’ la zona in del negozio e anche social all’occorrenza. È anche la più frequentata e rumorosa quasi come se il traffico delle strade si fosse spostato lì dentro – sì, ok, sto esagerando -, ma è solo per porre l’attenzione sui corridoi strettissimi dove in alcuni casi non arriva un solo suono. E quando ero tra il sociopatico e il social, quindi mettiamo una via di mezzo, allora rimanevo al piano terra e mi mettevo a sedere con le solite gambe incrociate, sceglievo il libro del giorno e mi isolavo completamente. Se mi abituavo troppo al silenzio era un trauma ritornare al centro dove i rumori ti investivano e l’incanto era finito.

Vorrei dire qualcosa del terzo piano, ma onestamente non ricordo molto. Sono sicura che fosse interessante.

Mollare la presa su me stessa e i miei ritmi mi fece bene, ma mi rese anche vulnerabile. Dedicai la mattina a una lunghissima passeggiata e parti dalla 14th strada puntando verso Downtown, per vedere la New York University – a cui devo il mio ritorno ai libri – e attorno cui mi aggiravo con fare furtivo, ma lo facevo solo perché mi destabilizzava.
Passai da Whasinghton Square Park, con i prati ricoperti da un tappeto di gente, e la fontana che schizzava acqua ovunque, ma che di inverno è spenta e ti ci puoi sedere dentro, ci sono anche gli scalini. Nei viali del parco mi sono imbattuta in un concerto al piano. Di musicisti a New York ne trovi a ogni angolo, e sono tutti bravissimi, ma il pianista che porta in giro il suo piano con le ruote è a un livello superiore. Come tutte le cose improvvise, incontrarlo mi rese felice ed euforica.

Giracchiai nel West Village, guardai le stradine e le vetrine, le case e le scale antincendio, a cui mi appassiono come un aziano con i cantieri.
Studiai le palazzine, le macchine, i locali, i camerieri e i loro clienti.
Qualcosa dentro di me stava cominciando a muoversi e a premere per uscire scuotendo i lucchetti che si misero a tintinnare per mettermi in avviso. Gli ingranaggi erano in funzione. Stava cambiando tutto e non potevo saperlo.

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