Trovare Cocktown a Chinatown e altri… meeting

Passeggiate romantiche in solitaria; la Grande Fuga da China Town

La mia esperienza a China Town si può racchiudere in due sole parole: grande-fuga, che può essere considerata un’impresa alla stregua della costruzione della grande muraglia, dati gli sforzi che ho dovuto fare per raggiungere l’ingresso della metro, distante da me solo pochissimi metri.
Ma cosa, o meglio, chi mi tratteneva dal trovare la salvezza?
Gli incalliti venditori di China Town! Che poi si organizzano benissimo. Hanno una strategia straordinaria: vanno di sfondamento. Si mettono fuori in piccoli branchi formati da donne, come le ziazine di paese, una di loro attacca a parlare, aggressiva e decisa, l’altra ti ha già afferrato. A quel punto se hai familiarità con Chuck Norris ne puoi uscire vivo… se non ce l’hai e hai intenzione di passare per China Town… bè ti coniglio di rivedere qualche episodio di Walker Texas Ranger prima di andarci.
Ma grazie a China Town ho dato un “volto” la città di Coketown di cui Dickens parla in Hard Times (ottimo libro, lo consiglio).
Vabbè, quindi no. No, non mi è piaciuta proprio. Tutta grigia – io la ricordo grigia – con le nuvole basse. Magari invece c’era un sole che spaccava le pietre, ma il mio cervello non lo ha immagazzinato.

Potrei parlare per ore di tantissimi fatti, ma è chiaro che amassi solo una cosa: camminare. E quindi, dopo la breve esplorazione per China Town passai per Astor Pi, Noho. Arrivai alla Ave A e a Tompkins Square, poi di nuovo su per Columbus park, Tribeca, Little Italy, Soho, Prince Street e poi su, per la NYC University, West Village, l’inquietantissimo Chelsea Hotel e Medison Square park fino all’Empire. Una traversata che a leggerla sembra di stare sulle montagne russe – assicuro che è eccitante allo stesso modo.

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So che questo è un modo molto poco convenzionale di vivere una città, ma è l’unico modo che conosco io. Vedi la gente, guardi dove va, cosa fa, le scarpe che indossa, cosa mangia e poi, se ti capita, ci parli. Le storie delle persone sono straordinarie e arriva sempre una su tutte che può cambiare una giornata.

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Aveva la stazza di un carro armato, la pelle scura e gli occhi spenti. E ricordo che pensai che nessuno merita uno sguardo del genere, soprattutto un ragazzo così giovane. Voleva un dollaro, ma io ancora non mi ero abituata alla velocità delle loro frasi e allora gli chiesi di ripetere e gli spiegai che non parlavo un inglese eccezionale. Naturalmente non mi credette a causa della sicurezza della mia pronuncia, dovuta al fatto che non facevo altro che dirlo. Ma questo, lui, non poteva mica saperlo. Allora piantò gli occhi sul mio libro… in inglese. E io che non mi giustifico mai, sentii la necessità di farlo con lui.
“Sto cercando di imparare” spinsi il libro nella sua direzione. Lui abboccò. E poi si zittì. Oh, e rimase zitto e in piedi a guardarmi per un bel po’. Fino a che non scelse l’approccio che gli era più congeniale: spiegò a gesti e io scoppiai a ridere.
Mi stava prendendo in giro… e quindi niente, lo avevo conquistato.

Gliel’ho dato il dollaro alla fine. E lui si è girato e se ne è andato. Non mi ha né detto grazie, né ciao. E un po’ ci sono rimasta male perché, dico io, almeno salutami. Ma ero andata oltre e avevo ripreso la mia spasmodica cerchiatura delle parole inglesi che non conoscevo.
Ma… eccola di nuovo la sua manona. Era tornato e mi aveva portato un caffè. Che aveva comprato con i soldi che gli avevo dato.
E io, che in ogni caso ho sempre qualcosa da dire, adatta al contesto e pertinente, rimasi senza parole. Non gli dissi nemmeno che il caffè americano mi fa schifo, perché lui con quei soldi poteva farci quel diamine che voleva. E li aveva usati per prendermi un caffè.
Gli chiesi se voleva sedersi con me e lui niente… oscillò da un piede all’altro e mi domandò se era vero che stavo cercando di imparare l’inglese da sola, leggendo. Risposi con la solita alzata di spalle piena di rassegnazione.
Aiutami con la pronuncia, gli dissi.
Leggi, mi ripose e si mise a sedere.
Lo feci.
Fai schifo, fu la sua conclusione.
Va bè, aveva ragione.
(Mo, sembra una poesia)

Comunque.
Vorrei dire che è rimasto con me tanto tempo, invece no, forse neanche roba di mezzora. Vorrei dire che abbiamo passato chissà quanto tempo assieme, che ora so tutto di lui e di quello che gli è successo, ma no, si trattò di poco. Lo incontrai di nuovo il giorno dopo, ma appena mi vide, prima ancora che potessi chiamarlo – perché io volevo chiamarlo – mi girò le spalle, ma non tornò con il caffè. Non tornò affatto.

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