La Grancia, magia inaspettata in una giornata come un’altra

Sapevo che avrei passato una bella giornata al Parco della Grancia. Sapevo che mi sarei divertita o avrei trovato il modo di farlo assieme ai miei amici.
Sicuramente non pensavo di tornare a casa con una paresi facciale da contentezza perenne.

Mi sono approcciata alla giornata come mi approccio a ogni cosa, senza preparazione, senza sapere bene dove sono o come ci sono arrivata.
Questa volta più delle altre: non avevo bisogno della minima concentrazione richiesta, perché avevo l’agente di viaggi, Lydia, super organizzata.
Seguita dalla solita domanda: mi ucciderà oggi?
Bè la buona notizia è che sono ancora viva e la nostra amicizia è salva per il momento.

Per chi non lo sapesse, i paesaggi della Basilicata possono essere indimenticabili e possono tenerti con il naso attaccato al finestrino per tanto tempo, in totale conteplazione.
Distese geometriche di terra lavorata e rivoltata, gialla di paglia e nera di bruciato. Terra rossa e argillosa.
La strada non è il massimo, ma tutti i luoghi impervi hanno qualche bellezza da nascondere e uno se la vuole raggiungere, deve pur guadagnarsela.

Il gioiello di questa storia è il parco della Grancia.

Lascia la macchina, attraversa il passaggio magico ed entra nell’Ottocento.

La festa è popolare, e il fascino che esercita è tutto lì.
Figuranti, scenografie, colori, animali, profumo di fieno e costumi del tempo.

Un piccolo giro di esplorazione è necessario, soprattutto per capire cosa mangiare a pranzo – almeno per quanto mi riguarda.

IL CIBO

Entra nella Taverna di Posta, riproduzione di quelle del passato, dove c’è chi ti racconta qualcosa della storia dei banditi e ti mostra cimeli e documenti suggestivi e interessanti. L’atmosfera è cupa, anzi, no, è soffusa ed è misteriosa.

Esattamente come dopo aver visto un film particolarmente ben fatto sulla criminalità, all’interno della Taverna, oltre che mangiare, cerchi di capire riorganizzare la tua vita da Brigantessa, preferibilmente hippie.
A questo punto, credo di aver perso – qui come il altri casi – parte della spiegazione, troppo presa da ogni oggetto della stanza, della serie “potrei decidere di toccare tutto quello che c’è qui dentro”.
Esattamente come un bambino, chiamando a gran voce la mia amica – che da oggi in poi tutti noi chiameremo Zia Lalli – per mostrarle con il dito indice ogni oggetto che ai miei occhi poteva sembrare particolarmente interessante.

Nell’elencazione del menu pieno di sostanziose proposte di cibo tipico del tempo, alle 11.45 del mattino avevo già fame da morire.
Avete sentito mai parlare di formaggio di cipolla? Io sì, e mi è sembrato fenomenale, solo che sulla scia del bambino di qualche rigo fa, l’ho dimenticato poco dopo – il mio amico Ettore ha provveduto ad assaggiarlo forse a merenda – non appena ho avuto a che fare con il Cenacolo, da dove più tardi avrei avuto un panino gigante con la salsiccia, melanzane e zucchine.

LA FALCONERIA

C’è una piccola arena che sembra scavata tra le montagne. Io ero ancora distratta dal menu di qualche minuto fa e non mi ero accorta delle esclamazioni sorprese dei miei amici, né avevo capito che era in atto una caccia straordinaria. Poi, per poco un rapace non si impigliava tra i miei capelli – e non sarebbe stato in effetti un dramma per nessuno dei due.
Ecco.
Lì ho capito che eravamo vicino alla Falconeria.

Accoglie una serie di rapaci di diverse dimensioni e generi: aquile, falchi, civette, gufi, barbagianni, cicogne.
Si parla di un’apertura di ali di circa due metri per le cicogne. Mi ha fatto deprimere parecchio questa notizia, il mio pensiero è volato – per l’appunto – all’altezza mie e delle mie amiche.

I Falconieri hanno una delicatezza straordinaria nell’approcciarsi a questi volatili. I loro movimenti sono calmi e amorevoli e sembra che non li tocchino mai davvero. È come se li sfiorassero appena.
Non lo so. Non so spiegarlo bene, ma ho pensato che possa trattarsi di una cosa molto simile all’amore. O alla fiducia.
Cioè, non si tratta di tenere qualcosa, si tratta di sapere che è lì, e che ci resterà. O che nella porzione di mondo che è evidente che li unisca, ci sia spazio per tutti e due.
Ogni volta che li vedevo scivolare via dal guanto mi stupivo che tornassero – pur essendo certa che lo avrebbero fatto.
Non avrei mai smesso di guardarli lavorare.

La vera star, che poi è anche il mio preferito – un po’ il preferito di tutti, in realtà – si chiama Ciro, dal becco che cambia colore rispetto all’umore del momento. Era bianco mentre lo fissavo a un palmo dal suo straordinario becco, e pensavo che anche io avrei voluto un becco cangiante. Sarebbe uno strapotere incredibile.

LABORATORI, SPETTACOLI E ALTRO

Le attività e i laboratori iniziano a partire dalle 15.00 con delle rappresentazioni pensate per adulti e bambini.
La storia del Monacello è simpatica. Salta tutto il tempo, a guardarlo mi stancavo io. Non ha fatto altro tutto il giorno. Avrei dovuto fargli i complimenti, perché neanche con la preparazione atletica di un anno avrei potuto correre su e giù per quelle salite, e rimanere di ottimo umore tutto il tempo.

Il parco cominciava a popolarsi e lui, instancabile, correva ad accogliere le persone. Nel frattempo faceva anche qualche puntatina sul palco dove si stava svolgendo una storia che ho seguito a tratti, perché tra un vino e un asinello non riuscivo a stare dietro a tutto.
Nemmeno a Zia Lalli e al pony che ha sfamato come sfamerebbe noi le domeniche a casa sua.

Se le figure maschili sul brigantaggio hanno la loro importanza, spazio viene dato anche alle donne.
In un monologo di Filomena Pennacchio, veniamo a sapere la sua storia e la sua vita.
E lì, diciamo, che ho rinunciato definitivamente alla possibilità di rifarmi una vita da Brigantessa.

Quando è arrivato il tramonto il parco era affollatissimo, così come l’area della cena. Si è dato vita a una pizzica – sempre che pizzica fosse – e la gente suonava e ballava ed era divertente da morire.
A quel punto mi sono resa conto del dolore alla mascella dovuto alle risate della giornata.

LA STORIA BANDITA

E dopo cena ecco il momento più atteso. Alle 21 circa ha inizio La Storia Bandita.
Spettacolo fatto di luci giochi pirotecnici, spari che ti esplodono quasi nel petto – e risparmierò la mia esclamazione di sorpresa al primo, inaspettato.
La natura in tutto questo spettacolo fa da padrona.
Le proiezioni sulle montagne sono suggestive, proprio perché il tutto si muove sul loro sfondo. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una luna arancione e bassa che completava una cornice perfetta, in mancanza di tante stelle.
I giochi di luci e di fumi, di personaggi nascosti nell’ombra lo rendono, forse, uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto.
Non puoi fare altro che lasciarti prendere, non ti resta altro che star fermo, mentre la storia si ripete sotto i tuoi occhi.
E si ripeterà ancora.
I figuranti si spostano nel loro spazio o arrivano al galoppo, le musiche tuonano, le luci continuano a giocare, i fumi salgono e tu sei in mezzo alla natura.
Cosa c’è di più perfetto?

E prima che questa mia storia diventi troppo lunga e noiosa vi lascio qualche link:

Il Programma della giornata proprio QUI.

Info sul biglietto di ingresso potete trovarle QUI.

La Grancia sarà ancora aperta il 16-23-30 settembre.

E io consiglio vivamente di partecipare.
Almeno una volta nella vita, lasciatevi rapire da tutto questo.
Mangiate, ascoltate e smettete di farlo, fantasticate, guardate i falchi, giocate con i vostri amici, passate una giornata straordinaria, perché è quello che avrete al parco della Grancia.
Sempre che andiate con le persone giuste.

Tutte le foto di Lydia Melchiorre (Instagram: aportatadimondo_lydiamelchior).
Sempre più spesso compagna di piccole avventure.

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