Letture da viaggio e non… (a cura di) Graziano dell’Anna – La vita sobria

Quando un amore sboccia e cresce grazie a una birra

Ci sono amori che sbocciano all’improvviso e poi non te li levi più di dosso. Questo non è uno di quelli che tormenta, si tratta di qualcosa che dimentichi e poi ricordi, sempre con tanto…amore.

La mia passione per la Neo Edizioni nasce nel 2015, al Buk Festival di Modena ed è sbocciato grazie a una birra.
Non è una cosa eccezionale?

Volevo la birra e ho preso il libro. è il ragionamento più matematico che abbia mai fatto. Cielo, chi mai ti regala una birra in cambio di un libro? Non potevo, non dovevo, tirarmi indietro.
Così bravi che gliene ho svuotato le tasche al loro stand quel giorno.
Sono passati 2 anni e ancora sto lì a comprare i loro libri: guardate come una birra può fidelizzare e conquistare una ragazza in due secondi.
Loro avevano un fantastico apri bottiglia, ma io avevo il mio anello, l’unione poteva funzionare alla grande.

Ma poi, che vi devo dire, hanno delle copertine straordinarie.

Non li ho mai dimenticati e li amerò sempre.

Ma veniamo a noi.
Scritti ubriachi è spudorato, forte, folle, divertente, ironico. Ed è disperato e malinconico.
Raccoglie dieci racconti di dieci autori italiani. Alcuni li conoscevo, come Paolo Zardi, candidato al Premio Strega e superato da Nicola Lagioia nel 2014, su cui ho dovuto condurre successivamente studi approfonditi non ancora conclusi.
Altri li avevo sentiti nominare, avevo letto qualcosa di loro sul web o giracchiando tra le piccole e medie case editrici, come ogni tanto mi piace fare. Ma quello che mi ha stupita di questa raccolta (e io non riesco a stare molto dietro alle raccolte di racconti, è la produzione femminile.

Mia madre aveva allungato il latte col bourbon, la mia riluttanza al pianto era chimicamente indotta. Ci scherziamo sopra ogni tanto, quando esco da una clinica.
(Jat Lag, Claudia Durastanti)

Mia madre non vorrebbe mai che scherzassi così con lei. Per di più sapete che storiaccia appena leggerà il titolo del mio post, posso già immaginare la riunione di famiglia che convocherà quando vedrà una bottiglia sulla copertina del mio post. Forse dovrei avvisarla. O forse no.

Adoro le donne spudorate e ironiche.

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Letture da viaggio e non… Storie della buonanotte per bambine ribelli

Copertina avvenente, riuscita, calda e bella. Accogliente e accattivante. L’idea di mettere insieme storie di 100 donne straordinarie è bellissima.
Insomma, un lettore inesperto lo troverà un gioiellino di rara bellezza.
Peccato che sia proprio così.

Prima di tutto non bisogna fidarsi mai nè della troppa pubblicità fatta su un certo prodotto, nè della Mondadori – ce l’ho su con loro da quando hanno trascusato i centomila refusi sul Circolo Pickwick, che considero un’offesa personale e non perchè Dickens me lo sono tatuato.

Mi sono approcciata al libro leggendo le storie prima di andare a dormire, ogni notte per circa due settimane.
Sistemavo cuscino e tutto, lampadina, occhialetto da vista e partivo – giusto per la cronaca: io ho 26 anni.

Come dicevo prima qualche dubbio l’ho avuto da ancor prima di prendere il libro, per il quale ho scelto di usufruire di uno sconto per non sentirmi troppo ferita dopo. E solo io so quanto ho fatto bene.

La questione è che non è che questi racconti diano proprio di storie da C’era una volta, nel senso: le raccolte di fiabe di Calvino sono fiabe. Queste sono solo brevi biografie, a volte arrangiate, più adatte a me e alla mia amica Maria che a un bambino o una bambina ribelle. Non so nemmeno quanto siano verificate le fonti da cui sono state attinte le informazioni di quelle donne che sono vissute tanto, ma tanto tempo fa.

Io ho a che fare con i bambini e ho preso questo libro pensando che avrei potuto usarlo in qualche modo, insomma, sarebbe stato bello poter leggere loro queste storie prima di andare a dormire… ma… ma… no, non mi convince affatto.
Anche il linguaggio non è propriamente quello di una favola, dove sta la fantasia, la favolosità di queste fiabe? Dove sono i termini inventati e queste cose così?
Le filastrocche, le melodie che immagini? Non c’è parola che ti tira la vocina o il canto di Raperonzolo, e a me piace tanto cantare.

Sono piccoli testi che si esauriscono subito e c’è ben poco che potrebbe attrarre un bambino. A me personalmente non è che dispiacciano tanto, ma cielo, ripeto, ho 26 anni.

Credo di concludere il tutto con una bocciatura senza rimandi.

Letture da viaggio e non… Federico Pace – Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ho aspettato e desiderato fortemente questo libro. L’ho rincorso, l’ho cercato online e mi è sfuggito. Ho mandato mio fratello in avanscoperta per sapere se nella libreria vicino casa lo avessero.
Ne era rimasta una copia.
Dovevo averlo.
A tutti i costi.
Naturalmente quando sono arrivata nessuna delle gentilissime commesse sapeva che fine avesse fatto, e a un certo punto si sono anche ‘dimenticate’ che mi avevano messa lì ad aspettare. Per fortuna, invece di uscire i denti, ho fatto spuntare un angelico sorriso: “La prego, voglio-quel-libro-adesso” spalancando gli occhi come una psicopatica degna di un film di Tim Barton.

La quarta di copertina cattura immediatamente: è un estratto dell’introduzione appassionante che non permette di scostare gli occhi altrove.

Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va altrove che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo

Cosa c’è di più soddisfacente di leggere qualcosa per cui non hai mai trovato le parole?
Ho pensato: ecco quelle che io non so usare per descrivere il modo in cui mi fa sentire viaggiare.
Quando qualcuno parla per te ti senti capito, tranquillo, vai liscio come l’olio. E io ci sono andata così liscia e sicura che non avevo dubbi sulla passione con cui avrei adorato Controvento.
Ma sono scivolata.

Dopo l’introduzione tutto aveva perso di spessore. I racconti non mi stavano piacendo e iniziavo a spazientirmi: perché in Nostalgia della foresta non ho il terrore dei due diamanti che scintillano nella notte più nera e che sembrano essere occhi di giaguaro?
Dov’è la mia passaporta? Dov’è il mio mondo fantastico? Portami sugli aerei, portami nel deserto, portami sulle navi!

Mi stava perdendo, ma io avevo il dovere di finire quel libro, di dargli una possibilità, non potevo semplicemente chiuderlo e andare avanti. Dovevo dimostrare di avere avuto ragione o di avere torto sul motivo per cui avevo voluto così fortemente.
Ho dovuto cominciare a prendere in considerazione l’idea di aver assunto una posizione un po’ estrema, e ho intrapreso la caccia al commento. La maggior parte erano buoni e privi della catastofica delusione di cui mi sentivo vittima.
Poi ho allontanato il libro, sbirciandolo ogni tanto da lontano per un paio di giorni. Ci ho dormito su. Poi sono tornata da lui.
Sembro psicopatica?
Lo sono.

Cosa mi aspettavo? Le risposte a tutte le mie domande? Mi aspettavo che Pace mi avrebbe servito su un piatto d’argento le parole che io non sapevo mettere insieme? Quello di cui sono sicura è che volessi con tutta me stessa che questo fosse il libro della mia vita, ma dovevo rivedere le mie aspettative e, santo cielo, umanizzare questo libro e il suo autore.

La verità era che volevo uno specchio che mi rimandasse un riflesso, ma non mi restava che pulire quello che mi trovavo di fronte.

Piano piano ho messo insieme i pezzi: è stata tutta colpa dell’introduzione così piena di passione, di fuoco. Ed era così ben riuscita perché veniva direttamente dallo stomaco di Pace. Ho spiegato a me stessa che le pagine iniziali erano parte della sua storia, mentre agli altri racconti stava prestando solo la sua penna.
E quindi ho capito: ho capito che il suo è stato proprio un compito ingrato: come fai a mettere il fuoco in qualcosa che non hai vissuto tu?.
Bè, non puoi, ma sicuro puoi fare del tuo meglio. E Pace ha fatto molto più del suo meglio, ha fatto un ottimo lavoro.

La sua scrittura è poetica, continua, veloce e poi lenta, segue il ritmo di ogni racconto e si adatta a ogni nuova vicenda e personaggio. Si adatta al mare e ai viaggi in auto, si adatta alle costruzioni di città mai esistite prima. Pace ha il tempo di un racconto breve: poco spazio, poche pagine. Deve fare un elenco delle priorità.

Continuo a pensare che la prima parte – fino più o meno a metà – sia un po’ debole. La ripresa inizia da La tempesta e la felicità, con Einstein che abbandona la sua terra nel pieno della Seconda Guerra, e non sa ancora che non tornerà mai più a casa, ma il suo corpo sì, e ne soffre.

Attraversare l’oceano è il gesto più risoluto che si possa compiere. Frapporre tra sé e quel che è stato uno spazio infinito e maestoso. Quando lo si fa, niente rimane come prima. Niente può rimanere immutato. Ma il primo passo assomiglia ad altri passi, ad altre partenze. Non svela ancora quello che verrà dopo, cosa cambierà.

Il cammino continua con la poesia di Staccarsi da terra, dove il viaggio è quasi immediato, e non si ripeterà mai più.

E ora è il momento di tirare le somme, e io in questo percorso mi son persa e ho perso fiducia, poi mi sono ritrovata e ho adattato a questo quello che stavo cercando.
È ancora vero che avrei voluto qualcosa di estremo, di più intenso, di passionale.
Mi ero sbagliata, e a volte capita, anche con i libri.
Ma quello con Pace è un viaggio che può valerne la pena.
Fate questa esperienza, camminate anche voi lungo 167 pagine e se vi va tornate a dirmi cosa avete trovato.

Incontrare Picasso nei corridoi del Guggenheim Museum, New York

Il mio rapporto con l’arte è molto problematico. Per me un quadro è sempre solo un quadro. Non capto energie, non capto sentimenti. Insomma non capto proprio niente.
Poi, però, ho incontrato Picasso al numero 89 della Quinta strada.
E mi sono innamorata.
Sì mamma, ancora una volta di una persona morta da parecchio tempo.

A New York i musei non sono gratuiti, e non sono economici.
Se sei il solito squattrinato, puoi scegliere di visitarli in certi orari dove è previsto l’ingresso libero o un costo ridotto. Altre volte è possibile fare un’offerta.

La mia permanenza in città è stata tutta un caso, come fu un caso la mia entrata al Guggenheim per 15$, solo perché un’area del museo era chiusa, altrimenti gliene avrei dovuti lasciare 25 di dollari.

Insomma, gironzolavo da quelle parti e mi avevano detto che era un museo bellissimo, già che c’ero potevo dare un’occhiata. Dopo aver fatto il mio pic nic a Central Park, ho attraversato la strada per raggiungere la struttura che ha tutta una sua simbologia: la spirale e l’infinito. Vale per per i piani su cui si sviluppa e vale anche per le scale: puoi guardare indietro come e quando vuoi. Con tutte le vie di fuga del caso.
Il bianco fa sembrare lo spazio molto più grande di quanto non sia, e il silezio è surreale: non consiglierei mai di andare nei momenti affollati altrimenti non ti godi nulla.

Anche con i musei i miei rapporti sono altalenanti, più per le restrizioni che impongono che per altri motivi: rispetta le linee, non guardare troppo a lungo, non sostare troppo a lungo, mantieni una certa distanza, numeri di respiri da fare e quanto profondi.
Forse, infondo, si tratta soprattutto di una questione psicologica del tutto personale.
Eppure questo posto così bianco è anche il luogo che ha cambiato il mio modo di percepire l’arte.

Ci stavo provando a capire la faccenda emozionale dei quadri: ho guardato ogni stanza due volte, lo giuro. Mi sono anche fatta sgridare perché ho sospirato più delle volte consentite, ma continuava non succedeva niente.
In ogni museo in cui ho messo piede, ho sperato di capire questa cosa, e ogni volta ne sono uscita delusa.
Ma poi.
Poi ho guardato La donna dai capelli gialli.
Sapete quando riuscite a individuare il preciso istante in cui capisci e cambia tutto?
Stava per accadere anche a me.

La chioma bionda, il corpo arrotondato e lilla – scusate non sono una critica e i più sensibili perdoneranno la mia rozzezza e la mia ignoranza sulla giusta terminologia da usare. Questa donna bionda è bellissima e io non ho mai pensato il contrario.
Temo che a un certo punto mi sia scappato uno sbadiglio, di quelli che non ti metti neanche la mano davanti alla bocca, incroci le braccia e ti chiedi quanto in profondità il quadro abbia potuto esaminare le tue tonsille.
Però, dopo uno sbadiglio, è anche più facile che gli occhi siano più aperti, e io ho questo vizio che quando guardo qualcosa che non capisco inclino leggermente la testa, prima a destra e poi a sinistra.
Tutto molto lentamente.
E nel chiudere la bocca, nell’aprire un poco di più gli occhi, nell’inclinare la testa e quindi cambiando il mio punto di vista, capii il trucco di Picasso. Scoppiai a ridere forte e mi beccai la sgridata dalla donna in nero.
Vorrei aver mostrato a lei le mie tonsille.

Poi sono passata alla tristezza della tela Donna che stira, mi ha contagiata al punto che ho dovuto sedermi. Ho smesso di guardarla per paura che mi facesse dimenticare la risata di prima. Quindi mi sono alzata, sono tornata dalla donna con i capelli gialli, e dopo un pochino, di nuovo, dalla donna con il ferro da stiro.

Non so se il Guggenheim sia un bel museo, se merita la fama che ha, ma di sicuro, è stato interessante farci una capatina.
Magari meglio il sabato, quando dalle 18.45 alle 19.45 l’offerta è libera e voi potete lasciare anche solo 1$.

Letture da viaggio e non … Safran Foer – Ogni cosa è illuminata

Una foto in mano e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Storia vista e rivista?
Certo.
Aspetta, non scalpitare come un cavallo che vuol passare avanti.
Dicevo.
Un’immagine e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Il ragazzo che ha in mano la fotografia è americano ed è uno studente ebreo: sta cercando la donna che ha salvato suo nonno dai nazisti. Ma per farlo deve arrivare in Ucraina. Ha bisogno di una guida, e ha bisogno di un traduttore.
Che problema c’è? Può rivolgersi all’agenzia “Viaggi Tradizione”: è di proprietà della famiglia di Alex.

Alex non è che conosca benissimo l’inglese, in realtà non gli va nemmeno a genio l’idea di fare da traduttore, ma suo padre… bè suo padre non è proprio un uomo a cui si possa dire di no.

Il piano è questo: Alex intratterrà lo studente e suo nonno che “conosce” molto bene il territorio, guiderà la macchina.
Ah, un piccolo dettaglio: il nonno è cieco, o meglio, crede di esserlo. Ha perfino un cane guida, si chiama Summy Davis Junior. Summy puzza ed emette flautolenze a intervalli regolarissimi.

Bene, i personaggi sono quelli che sono… interessanti vero? Ancora non avete visto niente. Non siamo neanche alla punta dell’iceberg.

Il mio nome per la legge è Alexander Parchov. Ma i tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo […] io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. Ho avuto una baldoria di ragazze, credetemi.

È chiaro che qualcosa nel suo racconto non torni, e apparirà sempre meno probabile man mano che andrà avanti.
Infatti la storia continua e Alex si svela e si sgonfia, mollerà la presa sul personaggio che stava costruendo e diventerà l’eroe della sua storia… anche se non lo saprà mai e continuerà a chiamare eroe il suo amico, lo studente.

“Io ho osservato l’eroe che aveva fiumiciattoli che discendevano dalla sua faccia e volevo mettergli la mano sulla faccia per essere una protezione per lui.

Io non ho detto niente, come per dirgli che lui doveva andare avanti. Questo alle volte era difficile, perché esisteva tanto tanto silenzio. Ma io ho comprenduto compreso che il silenzio era necessario così lui parlava. […] Con il mio silenzio ho dato spazio a lui da riempire. “Provavo pace e sicurezza. Capisci? Una pace e una sicurezza vere. Io le provavo.” “Sicurezza e pace da che cosa?” “Non so. Pace e sicurezza dalla mancanza di pace e sicurezza.” “Questa è una bella storia.”

Manca ancora un pezzo, perché questo non è solo un viaggio esilarante attraverso l’Ucraina di quattro (tre più il cane) strambissimi personaggi alla ricerca di qualcosa, è anche una lunga lettera d’amore e di amicizia. È anche il racconto di un villaggio ucraino a partire dal Settecento, fino alla sua distruzione, a opera dei nazisti.

Alcune cose prima di andare:
(1) Non sarà sempre facile leggere e andare avanti, ma se ci riescono i protagonisti non vedo perché tu non ce la possa fare. Accompagnali.
(2) Questo non è un romanzo felice, anzi, è molto, molto – davvero molto – triste. E con questo non voglio scoraggiare alla lettura, solo sollevare il lettore, perché (3) quello che ruota attorno alla tristezza è anche il motivo che la combatte, a partire dalla forma del racconto che è tanto inusuale da essere comico. Ti tiene incollato lì. Continuerai a leggere, anche solo per scoprire se, prima o poi, Alex imparerà a scrivere bene.

E tutta la confusione che trasuda da questo post è solo parte del piano di Safran Foer per non farci alzare il naso dalle sue pagine e di cui cerco di entrare a far parte a sua insaputa.

Ora a me non resta che dire che, lettore, la scelta è tua.
Ma poi dimmi se non ti è piaciuto e non avevo ragione!

Rinunciare a viaggiare da soli, significa rinunciare a una parte di se stessi

Sei la persona più importante della tua vita, te ne rendi conto? Non rinunciare a partire per paura di stare solo, di non riuscire a organizzarti, di perdere aereo, treno e autobus, di non fare in tempo, per paura di una lingua che non conosci o non conosci benissimo. O peggio, non rinunciare per paura di annoiarti.
Non te la prendere se ti dico che sono tutte grandissime baggianate: è solo timore della mobilità.

Non fare lo stupido, se l’hai pensato lo puoi anche fare.
Non raccontarti la bugia dei soldi, bevi una birra in meno e metti un euro al giorno nel salvadanaio. Io ci ho messo due anni per riuscire a comprare solo il primo biglietto, metto da parte ogni singolo centesimo e, nonostante questo, arrivo al giorno della partenza sempre con l’acqua alla gola, eppure mi è sempre andata alla grande. E no, non è fortuna, la fortuna non c’entra niente. Sii oculato, non spendere e spandere, piuttosto guarda la bellezza che ti circonda. Parti in estate, autunno o primavera, cammina 10 km al giorno e vedi chi incontri al prossimo angolo, e va benissimo anche la scrosciata d’acqua, se poi ti fa vedere l’arcobaleno sulla Quinta Strada dalla Public Library.

L’inatteso meraviglioso può anche prendere le sembianze di uno spettacolo improvvisato, o di una donna con così tanti nastri nei capelli che il viso non riesci a vederlo. Potrebbe anche solo essere un concerto gratuito, o la chiacchiera sulla panchina, leggere un libro in riva al lago.
Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.

Non trovare tutte le giustificazioni possibili: non è il momento, ora non ho tempo, lo avrò in futuro. È una bugia. Devi farlo nel momento stesso in cui cominci a pensarlo. Non progettarlo nemmeno. Prendi un volo che parte tra sei mesi e poi ci pensi.

Inizia dal basso, vai in un posto vicino casa se è la distanza che ti spaventa, resta quattro giorni, ma non rinunciare a te stesso e alla straordinaria avventura che ti aspetta.
Trova il tuo limite. Superalo, e fallo con stile.

Il viaggio ti mette a distanza da te stesso, così puoi guardarti da lontano. E solo dio sa quante cose scoprirai.
Io mi sono divertita da morire, e non perché sono particolarmente simpatica, ma perché tutte le cose assurde che mi succedevano, le accoglievo a braccia aperte e senza alcuna paura.

Adesso, sperando di non annoiarti ti racconterò di come il mio mondo si sia rovesciato, augurandomi che ti spinga a rovesciare il tuo.

Mi sono lasciata in pace. Ho pacificato una parte di me stessa che mi implorava di smettere di massacrarmi.
Vivo meglio, ho addobbato la mia gabbia, e so che il mio prossimo viaggio mi aspetta e non sarà mai pronto fino al giorno prima di prendere l’aereo.

Ho smesso di guardare ossessivamente l’orologio che da quasi un anno va sette ore indietro.
Ho smesso di essere puntuale con tutto e con tutti. Sono meno rigida.
So che nel momento che sto vivendo sono perfetta così, e lo sarò fino al prossimo cambiamento, e anche allora troverò la mia perfezione.
I problemi li posso affrontare con serenità.
Ho scoperto che sono resistente, che camminare mi piace tantissimo, ho scoperto che nel panico posso restare perfettamente calma e lucida. Ho scoperto che sono libera.

Che basto a me stessa l’ho sempre saputo, ma provarlo sulla pelle dà un sapore estremo di libertà.
Quando da buon cavallo a briglia sciolta mi manca il respiro in questi spazi così piccoli, li amplifico nella mia mente, e posso farlo perché ne ho visti di infiniti. Poi, però, mi capita anche di guardare il cielo di casa e di rendermi conto che alle volte è bello come quello dei posti che ho visto.
La magia è dietro l’angolo, arriva sempre, arriva ovunque, come la gentilezza.

La paura è solo un campanello d’allarme che avverte, ma non segna una linea di confine che ti protegge dal baratro.
Il viaggio non è un baratro, e non è nemmeno un punto di arrivo, né di partenza.
È un lancio nel vuoto dove ti è permesso avere paura, consapevole del fatto che cadrai in piedi.
Non rinunciare alla strada, e non rinunciare a te stesso, a conoscere la parte più brutta di te, perché forse è la più bella e tu non lo sapevi.

Come ti approcci alla valigia? Pillole di esperienze piene di creatività

In questo post esamineremo diverse situazioni e cercheremo di arrivare a capire quale tra tutte e la migliore, e io non piloterò in alcun modo il risulato.
Vi racconterò delle mie divertentissime esperienze con le valigie, o bagagli – o per lo più borsette – che ho testato nei vari viaggi.

Oddio: adesso esplode. Ecco quello che ho pensato mentre, bianca come un cencio, non riuscivo a fare altro che fissare il mio zainetto nero la mattina prima di partire alla volta degli States.
A me piace viaggiare leggera. Ma forse la soluzione che avevo trovato era un po’, diciamo, estrema.
E ora so che vi state chiedendo: ma se il tuo biglietto areo prevedeva bagaglio a mano da 8kg, bagaglio da stiva da 21kg, e un altra piccola borsetta, tu, per l’amore del cielo, perché sei partita con lo zainetto?
Eh, perché?
Perché.
Andiamo, io sperimento. Lo so: mi giustifico sempre così, ma che vi devo dire, è ovvio che sono poche le cose che faccio con cognizione di causa.

SITUAZIONE ZAINETTO – New York – agosto 2016 – 27 giorni di agonia sotto 35°, ma 40° percepiti – bellissimo.

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Quattro canotte, un pantalone lungo, una felpa, un pigiama, necessario per lavarmi, 2 quaderni, 10 penne – non sia mai finiscano all’improvviso, come se in America non ne vendessero -; adattatori acquistati alla modica cifra di 1,90€ da Leroy Merlin – non lasciatevi fregare da quelli che ve li vogliono vendere a 30€, a meno che non ti portino anche sulla luna. Avevo insaccato l’ebook reader – come se lo avessi mai usato -, 3 libri, un quaderno di ricambio e diversi fogli volanti. Sono riuscita a infilare perfino i documenti per partire, 20 copie dell’Esta – che avrei comodamente potuto evitare di stampare – e infiniti pezzi di biancheria intima, come se ci dovessi rimanere per un anno a Bushwick.
I maschietti non si impressionino se a questo punto scopriranno un terribile verità. Ehi, avete ancora il tempo di un rigo per chiudere il post. Sarò il più delicata possibile, promesso.
Restate? Ok.
Ho portato con me delle strisce depilatorie per il labbro superiore, perchè noi donne abbiamo i bulbi piliferi anche lì.
E anche se lo zainetto stava per esplodere, che ci crediate o no, ce la siamo cavata alla grande.
Poi, al ritorno, tra gifts vari, ho dovuto acquistare una nuova scintillante, nonché orrenda, valigia pitonata e viola. Ho un gusto impeccabile.

PRO: Hai tutto sempre con te e a portata di mano.
CONTRO: Sarai molto limitato nella selezione di roba da portare. Per me non è stata una tragedia, ma se sei una vera donna o un vanitoso uomo, e ti piace variare il tuo abbigliamento, a un certo punto soffrirai.
Ah, naturalmente, se sei un compratore compulsivo, lo zainetto non ti basterà mai. Ma questo, tu, lo sai meglio di me

Certo è, che come per Airbnb, se resterai a lungo nello stesso posto, la valigia è alternativa migliore allo zainetto di scuola… che non usavi neanche a scuola.

SITUAZIONE VALIGIA – New York – Aprile 2017 – 15° percepiti e immaginati, i 30° che mi hanno accolta

Il clima di New York è capriccioso e questo lo avevo imparato anche durante la caldissima estate, ma mi aspettavo anche un freddo infernale e io ero equipaggiata come un eschimese pronto a calarsi nelle acque del Mar Glaciale Aritco.
Quindi, avevo deciso di portare con me la valigia, alternativa più accettabile, nonostante il mio cervello continuasse a rifiutarsi di piegarsi alla soluzione a cui mi stavo arrendendo.
La mia valigia l’avevo trovata l’estate precedente nei negozietti I ❤ New York sulla Quinta strada. Una sciccheria assoluta, all'interno della quale avevo messo vari sciarponi, pantaloni lunghi maglioni e molto più del necessario, che poi, si è rivelato inutile, data la temperatura primaverile, ma questa era una cosa che non avrei potuto prevedere.

PRO: Imbarchi il bagaglio, viaggi per aeroporti leggero come una piuma e zompetti da un aereo all’altro come un elefantino armonioso. Non hai grossi problemi di spazio, hai tutto quello che ti serve e la puoi comodamente trasportare nel tragitto aeroporto-casa, casa-aeroporto.
CONTRO: La devi trascinare, è ingombrante e rallenta.

SITUAZIONE ZAINO 50 LITRI – North England – Maggio 2017 – 15° effettivi e percepiti, incredibile.

Avrete capito, a questo punto, la mia predilezione per gli zaini. Appena sarò abbastanza ricca da portermene andare per sempre in giro per il mondo, ci infilerò il necessario e diventerà la casa da portare sulle spalle ovunque.
Acquistato a 39.90 euro da Dechatlon, bello da vedere, comodo, solido, spazioso – più di quanto sembri da vuoto -, lo zaino da 50lt è stato quello che ho adorato più portarmi appresso. Nei viaggi in cui ci si sposta in continuazione, una volta ogni due giorni, è la scelta migliore. Non ho trovato stressante doverlo rifare ogni volta, a dire la verità non vedevo l’ora di rimettermelo sulla schiena, il prima possibile, e andare. Lo zaino non solo è figo, ma è anche un qualcosa di molto rassicurante, io mi sentivo molto protetta con lui sulle spalle.
Se partite con Ryan sappiate che non vale come bagaglio a mano, supera le dimensioni in altezza, per cui andrà imbarcato, ma non è stato un elemento di grande disturbo…

PRO: Entra tutto, anche più del necessario, è comodo, è figo, e lo porti sulle spalle sempre, è malleabile e lo infili ovunque anche in un autobus strapieno
CONTRO: se cammini a lungo, prima o poi ti farà male la schiena. Ma il bello è anche quello. Forse, soprattutto quello.

A me non capiterà mai più di partire senza zaino.
E dal profondo esame sopra svolto pieno di particolari, è emerso che nemmeno voi dovreste farlo. Certo è che non credo sia nemmeno il caso di partire con lo zainetto di scuola se poi devi tornare con una cosa pitonata e patinata.

E voi come vi approcciate alla valigia? Aspetto divertentissime storie!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!