Un viaggio lungo uno Zaino. Il mio Backpacking.

Il Backpacking riguarda te e il tuo zaino.
Lo zaino è un peso, uno sforzo, un sacrificio.
Quando ce l’hai vorresti non averlo, ma poi non puoi – e non vuoi – vivere senza.
È la tua casa, la tua vita, la tua struttura, la tua spina dorsale. Quando te ne separi non sei più nessuno, nemmeno te stesso.
Quando lo porti sulla schiena hai un mondo sulle spalle. Quel mondo è il tuo, ed è pesante.

È un mondo fatto di abiti, di oggetti e quindi di vizi, di tutte le debolezze, di difetti, di fisse, di poche cose necessarie, altre molto meno.
Molto simile alla vita di tutti i giorni, non è vero?
Esattamente come la scatola della tua vita, sarà piena di cose essenziali, eppure inutili.
Alla partenza ti dirai: non posso partire senza questa cosa, ma in viaggio non ti ricorderai nemmeno di avere molte di quelle che hai voluto portare. Eppure, se non avessi trovato un angolo per loro, non avresti fatto altro che dirti tutto il tempo che erano essenziali.

Il Backpacking è fiducia. Fiducia in se stessi e poi negli altri. Fidarsi anche di dodici sconosciuti nella camerata che hai scelto. E, se l’ostello non mette a disposizione armadietti, fidarsi nel lasciare soldi, zaino, documenti.
Fidarsi nel parlare, magiare, esprimersi in un’altra lingua, creare le basi per impararne una nuova. Delle mappe, delle indicazioni, delle strade, delle macchine, della gente.
Fidarsi, punto. Che poi possono sembrare tante sciocchezze, ma in questo mondo sono tutto. Perché se stai viaggiando, vuol dire che vuoi aprirti.
Così, alle volte, lo si fa con fatica.

Questo modo di viaggiare sembra tanto figo, ma – come dicevo sopra – è anche un sacrificio, è uno sforzo.
Quello di stare lontani da casa, dagli affetti, più o meno a lungo. È non chiedere, non lamentarsi, perché tu l’hai scelto e devi ricordarti tutti i motivi per cui lo fai.
A volte potresti trovarti di fronte una scelta difficile e necessaria. Andare o restare, e magari in entrambi i casi ti verrà tolto qualcosa di importante. O qualcuno di importante.
Bisogna che tu tenga sempre presenti i motivi per cui ti sei messo sulla strada. Pensa che alle tue spalle c’era qualcosa a sostenerti. E allora dà a quella cosa una gratificazione.

Backpacking significa essere responsabile di quello che fai, e poi anche di chi sei.
Le scelte che fai da viaggiatore, sono quelle che avresti fatto – messo alle strette – nella tua vita. Con la differenza che sulla strada arrivano veloci e spontanee.
Imparerai e capirai che il modo in cui tratterai te stesso e le persone che incontrerai sulla strada, descrive quello che sei.

Poi ci sono le domande, le paure, le tristezze. Tutte lì sul tavolo a tormentarti, a chiederti di uscire da te stesso, a dirti che sei molto meglio di quel che credi, che puoi andare molto oltre. Che è una sciocchezza chiudersi nel proprio mondo e non permettere a nessun altro di vederlo. Di partecipare, di condividerlo.
Le difficoltà che incontrerai nel tuo viaggio, sono come quelle che trovi sulla strada di casa tua: solo a qualche chilometro più in là.

Il Backpacking è una filosofia, è un dolore dolce, un arrossamento di spalle, è mal di schiena. È la soddisfazione di sapere che ce l’hai fatta. Svegliarsi ogni giorno con otto ore di sonno, con il corpo stanco e intorpidito, ma con la mente lucida e pronta.

Ogni luogo in cui sei arrivato ti ha accolto. Lo ha fatto perché tu hai permesso che accadesse: sii orgoglioso di avercela fatta.

È un mondo che riserva tante gioie. È il coraggio, ed è anche la paura. È incoscienza e coerenza di scelte.
Per esempio non puoi non fare una salita perché sei stanco. Puoi fermarti, certo, ma poi che fai, resti fermo a metà strada e aspetti che qualcuno ti salvi?
Tu. Tu puoi salvarti da solo.

Potrebbe anche essere un giornata storta, una giornata stanca. Magari la sera, in un letto che non è tuo – e che devi fare in modo che diventi tuo -, capiterà che tu ti chieda: come mi è venuto in mente di farlo? Sarai tanto lontano da casa, non potrai tornare, allora chiuderai gli occhi e penserai a tutto quello che hai visto, a tutta la strada che hai fatto: lì saprai che ne vale la pena. E che domani, domani andrà meglio.

Viaggiare è anche credere di dover conoscere tutti i dettagli, ma poi non pensare a nemmeno uno di questi. È il portafogli vuoto, è tutte le cose che non dici, perché non è facile capire. E tu non sei in grado di spiegare cosa ti succede quando un mondo nuovo si muove attorno a te, e ti rivolta come un calzino.

Lo zaino ti insegna a stare dritta, a muovere le gambe, scegliere i muscoli, usare quelli giusti, così non ti faranno male i punti che, se lo facessi bene, non farebbero male.
Sentire i muscoli significa sentire il proprio corpo e conoscere i propri limiti. E, alla fine, capire che un corpo stanco, un corpo stremato, in realtà non conosce limiti. Può andare oltre, spingersi sempre più su. Non ti lascerà per strada, farà in modo che tu arrivi dove devi, saprà meglio di te che mancheranno prima quattro curve e poi ne mancheranno tre, poi due, poi una, e sarai arrivata.

Il mio Backpacking è questo, ed è tutto quello che ho e che avrò per tenere al riparo la mia vita.

Ma di questo mondo fa parte tutto quello che ho a casa e che metto nello zaino sottoforma di foto, biglietti, oggetti, messaggi. Per avere la mia famiglia, i miei amici con me. Sempre.
Perché senza di loro io non avrei mosso un solo passo verso il mondo.

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Vi racconto dei colori della Valle d’Itria

Un percorso di circa 243 chilometri.
Una macchina a metano, un appoggio nei dintorni.
Tenendo come base Polignano, mi sono mossa per due giorni nelle località più caratteristiche della Valle d’Itria: Alberobello, Locorotondo, Ostuni e Cisternino. Sotto la frescura dei quaranta gradi all’ombra, che è stato un suicidio bello e buono… ma bello di più.

Un week end super low cost ridotto all’osso. Una spesa totale di circa 35€, comprensivo di gas per l’auto, e di un pranzo in un piccolo ristorante.

La Puglia sta diventando richiesta e quindi costosa.
La domanda che mi sono fatta, decidendo di partire è stata: lo è davvero? È costosa anche per noi che ci viviamo, o possiamo trovare un modo per riuscire a vivere la nostra terra tenendo il più possibile soldi in tasca?

E i turisti? La invadono a tal punto da costringere anche noi a sottometterci ai prezzi che salgono vorticosamente di giorno in giorno?
Con un po’ di fortuna e oculatezza ero certa di poter fare due giorni fuori, vedere cose meravigliose e riuscire a spendere fondamentalmente…nulla.

Secondo me la sfida l’ho vinta e può vincerla qualsiasi ragazzo che non ha soldi da spendere, ma ha la fissa di andarsene sempre in giro.

Ok, io sono fortunata ad avere una macchina con scarsi consumi e un punto di appoggio, ma continuate a leggere e vi mostrerò alcune soluzione low cost, che forse non vi faranno spendere proprio 30€, ma comunque vi daranno uno spunto su come risparmiare.

Cominciamo dall’inizio, e quindi da Alberobello.
Mettiamo che ci siano 100° all’ombra e stai evaporando, hai camminato lungo alcune delle sette vie e hai guardato sfilare i bianchi trulli e sei andato a sbattere a una signora troppo sudata, o mettiamo che quella sudata eri tu e ti fa comodo dare la colpa alla signora. Mettiamo che siamo tutti fotografi e che andiamo tutti a caccia delle fontanelle. Mettiamo che ti sei fatta spintonare e va bene, hai anche spintonato ogni tanto. Hai grondato sudore alla stregua di una fontana, che se avessi avuto qualcosa di simile a una manopola, qualcuno – ci scommetto – avrebbe provato a girarla.
Ti sei fatta anche foto molto belle e altre che solo la mamma, a fatica, ti avrebbe detto “sei bellissima”, anche se un po’ schifata.

Ma scusate, volete mettere il pranzo in un ristorantino spartano ma soddisfacente, dove puoi mangiare un panino con la porchetta a 3€? Ma non solo il panino, e il conto finale è di 10€. Un posto alla mano con un menu di tutto rispetto con carne alla griglia, insalate e tanto altro, molto economico in mezzo ad altri ristorantini magari più elaborati e costosi dove una foglia di insalata costa 9 euro ciascuna?
Poi, ancora più economica, resta sempre il “pranzo al sacco”… che è stato, in parte, il piano del giorno dopo.

Locorotondo.
Ora di pranzo: la peggiore per stare in giro, sotto il sole. Ma a noi non manca mai nulla, e mentre stese e sfiancate ci stavamo riposando sulle panchine del parco come delle ottime poveracce, una bella scrosciata d’acqua ci ha sorprese. Giusto il tempo di agevolare l’afa, non certo per rinfrescare l’aria!

E che strana sensazione non trovare la calca di Alberobello. Ripensandoci ora mi sembra normale, ma al momento ne sono stata sorpresa, forse per il chiasso che mi era rimasto ancora nelle orecchie.

Alberobello è il posto dove muoversi di giorno, Locorotondo è il luogo del tramonto.
Il borgo è simile agli altri con prevalenza di colore bianco e celeste e tanti fiori e i vicoletti con le nonne a ricamare fuori.
Locorotondo nel primo pomeriggio ha tanto sud.
Al pomeriggio è fatta della cooperativa, che è il circolo ricreativo degli anziani. Ma è fatta anche dei bambini del posto che giocano per strada. Sono i ragazzi che si incontrano al bar prima di andare a lavorare o prima di uscire. Sono le vecchiette che ti vedono passare e ripassare e diventano sospettose e, dopo aver borbottato, parlano con te e ti dicono tutti i particolari e tutte le strade che dovresti fare ancora prima di lasciare il centro storico.

Nel tardo pomeriggio, per il sole è ora di andare e, nel parchetto che tutti chiamano Villa, puoi vedere in lontananza Martina Franca… e se aspetti un altro pochino puoi anche vedere il sole tramontare sulla valle.

Un pomeriggio e una serata che in tutto è costata 4,50 € per un tè al bar e un panzerotto la sera al Locus festival.

La sera la città diventa dei turisti e dei ragazzi dei paesi vicini. Le strade si riempiono di formichine che camminano. Le luci diventano soffuse e paradossalmente, tra tutte quelle voci, senti un conforto che è – anche lui – un silenzio soffuso.
Ma poi, gli occhi bruciano e i chilometri per tornare sono tanti ed è proprio ora di andare.

Cisternino è diversa da tutti i paesini di cui ho parlato su. Perché è a prima vista sembra un posto fuori dal mondo, completamente immerso nella calma della Valle. Circondata da dei colori intensi che si esaltano a vicenda: il marrone della terra affiancato al giallo delle sterpaglie essiccate dal sole, ed è il verde intenso degli alberi che, in tempo di siccità, restano comunque in piedi.

E anche lì ci sono arrivata più o meno all’ora di pranzo. Per fortuna il caldo per quel giorno ha deciso di dare un po’ di tregua. Ho accettato di parcheggiare in un posto a pagamento per 0,50 cent, per poter girare tranquillamente per il labirintico centro storico, che ha più o meno gli stessi colori dei precedenti: bianco per respingere il calore del sole, i fiori per ravvivare l’aria.

Eppure quello di Cisternino è un finto silenzio perché appena ti inoltri nel centro storico all’ora di pranzo: è popolato da tanti turisti. E poi ci sono i piccoli negozi coloratissimi. I locali notturni sono tanti, ma restano chiusi e aspettano la sera per accogliere la gente che andrà a fare una passeggiata.
Non abbiamo pranzato a Cisternino, causa l’abbondante colazione ad alta base calorica, ma ho dato un’occhiata ai menù delle bracerie – che sono quelle in maggior numero – e i prezzi sono medi o medio-alti. Come sempre basterà dare un’occhiata su Tripadvisor che è sempre la più affidabile.

E la Valle l’ho chiusa con la visita nella Città Bianca, Ostuni, la torta stratificata nei confronti della quale avevo più diffidenza di tutte. Non avevo dubbi sulla sua bellezza. Sono solo sempre tanto diffidente da ciò che va di moda, che è troppo famoso, troppo citato. Sono, insomma, contro tutto quello che è troppo.

Forse è per questo che non ne sono stata stupita, come da Locorotondo, come da Cisternino. Comunque è una città bellissima anche con tutte le scale da fare: per salire e poi scendere di nuovo.
Da tanti vicoletti puoi ammirare la vista sulla Valle. Ce ne sono tantissimi a quasi ogni angolo. Come ci sono alberghi extra lusso che io e voi ci sogniamo proprio, o le ape car che portano in giro i turisti su e giù e mettono proprio di buon umore, anche se – sempre io e te – non è che non ce la possiamo permettere, ma ne possiamo fare a meno.

I negozi aperti all’ora di pranzo e le strade che pullulano di gente: è stato bello vedere famiglie, turisti, e pugliesi stessi.
Ostuni è anche vicina al mare, per cui abbiamo potuto completare il nostro week end da leoni con un bagno al mare – in spiaggia libera – rubando un po’ di ombra della signora vicina a noi e, dove, naturalmente mi sono spiaggiata come un raro animale e poi… sono addormentata come un cucciolo di foca.

Ma ora veniamo ai consigli:

Ho fatto un confronto dei prezzi benzina sulla distanza che ho percorso in macchina, considerando il consumo a litro di ogni tipologia di macchina sulla lunghezza di 243 chilometri.
Più conveniente è sicuramente il Gpl, che si piazza al primo posto, secondo la mia stima dovrebbe costare all’incirca 10,28€.
Secondo classificato il Metano che è costato circa 12€, ma il limite peggiore del Metano è che le stazioni non sono tantissime come quella di benzina e Gpl. Nei dintorni, in ogni caso, ce ne sono alcuni, anche ad Alberobello e nei pressi di Locorotondo.
Infine la dolente Benzina che viene a costare circa 27€.

Dove dormire e come risparmiare:

Ora, io sono stata a Polignano e da lì mi sono mossa, ho dormito e sono ripartita la mattina. Per chi viene da Bari o dai dintorni, può pensare comunque di prendere una stanza in uno dei posti di cui ho parlato.

Il più conveniente, rispetto alla posizione e ai costi è Locorotondo. Che si pone quasi al centro di tutte le altre località della Valle.
Per farvi un esempio, dista 9 km da Cisternino, circa 9 da Alberobello, 23km da Ostuni, ed è anche vicina ad altre località della Valle da non perdere, come Castellana Grotte, Martina Franca, Fasano.
E poi è una meraviglia per gli occhi e, onestamente, se non si fosse ancora capito, è la mia preferita.

Ma non solo. Facendo una piccola ricerca su Booking in alta stagione in bassa stagione è venuto fuori, come sicuramente molti di voi immagineranno, che se Locorotondo è la più economica, Ostuni è la più costosa.
A Locorotondo, prendere una stanza a 300 m dal centro per due notti e due persone può costare 90€, a Ostuni, sempre con Booking 179€ due notti, due persone a 1km dal centro.

Eppure, contrariamente a quanto pensavo, più conveniente di Booking è Airbnb che – sempre parlando di Locorotondo – mette a disposizione interi appartamenti e monolocali a prezzi stracciati a notte, ne ho visto uno, in alta stagione, a 30 euro che può ospitare fino a 3 persone. Altri fino a sei.
È anche vero, però, che se si fa una ricerca approfondita anche Alberobello può offrire prezzi accessibili sui trulli un po’ dislocati dal centro, ma pur sempre trulli.

Trasporti per chi viene da fuori:

La rete dei trasporti è un limite importante.
Se parti da Bari e vuoi arrivare a Locorotondo la storia è facile: si prende il treno.
Venedo dall’aeroporto la metro porta alla Stazione Centrale.
Ma poi si complica. Perché uno che va in Valle non si vuol fermare solo a Locorotondo.
Per esempio, ho visto che volendo spostarsi da Locorotondo a Ostuni non ci sono mezzi o se ci sono, sono molto limitati e limitanti.
Se infatti a ostuni non ci sono per niente, diversa è la situazione per arrivare a Cisternino: un percorso che in macchina si esaurisce in meno di mezzora, con i mezzi porterebbe a spendere più di un’ora e mezza… che quasi quasi uno preferisce andarci a piedi.
Ed è un peccato perché si è costretti a chiamare un taxi o ancora affittare un’auto – che forse, a questo punto, sarebbe la soluzione migliore.

Tutto questo lungo post è un modo per dire che sì, questa parte di Puglia è piena di turisti tedeschi ÷ americani. Sì, i prezzi sono quelli che sono, ma esistono modi per non spendere troppo.
Ma dire: ‘sono stata in Valle’, ti fa sentire un po’ Maria Rainer.
“Do, se do qualcosa a te, Re è il re che c’era un di, Mi è il mi per dire a me…”

Ritorno a casa. Polignano a Mare

Polignano è uno dei gioiellini del sud. Una delle ultime scoperte del panorama turistico, che da essere paesino tranquillo sul mare è diventato la meta preferita perfino di Brook Logan.
Io a Polignano ci sono cresciuta, ma da quando il fenomeno è esploso me ne sono tenuta a debita distanza, come se ne fossi profondamente offesa.
Il turismo mi aveva presa e rimbalzata fuori, e non gliel’ho mai perdonato.

Adoravo la festa padronale e le sue luci.
Adoravo il mare di Cala Paura
– mamma mi ci portava sempre. Lì mi ha insegnato ad amare i ciottoli, che da bambino vuoi sempre e solo la sabbia, ma lei mi metteva le scarpe da ginnastica pensando di mettermi a tacere. Naturalmente trovavo altri motivi per avere da ridire, ma sui ciottoli è riuscita a fregarmi.

Adoravo il gelato la sera e i vicoletti strettissimi del centro storico, dove avevamo la nostra casetta in via Ranuncolo, una cosa minuscola costruita su 3 piani: ogni piano era un piccolo quadrato più o meno vivibile. Mi piacevano anche i nostri vicini, la luce del sole, e la freschezza delle stanze di casa.
Poi tutto questo ha smesso di piacermi.
In questi tre giorni ho provato a darmi un’altra possibilità.
Ora vi racconto come è potuto accadere.

Dovevo riportare il mio punto di vista a casa, sradicare i miei pregiudizi e accettare che qualcosa che avevo molto amato non sarebbe mai tornato come lo volevo, o come lo avevo conosciuto io.
Non guardavo Polignano, non la guardavo davvero da anni.
Mi sfuggiva qualcosa: ah, ecco, era la mia puzza sotto il naso.

Amo molto i libri e amo qualsiasi evento che riguardi la carta da leggere.
Il Libro Possibile è un evento che da qualche anno, ogni anno, fanno a Polignano. Per me è sempre difficile camminare le strade in paese e accettare la folla, ma quest’anno ho voluto e ho seguito l’evento. Passo passo, dal tramonto a notte inoltrata.
Prima, naturalmente, sono andata al mare, con la mia amica Lydia.

Siamo atterrate al mare all’ora di pranzo, armate come ottime ziazine arrangiate di paese. Lydia è super equipaggiata – io uso dimenticare anche il telo.
Ha preparato la nostra borsa termica –
fatta con la busta della spesa e ghiaccini -, ha preso la sua macchina fotografica, ha fatto riserva di pazienza per avere a che fare con me, e si è messa in macchina.

La caletta di Cala Paura, è un luogo caratteristico.
Prima l’acqua era gelata e pulita, vedevi il fondale, ora è così piena di gente che vedi solo molte teste.
Per non parlare dell’odore di pesce, o delle signore con i tavoli e la sacra famiglia di 50 persone. O ancora, la passerella strapiena di gente.
C’è anche la signora che stende l’asciugamano addosso a te, nonostante sia giovedì e di spazio libero ce ne sia in abbondanza.
Non dimentichiamo i bambini che schizzano.
O la radio a palla.
Prenderò in prestito la frase più gettonata su Facebook e la modellerò sulle mie necessità. Se la storia è questa “Non venite al Sud”.

Ma la storia non è proprio questa, anzi, è molto diversa.
Modificherò la frase. Se non sopportate il folklore, la gente, il calore, il caldo, scene di vita vera e quotidiana “Non venite al sud”.
Se non volete la vita vera, non andate a Cala Paura, perché c’è troppa Puglia.

La Puglia, e in questo caso Cala Paura, è l’odore di pesce ed è l’odore del polipo che il piccolo ristorantino della spiaggia cucina tutto il giorno, pranzo e cena. È anche l’odore di panini, di spaghetti ai frutti di mare, di frittura di pesce, di insalata di mare. Un pasto economico, alla portata di tutti, un pasto molto più che ottimo e fresco.

La Puglia è fatta di intere tavolate gestite da matrone pugliesi che si occupano della brace accesa, che qui si chiama la La braceaccesa, e mentre lo dici allarga i gomiti e le braccia più che puoi e nemmeno allora avrai idea di quello che sto dicendo.

La Puglia è la frequenza del vicino alle tue spalle, con il volume al massimo, sempre su Radio Norba.
Ma è anche la signora che ti stende l’asciugamano addosso e occupa troppo spazio per una sola persona: sta mangiando. Ha con sé 10 teglie di pasta al forno, 20 di patate riso e cozze e arrosticini. Chiunque tu sia, sei sciupata/o, e il piatto per te è già pronto.

Per quanto riguarda bambini che stanno sempre a schizzare acqua…niente, sono bambini che schizzano acqua, non la trovo la poesia in un bambino che ti schizza mentre ti muovi come un’anguilla tentando di sfuggire al freddo dell’acqua polare in cui ti stai immergendo. Ma un bambino è sempre un bambino, quindi se ci vai, sorridi e pensa alla parmigiana.

La nostra porzione di mondo, quella del sud è chiassosa, uh, se lo è. Ed è molesta. La voce è alta, il traffico strombazza, la gente è lenta, le chiacchiere a mille.
E io ti auguro di incontrare ognuno dei personaggi di cui ho parlato sopra, sapendo che potresti trovare molto, ma molto di più.

Cala Paura è solo un esempio, perché c’è anche la spiaggia Porto Cavallo, che ha anche un po’ di sabbia e un po’ di passerella… e anche un po’ di scogli.
Anche questa è una caletta, la gente sempre la stessa. Pensa: se vai un po’ a Cala Paura, un po’ a Porto Cavallo, con tutte quelle signore con la braceaccesa quanto mangeresti?
Te lo dico io: tanto.

Il centro storico è un diamante raffinato, che dà un po’ di Grecia – come dice Lydia mentre scatta le foto che le avevo chiesto di fare. Che lei la sa prendere molto meglio di me la bellezza in una foto.

La pazienza di seguirmi mentre cammino per il paese, che per fortuna di giovedì non è tutto questo macello di gente e io posso seguire Il Libro Possibile riuscendo a respirare anche… ogni tanto. E posso godere la presenza della mia amica che mi riporta sempre all’ordine, che io sono distratta e mi perdo sempre.
L’evento de Il Libro Possibile prevede la presenza di vari palchi in giro per il centro storico e in contemporanea ci sono le presentazioni, una ogni mezzora, e poi cambio.

A me l’evento è sempre piaciuto molto, ma io sono troppo invischiata in questa storia dei libri. E se posso muovere una critica – tra le tante – ci sarebbe la pesantezza. Troppa crisi, troppa serietà, troppa economia.
Poi, non so cosa ne abbia fatto il comune di Polignano degli artisti di strada, ma c’erano troppo pochi per i miei gusti.
L’artista di strada è lo spazio necessario tra una presentazione e un’altra. È come la virgola in una frase: ti permette di prendere respiro.
In uno di loro ho deciso di investire i miei ultimi 0.50 cent.
Suona porcellini.

Questo è niente rispetto a cosa offre questo posto, perché è solo una giornata e io ho dovuto essere sintetica.
In Puglia c’è una cultura da scoprire.
Basta aprire gli occhi.
O chiuderli e far finta che il turismo pazzo ed esagerato che ti ha rimbalzata, e che infondo non perdonerai mai, non esista.

Ph: Lydia Melchiorre

Incontrare Picasso nei corridoi del Guggenheim Museum, New York

Il mio rapporto con l’arte è molto problematico. Per me un quadro è sempre solo un quadro. Non capto energie, non capto sentimenti. Insomma non capto proprio niente.
Poi, però, ho incontrato Picasso al numero 89 della Quinta strada.
E mi sono innamorata.
Sì mamma, ancora una volta di una persona morta da parecchio tempo.

A New York i musei non sono gratuiti, e non sono economici.
Se sei il solito squattrinato, puoi scegliere di visitarli in certi orari dove è previsto l’ingresso libero o un costo ridotto. Altre volte è possibile fare un’offerta.

La mia permanenza in città è stata tutta un caso, come fu un caso la mia entrata al Guggenheim per 15$, solo perché un’area del museo era chiusa, altrimenti gliene avrei dovuti lasciare 25 di dollari.

Insomma, gironzolavo da quelle parti e mi avevano detto che era un museo bellissimo, già che c’ero potevo dare un’occhiata. Dopo aver fatto il mio pic nic a Central Park, ho attraversato la strada per raggiungere la struttura che ha tutta una sua simbologia: la spirale e l’infinito. Vale per per i piani su cui si sviluppa e vale anche per le scale: puoi guardare indietro come e quando vuoi. Con tutte le vie di fuga del caso.
Il bianco fa sembrare lo spazio molto più grande di quanto non sia, e il silezio è surreale: non consiglierei mai di andare nei momenti affollati altrimenti non ti godi nulla.

Anche con i musei i miei rapporti sono altalenanti, più per le restrizioni che impongono che per altri motivi: rispetta le linee, non guardare troppo a lungo, non sostare troppo a lungo, mantieni una certa distanza, numeri di respiri da fare e quanto profondi.
Forse, infondo, si tratta soprattutto di una questione psicologica del tutto personale.
Eppure questo posto così bianco è anche il luogo che ha cambiato il mio modo di percepire l’arte.

Ci stavo provando a capire la faccenda emozionale dei quadri: ho guardato ogni stanza due volte, lo giuro. Mi sono anche fatta sgridare perché ho sospirato più delle volte consentite, ma continuava non succedeva niente.
In ogni museo in cui ho messo piede, ho sperato di capire questa cosa, e ogni volta ne sono uscita delusa.
Ma poi.
Poi ho guardato La donna dai capelli gialli.
Sapete quando riuscite a individuare il preciso istante in cui capisci e cambia tutto?
Stava per accadere anche a me.

La chioma bionda, il corpo arrotondato e lilla – scusate non sono una critica e i più sensibili perdoneranno la mia rozzezza e la mia ignoranza sulla giusta terminologia da usare. Questa donna bionda è bellissima e io non ho mai pensato il contrario.
Temo che a un certo punto mi sia scappato uno sbadiglio, di quelli che non ti metti neanche la mano davanti alla bocca, incroci le braccia e ti chiedi quanto in profondità il quadro abbia potuto esaminare le tue tonsille.
Però, dopo uno sbadiglio, è anche più facile che gli occhi siano più aperti, e io ho questo vizio che quando guardo qualcosa che non capisco inclino leggermente la testa, prima a destra e poi a sinistra.
Tutto molto lentamente.
E nel chiudere la bocca, nell’aprire un poco di più gli occhi, nell’inclinare la testa e quindi cambiando il mio punto di vista, capii il trucco di Picasso. Scoppiai a ridere forte e mi beccai la sgridata dalla donna in nero.
Vorrei aver mostrato a lei le mie tonsille.

Poi sono passata alla tristezza della tela Donna che stira, mi ha contagiata al punto che ho dovuto sedermi. Ho smesso di guardarla per paura che mi facesse dimenticare la risata di prima. Quindi mi sono alzata, sono tornata dalla donna con i capelli gialli, e dopo un pochino, di nuovo, dalla donna con il ferro da stiro.

Non so se il Guggenheim sia un bel museo, se merita la fama che ha, ma di sicuro, è stato interessante farci una capatina.
Magari meglio il sabato, quando dalle 18.45 alle 19.45 l’offerta è libera e voi potete lasciare anche solo 1$.

Letture da viaggio e non … Safran Foer – Ogni cosa è illuminata

Una foto in mano e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Storia vista e rivista?
Certo.
Aspetta, non scalpitare come un cavallo che vuol passare avanti.
Dicevo.
Un’immagine e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Il ragazzo che ha in mano la fotografia è americano ed è uno studente ebreo: sta cercando la donna che ha salvato suo nonno dai nazisti. Ma per farlo deve arrivare in Ucraina. Ha bisogno di una guida, e ha bisogno di un traduttore.
Che problema c’è? Può rivolgersi all’agenzia “Viaggi Tradizione”: è di proprietà della famiglia di Alex.

Alex non è che conosca benissimo l’inglese, in realtà non gli va nemmeno a genio l’idea di fare da traduttore, ma suo padre… bè suo padre non è proprio un uomo a cui si possa dire di no.

Il piano è questo: Alex intratterrà lo studente e suo nonno che “conosce” molto bene il territorio, guiderà la macchina.
Ah, un piccolo dettaglio: il nonno è cieco, o meglio, crede di esserlo. Ha perfino un cane guida, si chiama Summy Davis Junior. Summy puzza ed emette flautolenze a intervalli regolarissimi.

Bene, i personaggi sono quelli che sono… interessanti vero? Ancora non avete visto niente. Non siamo neanche alla punta dell’iceberg.

Il mio nome per la legge è Alexander Parchov. Ma i tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo […] io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. Ho avuto una baldoria di ragazze, credetemi.

È chiaro che qualcosa nel suo racconto non torni, e apparirà sempre meno probabile man mano che andrà avanti.
Infatti la storia continua e Alex si svela e si sgonfia, mollerà la presa sul personaggio che stava costruendo e diventerà l’eroe della sua storia… anche se non lo saprà mai e continuerà a chiamare eroe il suo amico, lo studente.

“Io ho osservato l’eroe che aveva fiumiciattoli che discendevano dalla sua faccia e volevo mettergli la mano sulla faccia per essere una protezione per lui.

Io non ho detto niente, come per dirgli che lui doveva andare avanti. Questo alle volte era difficile, perché esisteva tanto tanto silenzio. Ma io ho comprenduto compreso che il silenzio era necessario così lui parlava. […] Con il mio silenzio ho dato spazio a lui da riempire. “Provavo pace e sicurezza. Capisci? Una pace e una sicurezza vere. Io le provavo.” “Sicurezza e pace da che cosa?” “Non so. Pace e sicurezza dalla mancanza di pace e sicurezza.” “Questa è una bella storia.”

Manca ancora un pezzo, perché questo non è solo un viaggio esilarante attraverso l’Ucraina di quattro (tre più il cane) strambissimi personaggi alla ricerca di qualcosa, è anche una lunga lettera d’amore e di amicizia. È anche il racconto di un villaggio ucraino a partire dal Settecento, fino alla sua distruzione, a opera dei nazisti.

Alcune cose prima di andare:
(1) Non sarà sempre facile leggere e andare avanti, ma se ci riescono i protagonisti non vedo perché tu non ce la possa fare. Accompagnali.
(2) Questo non è un romanzo felice, anzi, è molto, molto – davvero molto – triste. E con questo non voglio scoraggiare alla lettura, solo sollevare il lettore, perché (3) quello che ruota attorno alla tristezza è anche il motivo che la combatte, a partire dalla forma del racconto che è tanto inusuale da essere comico. Ti tiene incollato lì. Continuerai a leggere, anche solo per scoprire se, prima o poi, Alex imparerà a scrivere bene.

E tutta la confusione che trasuda da questo post è solo parte del piano di Safran Foer per non farci alzare il naso dalle sue pagine e di cui cerco di entrare a far parte a sua insaputa.

Ora a me non resta che dire che, lettore, la scelta è tua.
Ma poi dimmi se non ti è piaciuto e non avevo ragione!

Rinunciare a viaggiare da soli, significa rinunciare a una parte di se stessi

Sei la persona più importante della tua vita, te ne rendi conto? Non rinunciare a partire per paura di stare solo, di non riuscire a organizzarti, di perdere aereo, treno e autobus, di non fare in tempo, per paura di una lingua che non conosci o non conosci benissimo. O peggio, non rinunciare per paura di annoiarti.
Non te la prendere se ti dico che sono tutte grandissime baggianate: è solo timore della mobilità.

Non fare lo stupido, se l’hai pensato lo puoi anche fare.
Non raccontarti la bugia dei soldi, bevi una birra in meno e metti un euro al giorno nel salvadanaio. Io ci ho messo due anni per riuscire a comprare solo il primo biglietto, metto da parte ogni singolo centesimo e, nonostante questo, arrivo al giorno della partenza sempre con l’acqua alla gola, eppure mi è sempre andata alla grande. E no, non è fortuna, la fortuna non c’entra niente. Sii oculato, non spendere e spandere, piuttosto guarda la bellezza che ti circonda. Parti in estate, autunno o primavera, cammina 10 km al giorno e vedi chi incontri al prossimo angolo, e va benissimo anche la scrosciata d’acqua, se poi ti fa vedere l’arcobaleno sulla Quinta Strada dalla Public Library.

L’inatteso meraviglioso può anche prendere le sembianze di uno spettacolo improvvisato, o di una donna con così tanti nastri nei capelli che il viso non riesci a vederlo. Potrebbe anche solo essere un concerto gratuito, o la chiacchiera sulla panchina, leggere un libro in riva al lago.
Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.

Non trovare tutte le giustificazioni possibili: non è il momento, ora non ho tempo, lo avrò in futuro. È una bugia. Devi farlo nel momento stesso in cui cominci a pensarlo. Non progettarlo nemmeno. Prendi un volo che parte tra sei mesi e poi ci pensi.

Inizia dal basso, vai in un posto vicino casa se è la distanza che ti spaventa, resta quattro giorni, ma non rinunciare a te stesso e alla straordinaria avventura che ti aspetta.
Trova il tuo limite. Superalo, e fallo con stile.

Il viaggio ti mette a distanza da te stesso, così puoi guardarti da lontano. E solo dio sa quante cose scoprirai.
Io mi sono divertita da morire, e non perché sono particolarmente simpatica, ma perché tutte le cose assurde che mi succedevano, le accoglievo a braccia aperte e senza alcuna paura.

Adesso, sperando di non annoiarti ti racconterò di come il mio mondo si sia rovesciato, augurandomi che ti spinga a rovesciare il tuo.

Mi sono lasciata in pace. Ho pacificato una parte di me stessa che mi implorava di smettere di massacrarmi.
Vivo meglio, ho addobbato la mia gabbia, e so che il mio prossimo viaggio mi aspetta e non sarà mai pronto fino al giorno prima di prendere l’aereo.

Ho smesso di guardare ossessivamente l’orologio che da quasi un anno va sette ore indietro.
Ho smesso di essere puntuale con tutto e con tutti. Sono meno rigida.
So che nel momento che sto vivendo sono perfetta così, e lo sarò fino al prossimo cambiamento, e anche allora troverò la mia perfezione.
I problemi li posso affrontare con serenità.
Ho scoperto che sono resistente, che camminare mi piace tantissimo, ho scoperto che nel panico posso restare perfettamente calma e lucida. Ho scoperto che sono libera.

Che basto a me stessa l’ho sempre saputo, ma provarlo sulla pelle dà un sapore estremo di libertà.
Quando da buon cavallo a briglia sciolta mi manca il respiro in questi spazi così piccoli, li amplifico nella mia mente, e posso farlo perché ne ho visti di infiniti. Poi, però, mi capita anche di guardare il cielo di casa e di rendermi conto che alle volte è bello come quello dei posti che ho visto.
La magia è dietro l’angolo, arriva sempre, arriva ovunque, come la gentilezza.

La paura è solo un campanello d’allarme che avverte, ma non segna una linea di confine che ti protegge dal baratro.
Il viaggio non è un baratro, e non è nemmeno un punto di arrivo, né di partenza.
È un lancio nel vuoto dove ti è permesso avere paura, consapevole del fatto che cadrai in piedi.
Non rinunciare alla strada, e non rinunciare a te stesso, a conoscere la parte più brutta di te, perché forse è la più bella e tu non lo sapevi.

Come ti approcci alla valigia? Pillole di esperienze piene di creatività

In questo post esamineremo diverse situazioni e cercheremo di arrivare a capire quale tra tutte e la migliore, e io non piloterò in alcun modo il risulato.
Vi racconterò delle mie divertentissime esperienze con le valigie, o bagagli – o per lo più borsette – che ho testato nei vari viaggi.

Oddio: adesso esplode. Ecco quello che ho pensato mentre, bianca come un cencio, non riuscivo a fare altro che fissare il mio zainetto nero la mattina prima di partire alla volta degli States.
A me piace viaggiare leggera. Ma forse la soluzione che avevo trovato era un po’, diciamo, estrema.
E ora so che vi state chiedendo: ma se il tuo biglietto areo prevedeva bagaglio a mano da 8kg, bagaglio da stiva da 21kg, e un altra piccola borsetta, tu, per l’amore del cielo, perché sei partita con lo zainetto?
Eh, perché?
Perché.
Andiamo, io sperimento. Lo so: mi giustifico sempre così, ma che vi devo dire, è ovvio che sono poche le cose che faccio con cognizione di causa.

SITUAZIONE ZAINETTO – New York – agosto 2016 – 27 giorni di agonia sotto 35°, ma 40° percepiti – bellissimo.

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Quattro canotte, un pantalone lungo, una felpa, un pigiama, necessario per lavarmi, 2 quaderni, 10 penne – non sia mai finiscano all’improvviso, come se in America non ne vendessero -; adattatori acquistati alla modica cifra di 1,90€ da Leroy Merlin – non lasciatevi fregare da quelli che ve li vogliono vendere a 30€, a meno che non ti portino anche sulla luna. Avevo insaccato l’ebook reader – come se lo avessi mai usato -, 3 libri, un quaderno di ricambio e diversi fogli volanti. Sono riuscita a infilare perfino i documenti per partire, 20 copie dell’Esta – che avrei comodamente potuto evitare di stampare – e infiniti pezzi di biancheria intima, come se ci dovessi rimanere per un anno a Bushwick.
I maschietti non si impressionino se a questo punto scopriranno un terribile verità. Ehi, avete ancora il tempo di un rigo per chiudere il post. Sarò il più delicata possibile, promesso.
Restate? Ok.
Ho portato con me delle strisce depilatorie per il labbro superiore, perchè noi donne abbiamo i bulbi piliferi anche lì.
E anche se lo zainetto stava per esplodere, che ci crediate o no, ce la siamo cavata alla grande.
Poi, al ritorno, tra gifts vari, ho dovuto acquistare una nuova scintillante, nonché orrenda, valigia pitonata e viola. Ho un gusto impeccabile.

PRO: Hai tutto sempre con te e a portata di mano.
CONTRO: Sarai molto limitato nella selezione di roba da portare. Per me non è stata una tragedia, ma se sei una vera donna o un vanitoso uomo, e ti piace variare il tuo abbigliamento, a un certo punto soffrirai.
Ah, naturalmente, se sei un compratore compulsivo, lo zainetto non ti basterà mai. Ma questo, tu, lo sai meglio di me

Certo è, che come per Airbnb, se resterai a lungo nello stesso posto, la valigia è alternativa migliore allo zainetto di scuola… che non usavi neanche a scuola.

SITUAZIONE VALIGIA – New York – Aprile 2017 – 15° percepiti e immaginati, i 30° che mi hanno accolta

Il clima di New York è capriccioso e questo lo avevo imparato anche durante la caldissima estate, ma mi aspettavo anche un freddo infernale e io ero equipaggiata come un eschimese pronto a calarsi nelle acque del Mar Glaciale Aritco.
Quindi, avevo deciso di portare con me la valigia, alternativa più accettabile, nonostante il mio cervello continuasse a rifiutarsi di piegarsi alla soluzione a cui mi stavo arrendendo.
La mia valigia l’avevo trovata l’estate precedente nei negozietti I ❤ New York sulla Quinta strada. Una sciccheria assoluta, all'interno della quale avevo messo vari sciarponi, pantaloni lunghi maglioni e molto più del necessario, che poi, si è rivelato inutile, data la temperatura primaverile, ma questa era una cosa che non avrei potuto prevedere.

PRO: Imbarchi il bagaglio, viaggi per aeroporti leggero come una piuma e zompetti da un aereo all’altro come un elefantino armonioso. Non hai grossi problemi di spazio, hai tutto quello che ti serve e la puoi comodamente trasportare nel tragitto aeroporto-casa, casa-aeroporto.
CONTRO: La devi trascinare, è ingombrante e rallenta.

SITUAZIONE ZAINO 50 LITRI – North England – Maggio 2017 – 15° effettivi e percepiti, incredibile.

Avrete capito, a questo punto, la mia predilezione per gli zaini. Appena sarò abbastanza ricca da portermene andare per sempre in giro per il mondo, ci infilerò il necessario e diventerà la casa da portare sulle spalle ovunque.
Acquistato a 39.90 euro da Dechatlon, bello da vedere, comodo, solido, spazioso – più di quanto sembri da vuoto -, lo zaino da 50lt è stato quello che ho adorato più portarmi appresso. Nei viaggi in cui ci si sposta in continuazione, una volta ogni due giorni, è la scelta migliore. Non ho trovato stressante doverlo rifare ogni volta, a dire la verità non vedevo l’ora di rimettermelo sulla schiena, il prima possibile, e andare. Lo zaino non solo è figo, ma è anche un qualcosa di molto rassicurante, io mi sentivo molto protetta con lui sulle spalle.
Se partite con Ryan sappiate che non vale come bagaglio a mano, supera le dimensioni in altezza, per cui andrà imbarcato, ma non è stato un elemento di grande disturbo…

PRO: Entra tutto, anche più del necessario, è comodo, è figo, e lo porti sulle spalle sempre, è malleabile e lo infili ovunque anche in un autobus strapieno
CONTRO: se cammini a lungo, prima o poi ti farà male la schiena. Ma il bello è anche quello. Forse, soprattutto quello.

A me non capiterà mai più di partire senza zaino.
E dal profondo esame sopra svolto pieno di particolari, è emerso che nemmeno voi dovreste farlo. Certo è che non credo sia nemmeno il caso di partire con lo zainetto di scuola se poi devi tornare con una cosa pitonata e patinata.

E voi come vi approcciate alla valigia? Aspetto divertentissime storie!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!