Il mondo a sé stante di Union square West

Abbandonai la carriera di stratego, o per meglio dire la carriera da stratego abbandonò me. Niente più programmi, niente più elenchi, niente più di niente. Era l’inaspettato ciò che faceva al caso mio.
Per cui queste poche righe le dedico al punto di partenza di ogni mattina, che è sempre un imprevisto e ha il nome di Union Square.

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Inizierò da una delle mie più grandi passioni: il mercato ortofrutticolo, quello dei giorni alterni  (lunedì, mercoledì, venerdì e sabato, ore 8-18, per chi fosse da quelle parti).
Ero croce e delizia di tutti i commercianti a cui mi presentavo sempre alla stessa ora e con lo stesso sorriso, pronta a scegliere il/i muffin del giorno. Li adoravo e – la maggior parte delle volte – loro adoravano me (i commercanti, non i muffin).
Adoravo l’odore di dolci misto al profumo del pane, della terra, della lavanda, dei formaggi e di tutto quello che potevo trovarci, come il succo di mela o il biscottone vegano alle carote. O il caffè dal chioschetto dove un sorriso te lo beccavi sempre.

Ma a parte la porzione dedicata al mercato, la parte west della piazza è degna di nota ed è da osservare con attenzione in diversi giorni e nelle diverse fasce orarie. È un posto da amare, non solo per gli sbuffi di vapore bianco del Metronome delle 12 e delle 24 o del suo particolare orologio che segna ore minuti e secondi che mancano alla fine della giornata, ma perché è un po’ un luogo di incontro, dove puoi imbatterti in tutte le specie di newyorkesi e non.

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Di giorno è chiassoso e affollato, è uno degli snodi della città, con le linee principali della metro. Ma io tendo a credere che tutta quella gente ci passi e si fermi perché è davvero interattivo. E dico interattivo perché lì le persone si incontrano e parlano, anche se non si sono mai viste e non si vedranno mai più. Ed è il luogo dove ho fatto i più memorabili dei miei incontri, visto e vissuto minuti e ore di indiscutibile bellezza.

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Alla mattina ragazzi e signori (saranno meno di una decina in tutto) con le loro scacchiere si siedono in due righe parallele, gli uni molto vicini agli altri perché la chiacchiera ci sta sempre. Si mettono all’ingresso della subway – posto strategico – e sfidano i passanti, con le mele sul tavolo e i cronometri. Ci gioca chiunque, perfino i bambini.
C’è anche il gruppo di meditazione che non ho ancora capito su cosa medita in tutto quel chiasso. A volte trovi la zingarella che balla, ma lo fa solo al tramonto quando Union Square si veste di un altro incanto. E dico incanto perché il gruppo di meditazione che tutto il giorno se ne sta in silenzio, insorge: appena il sole comincia a calare canta a voce alta, così come il più anziano di loro – o forse non è proprio il più anziano – ma lo fa con gli occhi chiusi, mentre a intervalli regolari suona il gong. E io non so se si chiama gong, ma questa è la mia storia e io lo chiamerò così.

Lo vedete anche voi, io tante cose non le so, però so che quello che succede a Union Square lascia sempre una traccia. Sia alla mattina che al tramonto, dove ognuno ha il suo spazio e non importa se non ci si entra tutti: dove mangia uno, mangiano trenta. Ognuno trova il suo modo di isolarsi nello spazio che si è scelto, e non solo, lo fa diventare una dimensione propria, a sé stante.
Ed era qualcosa che se ci penso vorrei avere un gong, buona intonazione e altre capacità artistiche. Il mio sospetto è che abbiate già intuito che non possiedo nemmeno una di queste cose.
Ma forse un gong me lo posso procurare.

E il gruppo di meditazione, gli scacchisti, la zingarella e la signora che si aggira per la piazza e porta addosso tutti i colori del mondo, con in testa così tanti capelli e fiocchi che non troverai mai il suo viso, erano troppe cose che succedevano tutte insieme. E non è facile mettersi a una distanza accettabile per poter osservare tutto con distacco. Ci sei dentro e sei fregato. Sei coinvolto e anche disperato, come si sta dietro a tutta quella roba? Al ragazzo in costume intero con metà anguria in testa che ballava come un pazzo per qualcosa che riguardava l’amore, avrei dovuto chiedere che voleva dire ma era troppo pazzo anche per i miei standard.
E vicino a lui c’era il trio blues e solo se li guardavi riuscivi a isolare il suono e sentire davvero. Meno male che i ragazzi delle bolle di sapone giganti regalavano un po di scenografia ai musicisti, e dovevo girare solo un altro po’ la testa per tenere d’occhio la zingarelle e controllare che il gong suonasse negli intervalli giusti.
A casa spesso non ci volevo tornare, nemmeno se gli occhi si chiudevano e il sole era sparito da un po’.

E questi sono solo alcuni dei personaggi che uno può incontrare a Union Square. Perché ogni giorno è diverso, ma sono loro i miei preferiti.

E avrei dovuto raccontare un’altra storia ma stavolta è andata così. Poi l’altra è solo un’altra storia.

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Storia di una breve storia d’amore – 3 – La fondamentale importanza di un ombrello; Yo, bro e incanti non voluti e rimandati

L’ombrello, “YO” bro e incanti non voluti e rimandati

Questa è la storia di un ombrello che da dove vengo io, ma forse un po’ ovunque, verrebbe definito “peccato”. Così peccato che in un luogo dove il cappuccino più economico costa quattro dollari, il suddetto ombrello era valutato meno di uno. Forse per questo l’ho adottato.
E peccati, a quel punto, eravamo in due.

Quindi non fu solo per la giornata uggiosa che decisi di mettermi al riparo sotto un ombrello rifaldo ma con il giusto – seppur vacillante – punto di solidità e comunque sopravvissuto fino alla fine. Comprare quell’ombrello mi aveva fatto sentire meno strana. Con lui la faccenda si sarebbe riequilibrata.
A New York non solo è difficile vedere gente che fuma in mezzo alla strada, ma altrettanto difficile è trovare qualcuno che abbia un ombrello del colore diverso dal nero o che non sia trasparente. Avevo necessità anche di distinguermi in un tentativo di ricordare a me stessa che non appartenevo a quel posto: con lui rimanevo me stessa nel caos della città.

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Capirete bene che si trattava di un ombrello che, come tutto, non è stato scelto a caso. Si abbinò benissimo al mio abbigliamento, ma anche ai colori che per quel giorno – e per altri – sarebbero stati messo addosso alla città. E in particolare mi riferisco a una bizzarra struttura ai piedi del ponte di Manhattan. Gialla e nel bel mezzo di un prato.
Guarda caso, il prato che avevo scelto io.

Nei miei disagi, cerco sempre un punto di fuga, che sia uno spiraglio che diventi una porta da aprire. La mia porta su Narnia era il ponte di Brooklyn. C’era un solo un posto che volevo guardare quando non girava, come quando cerchi una persona che ti metta a tuo agio. Per me quella persona è stata l’East River.
Così ho scoperto che non esiste solo un punto di vista ma che ne esistono mille altri, che la stessa cosa puoi vederla da tantissimi posti diversi. E quindi anche le strade sono infinite, come le soluzioni, come le vie di fuga e che tutte queste cose puoi costruirle.
Quindi potevo farlo. Potevo provare per un giorno l’ebbrezza di portare un oggetto insopportabile e ingombrante come un ombrello.

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Altro fulcro della storia è la scritta: “Yo” o “Oy”: tutto – appunto – dipende dal punto di vista. Cosa certa, per quanto mi riguarda, è che fosse orribile. Nel senso: non ci stava, non si adattava, era fuori luogo. Ma poi che cosa l’avevano messa a fare? Ma quanta gente attirava nonostante la pioggia! E tutti che si fotografavano, e io che volevo solo sedermi sul prato e spingevo sui pensieri positivi e contemporaneamente andavo avanti e indietro sul prato sempre più bagnato.

Non ero ancora pronta per Manhattan, ma era ora di rassegnarmi: non avrebbe smesso di piovere e io e il mio ombrello ci convincemmo a prendere la metro e arrivare dall’altra parte del ponte.
Pensai bene di andare a fare un giro al MoMa. Massì, ottima idea! Tu sì che sei un genio, Roberta. Il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio.
Quando ti viene un’idea spesso ti faresti da sola i complimenti, roba da pacca sulla spalla, roba da stretta di mano; ma ops, sei sola, allora immagini solo di stringertela quella mano perché poi sarebbe troppo strano, e tra te, la scritta e l’ombrello smetteresti di occupare la tua posizione di superiorità guadagnata a fatica. E allora non lo fai, sorridi soltanto sorniona. Hai trovato la soluzione a tutto. Ma quanto sei brava. Ma quanto sei… furba.

Allora rivediamo il piano: il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio. Manca qualcosa. Ma cosa? Manca la pioggia. La pioggia. E per tutto il viaggio in metro l’elemento ti era sfuggito.
Misi insieme i pezzi giusto nell’istante in cui stavo uscendo dalla metro, proprio quando stavo facendo le scale: ‘Ma se sto andando al MoMa, vicinissimo alla Quinta strada, se sono le tre del pomeriggio e piove…’, momento di congelamento, piede che rimane sospeso per un istante in più sul gradino ‘ci-saranno-tra-quarti-della-città-lì-dentro’ in un crescendo in cui se avessi parlato ad alta voce le ultime tre parole le avrei dette più o meno strillando nel modo in cui gridi tanto che non ti vien fuori la voce.
E tra questi pensieri e qualche parolina meno bella messa qui e lì, feci l’ultimo scalino e vidi il mio mondo cambiare ancora.

Inebetita come se per la prima volta vedessi i colori. La pioggia aveva smesso di cadere e un piccolo raggio di sole faceva capolino dai grattacieli. Dissi ciao al MoMa e andai a destra, pronta a perdermi nella terribile Manhattan.

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Non ebbi reale percezione delle strade che stavo seguendo. Park Ave, Fifth Avenue, Madison, Lexington: mi perdevo e mi riperdevo.
Perdermi è stata un’altra delle cose che ho imparato a fare. Ma nel frattempo dovevo fare anche la pipì e mi facevano un po’ male i piedi, per cui mi appollaiai su un’accogliente seduta circolare di marmo su cui rimasi per circa tre quarti d’ora, con le gambe ben strette a fare fondamentalmente nulla, se non trovare il momento giusto per alzarmi – anche se comunque trovare “il momento giusto” è una cosa faticosa – e andare alla ricerca di un bagno e, magari, anche un caffè. Mi concentrai tanto che alla fine ce la feci e trovai il momento giusto. Ma trovare tre cose insieme – bagno, caffè e momento – era difficile: trovai il caffè ma non il bagno, di cui mi dimenticai completamente distratta dall’ennesima scoperta del giorno.
Scoprii che non c’erano solo tanti punti di vista da cui guardare, ma che esistono tanti modi per storpiare il mio nome. Uno di questi è “Robetta”, ma è solo la punta dell’iceberg.
Simpatiche le caffetterie.

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La giornata mi aveva stremata, ero stanca e mi bruciavano gli occhi. Era ora di tornare a casa. Dalla Delancey presi la metro ed ero al semaforo quando riprese a piovere fortissimo. Ero talmente felice dopo tutto quello che avevo fatto quel giorno, comprese tutte le cose che mi erano andate storte che sentii di non avere più bisogno del mio ombrello, volevo scostarlo dalla testa e rimanere sotto la pioggia forte. Ma avevo ancora bisogno di lui quindi mi diedi giusto lo spazio per bagnarmi la spalla e il braccio, in un momento di armonia che nessuno capirà, ma la cosa importante è che l’abbia capito io. Tutta quella pienezza e quella gioia non sarebbe stata rovinata nemmeno dalle quattro metro che avrei sbagliato ritardando il rientro a casa di circa un’ora e mezza rispetto ai miei calcoli.

Storia di una breve storia d’amore – 2 – Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Le cose si complicarono un po’. Il mio umore oscillava tra intolleranza ed euforia: entrambe mi sfinivano. Non riuscivo a starmi dietro. Scricchiolavo quanto il parquet dell’appartamento di Brooklyn e mi sopportavo quanto la doccia rumorosa alle 3 del mattino. A tutto questo e al pessimo rapporto con le metro ci si mise anche la pioggia, che arrivò tempestiva e continua.

Con il viaggio in solitudine impari tantissime cose, tra cui che c’è un modo per rispettare te stessa, che non sempre oltrepassare i tuoi limiti caratteriali e fisici è una buona idea, che ci sono tanti modi per amarsi e mille altri di ridere delle sventure. Capisci che andare oltre quando non sei in grado è un po’ una violenza che non meriti. Devi farti piacere te stessa: sei l’unica su cui puoi contare. Ed è utile capirlo se  passi la tua esistenza a mandare in corto circuito il tuo parco divertimenti di Inside Out.
Conta fino a dieci, pensa, risolvi, vai. Vai, che devi andare.

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Insomma, accadde che in uno degli intervalli di euforia ero riuscita a pormi un nuovo ambizioso obbiettivo: raggiungere la Art Library di Williamsburg. Vicina, facile, senza intoppi. Stando a google non avrei impiegato più di venti minuti per raggiungerla.
Tutte le informazioni erano state incrociate, le mappe sovrapposte, il punto di arrivo fisso bene in testa e individuato sulla cartina… o almeno questo è quello che avrei dovuto fare. Quello che in realtà feci fu leggere il nome della biblioteca da qualche parte su internet, cercare la linea da prendere e vedere di sfuggita la fermata a cui scendere. Ma, ehi, ero prontissima, con l’omino incoraggiante nella mia testa e lo zainetto sulle spalle, il cui contenuto mi avrebbe permesso di sopravvivere a qualsiasi sventura.
Sì, come no.

Prima di uscire di casa, mi ero messa di fronte la porta di ingresso e avevo fatto un respiro profondo, in un tentativo di reazione alla pioggia scrosciante. Diedi anche un’alzata di spalle, come se sarebbe bastato quello a far smettere di far venire giù le secchiate d’acqua. E feci partire la solita tarantella dell’autoconvincimento silenzioso: ‘Macchè, smetterà’. ‘Sì che smetterà’. ‘Pensiero positivo: io voglio che smetta, smetterà’.
E no, non mi serviva un ombrello, mi sarebbe bastato il kit di sopravvivenza insaccato a forza nello zaino. Perché procurarsi un poncho se avevo il mio humor inglese che tiro sempre fuori in caso di pioggia?
Bè, serve. Più dello humor in certi casi.

E tutta questa lunga riflessione sul viaggio, sull’omino della testa e lo humor inglese non è fatto a caso. È un lungo preambolo per arrivare al primo fatto del giorno: le mie scarpe si erano rotte, e  io-adoravo-le-mie-scarpe. Non ne comprai un paio nuovo. Avrei potuto. Ma no. Con quelle avevo cominciato, con quelle avrei finito. La pioggia avrebbe continuato a cadere inzuppando i miei calzini, ma tutto questo mi importava molto meno di niente: era la strada che dovevo camminare, e per quanto mi riguardava, lo potevo fare anche con i buchi sotto le suole.
Le scarpe sono ancora nella mia stanza, con la suola consumata e quasi del tutto scollata, il color pesca è diventato un giallo schifo e i lacci sono grigio strada. Le ho a vista, vicine a me e le guardo spesso, perché mi hanno portata ovunque.

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Il mio infallibile piano resse giusto il tempo di scendere le scale. Appena uscita di casa, invece di andare a destra, ero andata a sinistra, finendo per addentrarmi nelle stradine di Bushwick. E no, indietro non potevo tornare. Indietro ci torni solo quando sai dove sia esattamente il famoso ‘indietro’.
Quindi: nuova scrollata di spalle ed elaborazione di una strategia, sperando (e infondo sapendo) che sarebbe stata quella vincente: andare avanti. Eddai, prima o poi una metro sarebbe sbucata. Per forza.
Passò giusto un’oretta. Ed ecco la subway. Saltai sul treno linea M, in un incredibile misto di sudore e pioggia, ma orgogliosa come Achille in battaglia, come John Travolta all’inseguimento di Olivia Newton-John in Grease: stessa scioltezza, stessa leggiadria.
Ecco la fermata. Ecco la fermata… sbagliata. E il quartiere non era il massimo in estetica e in facce. Mai tanti occhi si erano poggiati su di me tutti insieme, potevo fingere solo che fosse tutto normale e adottare la Strategia 2.0: confonditi e confondili, poi scappa e vai dritto. Sempre dritto. Dove fossi finita non mi era e non mi è dato saperlo, di fatto dove mi fossi infilata non lo sapeva nemmeno Google Maps, che mi avrebbe abbandonata di lì a poco e non si sarebbe mai più ripreso. Non trovai una sola metro sulla strada, eppure la strategia funzionò. Camminai circa tre chilometri. E cammina cammina, cammina un altro po’, gira a destra e chi trovi? La biblioteca! E in un paio dei secondi più euforici vissuti, fui pronta a baciare il marciapiede, a darmi pacche sulle spalle, a saltare, a esultare. E non avrei avuto nessun problema a fare tutte queste cose – tranne baciare il marciapiede – se la famigerata, desiderata, tanto a lungo cercata biblioteca… non fosse stata chiusa.
E allora non vorresti fare in modo che il cielo venga giù? No, non fai proprio niente, bella, perché meglio quella pioggerellina sottile della pioggia scrosciante di prima. Nel caso una si rifugia in un locale, e per un po’ si mette in salvo.

Ed ero di un umore pessimo, bagnata dalla testa ai piedi. Nel mio immaginario peggiore ho il naso che gocciola – ma è solo acqua. Nella caffetteria non c’erano clienti. E per fortuna! Sarà stato il mio faccino, sarà stata la mia aria persa: le attenzioni furono tutte per me. E per una persona sola, un sorriso in una città infinita, in una città che non stai capendo neanche per sbaglio, è tutto. Fa uscire il sole anche se sembra che non smetterà mai di piovere.

Mi guardavano in un modo che era a metà tra intenerito e incredulo, come se fossi un personaggio fuori dal mondo: posso solo immaginare lo stato in cui fossi. Sul momento non diedi importanza al loro modo di guardarmi, lo feci solo dopo, quando lo stesso sguardo sbigottito lo rividi su tanti altri volti. Ero un cucciolo di foca, una cosa bizzarra, bizzarra più di loro. Alcuni cercavano la mia storia e i miei perché, altri volevano raccontarsi, dovevo apparire senza difese, da un lato pronta ad accogliere, dall’altro bisognosa di essere accolta.
Quel posto, la caffetteria, l’ho un po’ idealizzata, quindi se la descrivessi ne verrebbe fuori qualcosa di perfetto e probabilmente un po’ distante da quello che era in realtà. Le tinte dovevano essere verde tiffany e l’arredamento di pallet e materiali da riciclo. Di sicuro era confortante e pieno di calore. Dopo aver mangiato qualcosa e bevuto un ottimo cappuccino, raccattarono per me una mappa che mi aiutarono a consultare per tornare indietro: la strada era a prova di Roberta. Il mio mondo si rovesciò ancora: andava tutto bene e io ero pronta a immergermi nella mia giungla civilizzata.

Storia di una breve storia d’amore – 1 – Come tutto ebbe inizio nell’agosto 2016

Troppe lezioni da imparare, il difficile rapporto con le metro, le fiamme del Brooklyn Museum e un amore ancora non riconosciuto

E quindi sei arrivata a New York e quante cose belle hai imparato! Allora. Hai imparato che: il Jet lag rovina la vita e ti sei alzata per una settimana alle 3 del mattino ciondolando per l’appartamento come un elefante domestico producendo un cigolio inquietante e studiando ogni particolare della casa, che non erano nemmeno fatti tuoi e ancora non sapevi quanto in certe sere ti avrebbe lasciato di stucco. E ti sentivi in colpa ad aprire la doccia che neanche una grandinata su una lastra di alluminio fa così tanto chiasso. Anche il caffè era un problema, che avevi la caffettiera e la moka ma per qualche motivo, solo per il fatto di essere in America, Lavazza o non Lavazza, faceva sempre schifo. E quindi a un certo punto, hai mollato anche lì.
Poi, vediamo, hai imparato che la frutta si paga al pezzo, e di solito questo pezzo è un lingotto d’oro che ingurgiti anche se è disgustoso solo perché l’hai pagato e ora lo devi mangiare; hai imparato che essere scout non ti è servito a nulla, che non ti sai orientare e l’aiuto più grande che puoi dare al prossimo è non dargli aiuto.
Ma soprattutto hai capito che la metro non è cosa tua. Quante ore ci hai passato quel giorno nel cambio linea M da F? Tre? Dai, sii sincera, qui nessuno ti giudica. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma quale idiota nel mondo non riesce a capire che se devi cambiare linea non devi uscire dalla subway? Quale? Tu. Naturalmente, tu. E quindi è una storia d’amore mai decollata. Però, ora dimmi, dove mai hai fatto una sauna più bella e così tanto economica? Da nessuna parte, Roberta.
Sei un mito nei viaggi low cost.

Ah, e dov’è che volevi arrivare la prima mattina alle 10, massimo 10.30? A Dumbo? Scusa, hai detto Dumbo? Ah, e mi racconteresti l’esilarante storia di come invece sei approdata al Brooklyn Museum? Per di più, era solo a qualche fermata da casa tua dalla quale eri uscita alle 9.30. A piedi ci avresti messo 1 ora e 20 minuti, in metro sei riuscita ad arrivarci – chissà come – alle 12. Non te lo scorderai mai, non è vero?

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Però in effetti la verità è una sola: hai sempre saputo che fare programmi non è da te. E sii clemente con te stessa… sai, per quella faccenda del fuoco e delle fiamme per cui ti sei arrovellata per una settimana. Dove sarà successo? ‘In aereo, lo so che è successo in aereo!’. Non ti è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che forse – e dico ‘forse’ sapendo che potrebbe benissimo essere sostituito da una parolaccia – la colpa era tutta del bagnoschiuma che hai usato come se un domani in quella New York non sarebbe mai arrivato, solo perché sei un’ingenua. Non fidatevi mai dei bagnoschiuma esteri che si spacciano per neutri. Mai.

Vedere la Lower Manatthan dai piedi del ponte di Brooklyn ti ha sconvolta, borderline che non sei altro. E ti mettesti a sedere, che ci mancava il violino di sottofondo e saresti stata certa che non c’era niente di reale in quello che avevi di fronte. E non dimenticherai mai la giornata grigia di fine agosto, le nuvole basse e l’umidità a mille che tu e i tuoi capelli chiedevate pietà, anche se, ogni tanto, quel venticello… E la piccola spiaggia che puzzava da morire, ma il gioco di colori, e un flebilissimo sole dietro le nuvole faceva capolino a intervalli sempre più brevi, creando nuovi sbrilluccichii. E tutti quei luccicori e tutti quei grattacieli sullo sfondo che non sono nemmeno lontanamente come uno se li immagina, ti entrano dentro e ti spingono indietro e l’effetto è roba che toglie il respiro e che ferma il tempo e ti rimane impresso per sempre, così non lo puoi dimenticare. È come una maledizione, ormai ti ha presa e non ne uscirai più. Pretende di restare, si mette sotto la pelle riempie ogni spazio vuoto e finisce che sei a rischio di strappo, di rottura. Come quei dolori che sono un po’ un piacere. Quella vista fu un dolore e una gioia, una delle più violente della mia vita.
In Dumbo avevo individuato il posto dove mi sentivo più me stessa, ed era il posto in cui andavo quando quello che mi circondava non mi sembrava più familiare.

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E alla fine ce l’ho fatta ad arrivare alla prima persona. Nel mio tempo perfetto.

Dichiarazioni deliranti – in seconda persona – verso l’aeroporto di Bari

Le pressioni dello zaino; la chiamata per il passaporto; lo specchio e tutto il resto

Ti sei fatta venire la febbre il giorno prima della partenza e come te la sei fatta venire, così te la sei fatta passare a suon di gasteme e tachipirine. Il primo viaggio da sola ti ha già devastata e sei ancora a casa. Maddai, hai fatto un sacco di traversate in solitudine: non ti è concesso avere paura. Sei arrivata in nord Italia quella volta, te lo ricordi? Quindi: rilassati. Ou, respira. Non fissare lo zaino. Muoviti, mettitelo sulle spalle che devi andare in aeroporto.
Ehi. Hai preso tutto? Massì, avrai preso tutto, ormai è chiuso. Se apri quel mostro, finirà per esploderti in faccia tutta la biancheria che ci hai infilato. Lascia stare.
I documenti ci sono? Che la polizia americana non è quella italiana, se va male finisci diretta al gabbio. Buttati in faccia un po’ d’acqua che sei bianca come un cencio. Riprenditi idiota. Devi solo andare dall’altra parte del mondo, sette ore di stacco. Sì, ci andrai senza la mamma che saluti in lacrime prima dei controlli, come se non dovessi rivederla mai più. Ti darei due schiaffi, ti darei.
Passi i controlli all’areoporto di Palese. Wow, è quasi finita, mancano solo…dieci ore? E che saranno mai, pensa che finalmente potrai dedicarti ai tuoi grandi pensieri filosofici: ‘Esattamente a quale ora e quale giorno andrò fuori di testa?’.

Bè, vedi che stai andando bene? Mica ti sei messa a gridare nel preciso istante in cui il tuo nome è risuonato nel gate che c’era un problema con il tuo passaporto. E dici a te stessa: ‘Scus, lo stesso passaporto che mi è costato quattro mesi di monete da un euro in un salvadanaio? Quel passaporto?’ Andiamo, Roberta, ti sei sbattuta tanto per non imbarcare e fare la lunga fila al check in e mo’ ti stanno invitando a presentarti al varco. Al barco. Al-banco, e non cominciare a fare la tragica. Ti vogliono solo innervosire, ti stanno mettendo alla prova, loro lo sanno che hai pianto quando hai salutato la mamma. Prenderai quell’aereo, dovesse cascare il mondo, dovessi anche farlo cascare tu questo mondo. Dovessi arrivarci con i dannati piedi a Monaco e fare una nuotata verso l’America.

Probabilmente è cominciato lì il tuo rapporto ostile con le hostess, che poverine, fanno solo il loro lavoro. Ma poi, poverine cosa? Come fai ad amarle se la chiamata è una chiamata che da noi a Bari definiremmo “a tromba”?
“Ha l’ESTA?” chiede la signorina e tu ansimando di nevrosi e piena di tic vorresti sbottare ‘E ti pare che sarei qui se non avessi il dannato ESTA?’ ma in realtà la respirazione è ok e non hai nessun tic – solo quello ci manca – e nella tua modalità passivo-aggressiva rispondi che “Sì, è qui, lo vuole vedere?”
“No, basta che ce l’abbia”
Ne avevi almeno venti copie in venticinque tasche diverse. Avevi più fogli che vestiti.
Povera, ti hanno tolto quei buoni dieci minuti di respiro e sfuggire di mente le grandi domande esistenziali che ti stavo ponendo, te le eri anche scritte su uno di quei fogli: ‘Ma in aereo mi faranno mangiare?’, ‘E tutti questi soldi spesi mi porteranno qualcosa di buono?’, ‘E quanto dovrò camminare?’, ‘Quanta autonomia avrà il mio cervello prima di vedere nero quando le persone mi faranno arrabbiare?’, ‘Non saranno mica invadenti questi americani?’.
Senza contare le mille storie terrificanti che ti avevano raccontato sui controlli a destinazione e già ti vedevi rinchiusa per sempre nel terminal, come nel film – prospettiva migliore e più accettabile della cella di Bridget Jones.
Dio. Rientrata nel gate sei andata in bagno e lo specchio ti ha restituito l’immagine di una persona che non eri tu. Perdonami se mi permetto: stamattina non ti eri truccata? E perché ti sei squagliata il mascara sulle guance invece di metterlo sulle ciglia? E quelle occhiaie quando sono uscite, di grazia?
Di grazia erano uscite dal tuo letto, lo stesso luogo dove avevi speso mesi e nottate a fare incubi sul tuo arrivo a New York tra biglietti dispersi e case non prenotate, sogni di viaggi in aereo senza destinazione e la città sempre irraggiungibile.
Ma adesso smettila di parlare in seconda persona che sembri di fuori veramente. Scrivi in prima che hai più possibilità di riuscita. Pazza.

Dai, alla fine non ti è andata male. L’aereoporto di Monaco ti è piaciuto così tanto che hai pensato che non sarebbe stato male passarci più dell’ora che ci dovevi trascorrere prima di prendere il fantomatico volo per gli States. Vedi, sei pazza, e devi solo dire grazie se chi ti circonda ti ama, e se davvero lo fa, non è certo per il tuo equilibrio. Che dovresti anche andare a vedere che significa “equilibrio” sulla Treccani, così capisci che le tue emozioni non dovrebbero tendere solo al nero o al rosso toro (se tutto va bene e il mare è calmo quel giorno).
E dì che la verità è che sapevi che a Newark il signore dei controlli ti avrebbe fatto il terzo grado ché non ci voleva credere che stavi andando da sola a New York, che non avevi un amico, che non avevi un parente. E tu ci hai pure provato a dirgli che era solo una luuuunga vacanza, ma questi americani così sospettosi pensano che ogni cristiano stia andando a cercare lavoro. Proprio a te, che stai così bene nell’Italia devastata. E quando ti ha lasciata andare pregandoti di stare attenta da sola in quella città immensa, vedi che è filato tutto liscio, con il treno fino a Penn Station e la metro fino a Bushwick. Il jet lag ti avrebbe devastato solo dopo, potevi essere almeno contenta di essere arrivata. Andava tutto bene e sapevi anche che non sarebbe potuta andare diversamente.

Sei stata tanto brava nei giorni che scorrevano in città, andavano relativamente veloci, erano più o meno facili, senza tristezze e senza nostalgie, nella totale dimenticanza di quello che non avevi accanto.
La città è stata molto previdente, e ti ha portata in braccio e ti ha accompagnata ovunque, forse non sempre nel momento giusto, a volte troppo in anticipo o troppo in ritardo, ma non aveva importanza, a te non è mai importato arrivare in tempo. A te piace arrivare al momento giusto, che poi non è il momento giusto, solo il tuo tempo giusto.

E ora davvero smettiamola con questa seconda persona singolare, che è anche simpatica, ma fino a un certo punto. Riprendiamo il racconto in prima persona. Fa molto meno borderline e tu in questo lungo racconto hai tantissima reputazione da perdere.