Incontrare Picasso nei corridoi del Guggenheim Museum, New York

Il mio rapporto con l’arte è molto problematico. Per me un quadro è sempre solo un quadro. Non capto energie, non capto sentimenti. Insomma non capto proprio niente.
Poi, però, ho incontrato Picasso al numero 89 della Quinta strada.
E mi sono innamorata.
Sì mamma, ancora una volta di una persona morta da parecchio tempo.

A New York i musei non sono gratuiti, e non sono economici.
Se sei il solito squattrinato, puoi scegliere di visitarli in certi orari dove è previsto l’ingresso libero o un costo ridotto. Altre volte è possibile fare un’offerta.

La mia permanenza in città è stata tutta un caso, come fu un caso la mia entrata al Guggenheim per 15$, solo perché un’area del museo era chiusa, altrimenti gliene avrei dovuti lasciare 25 di dollari.

Insomma, gironzolavo da quelle parti e mi avevano detto che era un museo bellissimo, già che c’ero potevo dare un’occhiata. Dopo aver fatto il mio pic nic a Central Park, ho attraversato la strada per raggiungere la struttura che ha tutta una sua simbologia: la spirale e l’infinito. Vale per per i piani su cui si sviluppa e vale anche per le scale: puoi guardare indietro come e quando vuoi. Con tutte le vie di fuga del caso.
Il bianco fa sembrare lo spazio molto più grande di quanto non sia, e il silezio è surreale: non consiglierei mai di andare nei momenti affollati altrimenti non ti godi nulla.

Anche con i musei i miei rapporti sono altalenanti, più per le restrizioni che impongono che per altri motivi: rispetta le linee, non guardare troppo a lungo, non sostare troppo a lungo, mantieni una certa distanza, numeri di respiri da fare e quanto profondi.
Forse, infondo, si tratta soprattutto di una questione psicologica del tutto personale.
Eppure questo posto così bianco è anche il luogo che ha cambiato il mio modo di percepire l’arte.

Ci stavo provando a capire la faccenda emozionale dei quadri: ho guardato ogni stanza due volte, lo giuro. Mi sono anche fatta sgridare perché ho sospirato più delle volte consentite, ma continuava non succedeva niente.
In ogni museo in cui ho messo piede, ho sperato di capire questa cosa, e ogni volta ne sono uscita delusa.
Ma poi.
Poi ho guardato La donna dai capelli gialli.
Sapete quando riuscite a individuare il preciso istante in cui capisci e cambia tutto?
Stava per accadere anche a me.

La chioma bionda, il corpo arrotondato e lilla – scusate non sono una critica e i più sensibili perdoneranno la mia rozzezza e la mia ignoranza sulla giusta terminologia da usare. Questa donna bionda è bellissima e io non ho mai pensato il contrario.
Temo che a un certo punto mi sia scappato uno sbadiglio, di quelli che non ti metti neanche la mano davanti alla bocca, incroci le braccia e ti chiedi quanto in profondità il quadro abbia potuto esaminare le tue tonsille.
Però, dopo uno sbadiglio, è anche più facile che gli occhi siano più aperti, e io ho questo vizio che quando guardo qualcosa che non capisco inclino leggermente la testa, prima a destra e poi a sinistra.
Tutto molto lentamente.
E nel chiudere la bocca, nell’aprire un poco di più gli occhi, nell’inclinare la testa e quindi cambiando il mio punto di vista, capii il trucco di Picasso. Scoppiai a ridere forte e mi beccai la sgridata dalla donna in nero.
Vorrei aver mostrato a lei le mie tonsille.

Poi sono passata alla tristezza della tela Donna che stira, mi ha contagiata al punto che ho dovuto sedermi. Ho smesso di guardarla per paura che mi facesse dimenticare la risata di prima. Quindi mi sono alzata, sono tornata dalla donna con i capelli gialli, e dopo un pochino, di nuovo, dalla donna con il ferro da stiro.

Non so se il Guggenheim sia un bel museo, se merita la fama che ha, ma di sicuro, è stato interessante farci una capatina.
Magari meglio il sabato, quando dalle 18.45 alle 19.45 l’offerta è libera e voi potete lasciare anche solo 1$.

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Rinunciare a viaggiare da soli, significa rinunciare a una parte di se stessi

Sei la persona più importante della tua vita, te ne rendi conto? Non rinunciare a partire per paura di stare solo, di non riuscire a organizzarti, di perdere aereo, treno e autobus, di non fare in tempo, per paura di una lingua che non conosci o non conosci benissimo. O peggio, non rinunciare per paura di annoiarti.
Non te la prendere se ti dico che sono tutte grandissime baggianate: è solo timore della mobilità.

Non fare lo stupido, se l’hai pensato lo puoi anche fare.
Non raccontarti la bugia dei soldi, bevi una birra in meno e metti un euro al giorno nel salvadanaio. Io ci ho messo due anni per riuscire a comprare solo il primo biglietto, metto da parte ogni singolo centesimo e, nonostante questo, arrivo al giorno della partenza sempre con l’acqua alla gola, eppure mi è sempre andata alla grande. E no, non è fortuna, la fortuna non c’entra niente. Sii oculato, non spendere e spandere, piuttosto guarda la bellezza che ti circonda. Parti in estate, autunno o primavera, cammina 10 km al giorno e vedi chi incontri al prossimo angolo, e va benissimo anche la scrosciata d’acqua, se poi ti fa vedere l’arcobaleno sulla Quinta Strada dalla Public Library.

L’inatteso meraviglioso può anche prendere le sembianze di uno spettacolo improvvisato, o di una donna con così tanti nastri nei capelli che il viso non riesci a vederlo. Potrebbe anche solo essere un concerto gratuito, o la chiacchiera sulla panchina, leggere un libro in riva al lago.
Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.

Non trovare tutte le giustificazioni possibili: non è il momento, ora non ho tempo, lo avrò in futuro. È una bugia. Devi farlo nel momento stesso in cui cominci a pensarlo. Non progettarlo nemmeno. Prendi un volo che parte tra sei mesi e poi ci pensi.

Inizia dal basso, vai in un posto vicino casa se è la distanza che ti spaventa, resta quattro giorni, ma non rinunciare a te stesso e alla straordinaria avventura che ti aspetta.
Trova il tuo limite. Superalo, e fallo con stile.

Il viaggio ti mette a distanza da te stesso, così puoi guardarti da lontano. E solo dio sa quante cose scoprirai.
Io mi sono divertita da morire, e non perché sono particolarmente simpatica, ma perché tutte le cose assurde che mi succedevano, le accoglievo a braccia aperte e senza alcuna paura.

Adesso, sperando di non annoiarti ti racconterò di come il mio mondo si sia rovesciato, augurandomi che ti spinga a rovesciare il tuo.

Mi sono lasciata in pace. Ho pacificato una parte di me stessa che mi implorava di smettere di massacrarmi.
Vivo meglio, ho addobbato la mia gabbia, e so che il mio prossimo viaggio mi aspetta e non sarà mai pronto fino al giorno prima di prendere l’aereo.

Ho smesso di guardare ossessivamente l’orologio che da quasi un anno va sette ore indietro.
Ho smesso di essere puntuale con tutto e con tutti. Sono meno rigida.
So che nel momento che sto vivendo sono perfetta così, e lo sarò fino al prossimo cambiamento, e anche allora troverò la mia perfezione.
I problemi li posso affrontare con serenità.
Ho scoperto che sono resistente, che camminare mi piace tantissimo, ho scoperto che nel panico posso restare perfettamente calma e lucida. Ho scoperto che sono libera.

Che basto a me stessa l’ho sempre saputo, ma provarlo sulla pelle dà un sapore estremo di libertà.
Quando da buon cavallo a briglia sciolta mi manca il respiro in questi spazi così piccoli, li amplifico nella mia mente, e posso farlo perché ne ho visti di infiniti. Poi, però, mi capita anche di guardare il cielo di casa e di rendermi conto che alle volte è bello come quello dei posti che ho visto.
La magia è dietro l’angolo, arriva sempre, arriva ovunque, come la gentilezza.

La paura è solo un campanello d’allarme che avverte, ma non segna una linea di confine che ti protegge dal baratro.
Il viaggio non è un baratro, e non è nemmeno un punto di arrivo, né di partenza.
È un lancio nel vuoto dove ti è permesso avere paura, consapevole del fatto che cadrai in piedi.
Non rinunciare alla strada, e non rinunciare a te stesso, a conoscere la parte più brutta di te, perché forse è la più bella e tu non lo sapevi.

Come ti approcci alla valigia? Pillole di esperienze piene di creatività

In questo post esamineremo diverse situazioni e cercheremo di arrivare a capire quale tra tutte e la migliore, e io non piloterò in alcun modo il risulato.
Vi racconterò delle mie divertentissime esperienze con le valigie, o bagagli – o per lo più borsette – che ho testato nei vari viaggi.

Oddio: adesso esplode. Ecco quello che ho pensato mentre, bianca come un cencio, non riuscivo a fare altro che fissare il mio zainetto nero la mattina prima di partire alla volta degli States.
A me piace viaggiare leggera. Ma forse la soluzione che avevo trovato era un po’, diciamo, estrema.
E ora so che vi state chiedendo: ma se il tuo biglietto areo prevedeva bagaglio a mano da 8kg, bagaglio da stiva da 21kg, e un altra piccola borsetta, tu, per l’amore del cielo, perché sei partita con lo zainetto?
Eh, perché?
Perché.
Andiamo, io sperimento. Lo so: mi giustifico sempre così, ma che vi devo dire, è ovvio che sono poche le cose che faccio con cognizione di causa.

SITUAZIONE ZAINETTO – New York – agosto 2016 – 27 giorni di agonia sotto 35°, ma 40° percepiti – bellissimo.

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Quattro canotte, un pantalone lungo, una felpa, un pigiama, necessario per lavarmi, 2 quaderni, 10 penne – non sia mai finiscano all’improvviso, come se in America non ne vendessero -; adattatori acquistati alla modica cifra di 1,90€ da Leroy Merlin – non lasciatevi fregare da quelli che ve li vogliono vendere a 30€, a meno che non ti portino anche sulla luna. Avevo insaccato l’ebook reader – come se lo avessi mai usato -, 3 libri, un quaderno di ricambio e diversi fogli volanti. Sono riuscita a infilare perfino i documenti per partire, 20 copie dell’Esta – che avrei comodamente potuto evitare di stampare – e infiniti pezzi di biancheria intima, come se ci dovessi rimanere per un anno a Bushwick.
I maschietti non si impressionino se a questo punto scopriranno un terribile verità. Ehi, avete ancora il tempo di un rigo per chiudere il post. Sarò il più delicata possibile, promesso.
Restate? Ok.
Ho portato con me delle strisce depilatorie per il labbro superiore, perchè noi donne abbiamo i bulbi piliferi anche lì.
E anche se lo zainetto stava per esplodere, che ci crediate o no, ce la siamo cavata alla grande.
Poi, al ritorno, tra gifts vari, ho dovuto acquistare una nuova scintillante, nonché orrenda, valigia pitonata e viola. Ho un gusto impeccabile.

PRO: Hai tutto sempre con te e a portata di mano.
CONTRO: Sarai molto limitato nella selezione di roba da portare. Per me non è stata una tragedia, ma se sei una vera donna o un vanitoso uomo, e ti piace variare il tuo abbigliamento, a un certo punto soffrirai.
Ah, naturalmente, se sei un compratore compulsivo, lo zainetto non ti basterà mai. Ma questo, tu, lo sai meglio di me

Certo è, che come per Airbnb, se resterai a lungo nello stesso posto, la valigia è alternativa migliore allo zainetto di scuola… che non usavi neanche a scuola.

SITUAZIONE VALIGIA – New York – Aprile 2017 – 15° percepiti e immaginati, i 30° che mi hanno accolta

Il clima di New York è capriccioso e questo lo avevo imparato anche durante la caldissima estate, ma mi aspettavo anche un freddo infernale e io ero equipaggiata come un eschimese pronto a calarsi nelle acque del Mar Glaciale Aritco.
Quindi, avevo deciso di portare con me la valigia, alternativa più accettabile, nonostante il mio cervello continuasse a rifiutarsi di piegarsi alla soluzione a cui mi stavo arrendendo.
La mia valigia l’avevo trovata l’estate precedente nei negozietti I ❤ New York sulla Quinta strada. Una sciccheria assoluta, all'interno della quale avevo messo vari sciarponi, pantaloni lunghi maglioni e molto più del necessario, che poi, si è rivelato inutile, data la temperatura primaverile, ma questa era una cosa che non avrei potuto prevedere.

PRO: Imbarchi il bagaglio, viaggi per aeroporti leggero come una piuma e zompetti da un aereo all’altro come un elefantino armonioso. Non hai grossi problemi di spazio, hai tutto quello che ti serve e la puoi comodamente trasportare nel tragitto aeroporto-casa, casa-aeroporto.
CONTRO: La devi trascinare, è ingombrante e rallenta.

SITUAZIONE ZAINO 50 LITRI – North England – Maggio 2017 – 15° effettivi e percepiti, incredibile.

Avrete capito, a questo punto, la mia predilezione per gli zaini. Appena sarò abbastanza ricca da portermene andare per sempre in giro per il mondo, ci infilerò il necessario e diventerà la casa da portare sulle spalle ovunque.
Acquistato a 39.90 euro da Dechatlon, bello da vedere, comodo, solido, spazioso – più di quanto sembri da vuoto -, lo zaino da 50lt è stato quello che ho adorato più portarmi appresso. Nei viaggi in cui ci si sposta in continuazione, una volta ogni due giorni, è la scelta migliore. Non ho trovato stressante doverlo rifare ogni volta, a dire la verità non vedevo l’ora di rimettermelo sulla schiena, il prima possibile, e andare. Lo zaino non solo è figo, ma è anche un qualcosa di molto rassicurante, io mi sentivo molto protetta con lui sulle spalle.
Se partite con Ryan sappiate che non vale come bagaglio a mano, supera le dimensioni in altezza, per cui andrà imbarcato, ma non è stato un elemento di grande disturbo…

PRO: Entra tutto, anche più del necessario, è comodo, è figo, e lo porti sulle spalle sempre, è malleabile e lo infili ovunque anche in un autobus strapieno
CONTRO: se cammini a lungo, prima o poi ti farà male la schiena. Ma il bello è anche quello. Forse, soprattutto quello.

A me non capiterà mai più di partire senza zaino.
E dal profondo esame sopra svolto pieno di particolari, è emerso che nemmeno voi dovreste farlo. Certo è che non credo sia nemmeno il caso di partire con lo zainetto di scuola se poi devi tornare con una cosa pitonata e patinata.

E voi come vi approcciate alla valigia? Aspetto divertentissime storie!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Il vero dramma è: Airbnb oppure Ostello? Ma entrambi!

Nel caso in tu scelga di organizzare il tuo viaggio, se hai intenzione di fermarti a lungo nello stesso posto, allora una bella stanza con Airbnb conviene sempre: può essere molto più accessibile economicamente di un albergo, soprattutto se sei uno a cui piace star solo in camera.
Una casa ha tutti i comfort di cui hai bisogno, e la maggior parte degli Host – a me è capitato proprio in tutti i posti in cui sono stata – ti invitano a usare casa come se fosse anche la tua e ti trattano come uno di famiglia.
E poi, diciamocelo, il mondo che si nasconde nelle case della gente è magico. Impari un sacco di cose e soprattutto vivi momenti di straordinaria originalità.

Io girato molto con Airbnb.
Ho provato la casina inglese di Londra, sviluppata su tre piccoli piani, con parquet e scale cigolanti; tetto a cui accedere dalla piccola finestra a scorrimento verso l’alto, dove puoi goderti una cenetta sotto le stelle. Lei si chiamava Emma, era gentile e rideva sempre e aveva un vicino di casa molto reattivo, la mia amica Maria può confermarlo.
È stato un ottimo modo di affacciarsi alla realtà di Airbnb.

Se hai un senso dell’umorismo niente male, il soggiorno potrebbe diventare un vero e proprio parco divertimenti.

Le esperienze più… ehm… strane e surreali le ho fatte entrambe le volte che sono stata a New York. Una volta a Buswich, Brooklyn; anche la seconda volta a Brooklyn, ma … non ricordo il nome del quartiere.
Immaginate che state bevendo il vostro disgustoso caffé e vi state chiedendo cosa ne sarà di voi per quel giorno. Inserite in questa immagine la corsa disperata del vostro Host in mutande verso il citofono. Mi ha svoltato la giornata.
Oppure immaginate una lunga giornata e un rientro riuscito in due lunghe ore di lotta con le metro. Immaginate che entrate in casa e quasi ci perdi la vista per tutte quelle luci: c’è un un set cinematrografico, e puoi guardare tutto quello che succede, ma con discrezione.
E non ti aspetti di passare settimane in un loculo, mentre una sfilza di coppie sfileranno restando più o meno a lungo: una siberiana e un russo, un brasiliano e una colombiana, un francese e un’inglese, che sembra l’inizio di una barzelletta, ma no, non lo è.

Se invece hai intenzione di muoverti e andare gironzolando, e decidi o opti per un viaggio itinerante con lo zaino, sicuramente Airbnb non è la scelta migliore.
La scelta migliore è l’Ostello. La scelta migliore e più economica è l’Ostello in camerata. Non mi sono mai fidata troppo di Booking ma era anche la mia unica spiaggia. Alla fine si è rivelata la migliore, oltre a essere anche la più tutelante.

Ho provato, credo, tutti i tipi di camerata esistenti: da quattro femminile, da sei femminile, da otto femminile, da quattro mista. E in tutte mi sono trovata bene. È anche vero che sono un tipo che si adatta piuttosto facilmente e serenamente.
Ero stata redarguita sulla sporcizia inglese, ma quasi tutti – e non proprio tutti – avevano un discreto livello di pulizia.
Di quelli che ho provato, forse i migliori sono gli YHA (ad Haworth e Malham). Le camerate oltre essere belle da vedere e anche suggestive da vivere, hanno letti a castello e ogni posto letto un cassettone dove puoi mettere uno zaino intero: il mio è da 50 lt e avanzava altro spazio. Il lucchetto te lo devi portare da casa.
I bagni sono in comune, così come le docce. Possibilità di prenotare la colazione per 3£, reception che funziona dalle 7 alle 22, e quindi non può agire quando un gruppo di arzilli personaggi di ragionevole età decidono di organizzare un party dietro la tua porta, che dura fino alle 3 del mattino e tu avoglia a gastemare, non smetteranno di cantare o di ridere, ma ti inviteranno a bere con loro.
Però, insomma, sono cose che capitano.

In altri ostelli vi consiglio di leggere le recensioni e di valutare con attenzione – che buffo che proprio io lo dica – sia quelle positive che quelle negative. Basta capire a te cosa serve. Io avevo prenotato uno a Leeds con pessime (davvero molto, molto, molto cattive) recensioni, ma per quel che riguardava quello di cui avevo bisogno, si è rivelato discreto. Al massimo, mi ripetevo sulla strada verso la tappa notturna, li mandi tutti a quel paese e te ne vai altrove, e sì, all’altrove poi si pensa. Avrei chiamato Booking, e Rocco (non sono proprio sicura si chiamasse così) mi avrebbe salvata, come ha fatto per Liverpool.
A proposito, Rocco o chiunque tu sia, se mi stai leggendo io sono sempre single.

Se siete degli ansiosi, verificate che le strutture che state scegliendo abbiano gli armadietti, perché attenzione, mettetevelo in testa: non tutti hanno gli armadi per mettere i propri averi. Io ho scelto di fidarmi con un pochino di attenzione in più, e sono tornata a casa con la stessa quantità di roba con cui ero partita.
Non abbiate paura degli ostelli, io non li avevo mai provati, ma sono un mondo interessante, incontri un sacco di gente, un sacco di scolaresche, un sacco di vecchietti, un sacco di gioventù. Ogni struttura riflette il paese o la città in cui si trova e io credo siano deliziosi.

E poi, diciamocelo, le piccole tragedie capitano sempre, e quando si è soli si ha sempre il timore di dare di matto, ma la realtà è un’altra. Sei tu il padrone e tu scegli: basta rimanere calmi, mettere una cartina geografica sul tavolo, esaminare tutte le situazioni possibili, fare i calcoli del caso e scegliere. Non è vero, io vado sempre a intuito, a sentimento (come diciamo a Bari) e spesso sbaglio tutto, ma l’importante è cercare di cadere in piedi. L’importante è mettersi alla prova, che altrimenti che sei partito a fare?
Quel che c’è di buono è che imparo dai miei errori e posso aiutare chi vien dopo di me. Quindi per tutte le info che volete su ostelli, Airbnb, ma anche itinerari inglesi o americani (o tanti altri itinerari) io sono disponibile sempre ad aiutarvi!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Trovare Cocktown a Chinatown e altri… meeting

Passeggiate romantiche in solitaria; la Grande Fuga da China Town

La mia esperienza a China Town si può racchiudere in due sole parole: grande-fuga, che può essere considerata un’impresa alla stregua della costruzione della grande muraglia, dati gli sforzi che ho dovuto fare per raggiungere l’ingresso della metro, distante da me solo pochissimi metri.
Ma cosa, o meglio, chi mi tratteneva dal trovare la salvezza?
Gli incalliti venditori di China Town! Che poi si organizzano benissimo. Hanno una strategia straordinaria: vanno di sfondamento. Si mettono fuori in piccoli branchi formati da donne, come le ziazine di paese, una di loro attacca a parlare, aggressiva e decisa, l’altra ti ha già afferrato. A quel punto se hai familiarità con Chuck Norris ne puoi uscire vivo… se non ce l’hai e hai intenzione di passare per China Town… bè ti coniglio di rivedere qualche episodio di Walker Texas Ranger prima di andarci.
Ma grazie a China Town ho dato un “volto” la città di Coketown di cui Dickens parla in Hard Times (ottimo libro, lo consiglio).
Vabbè, quindi no. No, non mi è piaciuta proprio. Tutta grigia – io la ricordo grigia – con le nuvole basse. Magari invece c’era un sole che spaccava le pietre, ma il mio cervello non lo ha immagazzinato.

Potrei parlare per ore di tantissimi fatti, ma è chiaro che amassi solo una cosa: camminare. E quindi, dopo la breve esplorazione per China Town passai per Astor Pi, Noho. Arrivai alla Ave A e a Tompkins Square, poi di nuovo su per Columbus park, Tribeca, Little Italy, Soho, Prince Street e poi su, per la NYC University, West Village, l’inquietantissimo Chelsea Hotel e Medison Square park fino all’Empire. Una traversata che a leggerla sembra di stare sulle montagne russe – assicuro che è eccitante allo stesso modo.

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So che questo è un modo molto poco convenzionale di vivere una città, ma è l’unico modo che conosco io. Vedi la gente, guardi dove va, cosa fa, le scarpe che indossa, cosa mangia e poi, se ti capita, ci parli. Le storie delle persone sono straordinarie e arriva sempre una su tutte che può cambiare una giornata.

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Aveva la stazza di un carro armato, la pelle scura e gli occhi spenti. E ricordo che pensai che nessuno merita uno sguardo del genere, soprattutto un ragazzo così giovane. Voleva un dollaro, ma io ancora non mi ero abituata alla velocità delle loro frasi e allora gli chiesi di ripetere e gli spiegai che non parlavo un inglese eccezionale. Naturalmente non mi credette a causa della sicurezza della mia pronuncia, dovuta al fatto che non facevo altro che dirlo. Ma questo, lui, non poteva mica saperlo. Allora piantò gli occhi sul mio libro… in inglese. E io che non mi giustifico mai, sentii la necessità di farlo con lui.
“Sto cercando di imparare” spinsi il libro nella sua direzione. Lui abboccò. E poi si zittì. Oh, e rimase zitto e in piedi a guardarmi per un bel po’. Fino a che non scelse l’approccio che gli era più congeniale: spiegò a gesti e io scoppiai a ridere.
Mi stava prendendo in giro… e quindi niente, lo avevo conquistato.

Gliel’ho dato il dollaro alla fine. E lui si è girato e se ne è andato. Non mi ha né detto grazie, né ciao. E un po’ ci sono rimasta male perché, dico io, almeno salutami. Ma ero andata oltre e avevo ripreso la mia spasmodica cerchiatura delle parole inglesi che non conoscevo.
Ma… eccola di nuovo la sua manona. Era tornato e mi aveva portato un caffè. Che aveva comprato con i soldi che gli avevo dato.
E io, che in ogni caso ho sempre qualcosa da dire, adatta al contesto e pertinente, rimasi senza parole. Non gli dissi nemmeno che il caffè americano mi fa schifo, perché lui con quei soldi poteva farci quel diamine che voleva. E li aveva usati per prendermi un caffè.
Gli chiesi se voleva sedersi con me e lui niente… oscillò da un piede all’altro e mi domandò se era vero che stavo cercando di imparare l’inglese da sola, leggendo. Risposi con la solita alzata di spalle piena di rassegnazione.
Aiutami con la pronuncia, gli dissi.
Leggi, mi ripose e si mise a sedere.
Lo feci.
Fai schifo, fu la sua conclusione.
Va bè, aveva ragione.
(Mo, sembra una poesia)

Comunque.
Vorrei dire che è rimasto con me tanto tempo, invece no, forse neanche roba di mezzora. Vorrei dire che abbiamo passato chissà quanto tempo assieme, che ora so tutto di lui e di quello che gli è successo, ma no, si trattò di poco. Lo incontrai di nuovo il giorno dopo, ma appena mi vide, prima ancora che potessi chiamarlo – perché io volevo chiamarlo – mi girò le spalle, ma non tornò con il caffè. Non tornò affatto.

Come gestire la fobia della folla a Time Square

Se non sei mai stato a un rave, non ci andrai mai ma vuoi provare l’effetto, so cosa fa al caso tuo.
Naturalmente io non ho idea di cosa sia un rave, non ci sono mai stata, ma immagino sia un po’ come andare a Time Square e ballare in mezzo alla calca che ti sballottola e sballonzola addosso tutto il tempo. E cosa vuoi di più dei clacson nelle orecchie e le luci stroboscopiche?
Eh. Cosa?
Il peggiore dei miei incubi si stava per realizzare.
E allora… respiro profondo.
Dio. Non ne sarei uscita viva.

Tra tutte le mie fobie sociali – autodiagnosticate – affrontare la folla è una delle peggiori. Ma avevo rimandato troppo a lungo e dovevo fare i conti con questo terrore. Quale posto migliore di Time Square all’ora di punta per curarmi?
Eh. Quale?
Non che fossi contentissima, ma in questo viaggio è stata spesso New York salvarmi da me stessa. Lo fece anche quel giorno. E lo fece perché la piazza era semi deserta. Non l’avrei mai più incontrata così. Avevo tempo, potevo entrare con calma, un passo alla volta e approcciarmi a lei piano, senza dovermi comportare da psicopatica.

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Le luci, le immagini, le voci. La musica dei negozi. Via il fiato, via il caldo, via la follia.

Time Square emette musica elettronica al massimo della potenza, e la sensazione che dà una volta che ci sei dentro è che stai premendo l’orecchio contro la rete della cassa. Ti pompa nello stomaco e ti sfonda le orecchie.
Va tutto a mille all’ora. Duecentonovantotto volte più veloce del mondo in cui avevo vissuto fino a quel momento.

Se volessi individuare l’istante in cui presi il ritmo della città, fu quello.
Il passo accelerato divenne una necessità, l’unico modo per buttar via tutta l’energia prima che mi gonfiasse fino a strapparmi.

Time Square è solo una piccolo elemento del quadro straordinario che ho disegnato nel mio tempo a New York.
Guardare la luna, i tramonti dall’arco del ponte di Brooklyn o dalle piazze, ma anche dai piedi dei gattacieli o da Central park, ti fa credere di non essere più sulla terra ma altrove, e preghi di non tornarci più a terra.
Una parte di me non ci è mai tornata.

Le guide che ti portano dai rubini

Questa è la storia delle ingannevoli guide, pocket e non. È una storia triste, documentata da ricordi ma non da foto.
Se scorri per le le foto, chiudi. Chiudi adesso, non ne troverai – quella in evidenza l’ho presa a caso.
Se leggi per ridere uscirai da questo articolo provato, stanco. Deluso.
Chiudi anche se vuoi difendere le guide cartacee.
Però dai, hai retto fino a qui, vuol dire che vuoi sapere.
Mè dai, allora resta.
Complimenti lettore, sei un coraggioso.

Dicevo delle guide. E dicevo che potrebbe essere la migliore guida del mondo, ma per qualche motivo ti prenderà sempre in giro. Ehi, niente da dire, sul serio, sono anche piuttosto carine con tutti quei colori e le stelle, a volte azzeccano anche le fermate della metro.

Ma cominciamo dall’inizio.
Dopo una terribile involuzione estetica, ero sprofondata nell’isolamento tecnologico. Si erano succeduti una serie di dolorosi addii: avevo salutato con la manina google maps, poi internet, whatssup e facebook. Con una scrollata di spalle decisi che potevo rinunciare anche al libricino pieno di immagini, frutto di un inganno photoshoppato o di una giornata particolarmente felice.
Io sarò anche la vergogna di BP dal punto di vista orientativo, di equipaggiamento, ma a un certo punto reputai il mio pessimo intuito migliore della guida cartacea. Ed è tutto dire.

Dubbi sulla sua veridicità li ebbi quando finii nel Museo dei Rubini. Atmosfera cupa, luci basse, rosse e soffuse, e dentro questa…ehm… soffusione … si inseriva il clima orientale medioevale … ehm … e colori dorati e caldi … e … e poi sicuramente da qualche parte i rubini ci saranno stati, ma io non ne ho visti. Credo.

Fissando una spettacolare immagine di chissà quale parte (esistente o no) del mondo, rimuginavo sulla spesa di quindici dollari di biglietto di l’ingresso. Misi in moto le mie favolose capacità matematiche per un complicatissimo calcolo: con quei quindici dollari quanti muffin al cioccolato avrei potuto comprare?
Comunque feci il mio dovere e giracchiai per tutti i piani fingendomi interessata e colpitissima da qualunque cosa. Qui e lì infilai qualche esclamazione di sorpresa e un paio dei sospiri degni delle eroine ottocentesche.

In tutta questa profonda tristezza, mi avevano tolto il mio unico giochino: il telefono.
Il responsabile di questo atto empio era il triplo di me in tutte e tre le dimensioni – larghezza, altezza e profondità -, e notando la piccolezza della mia persona si era proteso delicatamente nella mia direzione – sì, ok, quasi piegandosi in due – e mi aveva chiesto dolcemente di spegnere il mio apparecchio demoniaco – non ha usato questa esatta parola.
E tu che fai se uno è così grosso e ti si rivolge così? Che fai se uno ti chiama anche miss quando a Bari, se ti va bene, ti chiamano con un urlato Ouuu accompagnato dalla mano sul lato della bocca, con il mignolino diretto verso il cielo, per rendere il tutto più inglese, enfatico e romatico? Bè, come minimo gli sorridi e poi lo ringrazi pure, metti via tutto, non perché non ti ha stritolato tra quelle manone, ma per il miss: un richiamo a cui una ragazza come me non può resistere.

Restai tra i rubini più a lungo del previsto e riuscivo solo a pensare al buio lì dentro e il sole, fuori dall’incubo da quindici dollari. Volevo il sole. Dovevo avere il sole. Avrei avuto la dannata luce del sole… e sì, anche i 40 gradi percepiti.

Rimasi a Chelsea, e corsi – letteralmente – al Market. Io non è che sia una atletica, mi era quasi collassato un polmone. Quindi immagina la sorpresa, lettore, quando non trovai quello che avevo immaginato.
Il Market mi fece sentire presa in giro, ferita.
Ma scusa, dove mai si è visto un market a cinque stelle? Se sei cinque stelle non sei un mercato.
Quando mai si son visti pezzi di stoffa esposti in vetrine – vetrine! – da centinaia di dollari; panini del prezzo di un diamante, che il diamante è per sempre, ma il panino è un attimo.
Dove andremo a finire se non avremo più i mercati puzzolenti di roba fritta o cucinata su piastra, a volte sporca ma sempre buonissima?
No, se sei underground, per non dire squattrinato, fallo per me, fallo per noi. Non andarci.

Girovagai per Brooklyn Heigh quella sera. Vagai a lungo e trovai un altro posto a cui mi sarei legata, ma che poco meno di sei mesi dopo avrei trovato chiuso, dopo 34 anni di attività. Era la BookCourt. Piccola, pochi libri ma ben selezionati. Pavimento scricchiolante, odore di casa della nonna – che per qualche motivo è sempre meglio dell’odore di casa tua.
Dalla libreria ho comprato delle foto che sono andate perdute e mi auguro di ritrovarle un giorno, per caso.

Avevo ancora un piccolo problema di orientamento a Brooklyn, e continuavo a rimandare l’acquisto di una cartina del quartiere che in ogni caso non avrei saputo leggere. Feci su e giù per un paio d’ore in cerca di… qualunque cosa, fondamentalmente. Andavo in cerca di cose da vedere, da pensare, da elaborare, da gastemare… ottenute tutte queste cose me ne tornai a casa. Nella folle casa di Brooklyn, altro mondo fantastico.