Rinunciare a viaggiare da soli, significa rinunciare a una parte di se stessi

Sei la persona più importante della tua vita, te ne rendi conto? Non rinunciare a partire per paura di stare solo, di non riuscire a organizzarti, di perdere aereo, treno e autobus, di non fare in tempo, per paura di una lingua che non conosci o non conosci benissimo. O peggio, non rinunciare per paura di annoiarti.
Non te la prendere se ti dico che sono tutte grandissime baggianate: è solo timore della mobilità.

Non fare lo stupido, se l’hai pensato lo puoi anche fare.
Non raccontarti la bugia dei soldi, bevi una birra in meno e metti un euro al giorno nel salvadanaio. Io ci ho messo due anni per riuscire a comprare solo il primo biglietto, metto da parte ogni singolo centesimo e, nonostante questo, arrivo al giorno della partenza sempre con l’acqua alla gola, eppure mi è sempre andata alla grande. E no, non è fortuna, la fortuna non c’entra niente. Sii oculato, non spendere e spandere, piuttosto guarda la bellezza che ti circonda. Parti in estate, autunno o primavera, cammina 10 km al giorno e vedi chi incontri al prossimo angolo, e va benissimo anche la scrosciata d’acqua, se poi ti fa vedere l’arcobaleno sulla Quinta Strada dalla Public Library.

L’inatteso meraviglioso può anche prendere le sembianze di uno spettacolo improvvisato, o di una donna con così tanti nastri nei capelli che il viso non riesci a vederlo. Potrebbe anche solo essere un concerto gratuito, o la chiacchiera sulla panchina, leggere un libro in riva al lago.
Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.

Non trovare tutte le giustificazioni possibili: non è il momento, ora non ho tempo, lo avrò in futuro. È una bugia. Devi farlo nel momento stesso in cui cominci a pensarlo. Non progettarlo nemmeno. Prendi un volo che parte tra sei mesi e poi ci pensi.

Inizia dal basso, vai in un posto vicino casa se è la distanza che ti spaventa, resta quattro giorni, ma non rinunciare a te stesso e alla straordinaria avventura che ti aspetta.
Trova il tuo limite. Superalo, e fallo con stile.

Il viaggio ti mette a distanza da te stesso, così puoi guardarti da lontano. E solo dio sa quante cose scoprirai.
Io mi sono divertita da morire, e non perché sono particolarmente simpatica, ma perché tutte le cose assurde che mi succedevano, le accoglievo a braccia aperte e senza alcuna paura.

Adesso, sperando di non annoiarti ti racconterò di come il mio mondo si sia rovesciato, augurandomi che ti spinga a rovesciare il tuo.

Mi sono lasciata in pace. Ho pacificato una parte di me stessa che mi implorava di smettere di massacrarmi.
Vivo meglio, ho addobbato la mia gabbia, e so che il mio prossimo viaggio mi aspetta e non sarà mai pronto fino al giorno prima di prendere l’aereo.

Ho smesso di guardare ossessivamente l’orologio che da quasi un anno va sette ore indietro.
Ho smesso di essere puntuale con tutto e con tutti. Sono meno rigida.
So che nel momento che sto vivendo sono perfetta così, e lo sarò fino al prossimo cambiamento, e anche allora troverò la mia perfezione.
I problemi li posso affrontare con serenità.
Ho scoperto che sono resistente, che camminare mi piace tantissimo, ho scoperto che nel panico posso restare perfettamente calma e lucida. Ho scoperto che sono libera.

Che basto a me stessa l’ho sempre saputo, ma provarlo sulla pelle dà un sapore estremo di libertà.
Quando da buon cavallo a briglia sciolta mi manca il respiro in questi spazi così piccoli, li amplifico nella mia mente, e posso farlo perché ne ho visti di infiniti. Poi, però, mi capita anche di guardare il cielo di casa e di rendermi conto che alle volte è bello come quello dei posti che ho visto.
La magia è dietro l’angolo, arriva sempre, arriva ovunque, come la gentilezza.

La paura è solo un campanello d’allarme che avverte, ma non segna una linea di confine che ti protegge dal baratro.
Il viaggio non è un baratro, e non è nemmeno un punto di arrivo, né di partenza.
È un lancio nel vuoto dove ti è permesso avere paura, consapevole del fatto che cadrai in piedi.
Non rinunciare alla strada, e non rinunciare a te stesso, a conoscere la parte più brutta di te, perché forse è la più bella e tu non lo sapevi.

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Come ti approcci alla valigia? Pillole di esperienze piene di creatività

In questo post esamineremo diverse situazioni e cercheremo di arrivare a capire quale tra tutte e la migliore, e io non piloterò in alcun modo il risulato.
Vi racconterò delle mie divertentissime esperienze con le valigie, o bagagli – o per lo più borsette – che ho testato nei vari viaggi.

Oddio: adesso esplode. Ecco quello che ho pensato mentre, bianca come un cencio, non riuscivo a fare altro che fissare il mio zainetto nero la mattina prima di partire alla volta degli States.
A me piace viaggiare leggera. Ma forse la soluzione che avevo trovato era un po’, diciamo, estrema.
E ora so che vi state chiedendo: ma se il tuo biglietto areo prevedeva bagaglio a mano da 8kg, bagaglio da stiva da 21kg, e un altra piccola borsetta, tu, per l’amore del cielo, perché sei partita con lo zainetto?
Eh, perché?
Perché.
Andiamo, io sperimento. Lo so: mi giustifico sempre così, ma che vi devo dire, è ovvio che sono poche le cose che faccio con cognizione di causa.

SITUAZIONE ZAINETTO – New York – agosto 2016 – 27 giorni di agonia sotto 35°, ma 40° percepiti – bellissimo.

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Quattro canotte, un pantalone lungo, una felpa, un pigiama, necessario per lavarmi, 2 quaderni, 10 penne – non sia mai finiscano all’improvviso, come se in America non ne vendessero -; adattatori acquistati alla modica cifra di 1,90€ da Leroy Merlin – non lasciatevi fregare da quelli che ve li vogliono vendere a 30€, a meno che non ti portino anche sulla luna. Avevo insaccato l’ebook reader – come se lo avessi mai usato -, 3 libri, un quaderno di ricambio e diversi fogli volanti. Sono riuscita a infilare perfino i documenti per partire, 20 copie dell’Esta – che avrei comodamente potuto evitare di stampare – e infiniti pezzi di biancheria intima, come se ci dovessi rimanere per un anno a Bushwick.
I maschietti non si impressionino se a questo punto scopriranno un terribile verità. Ehi, avete ancora il tempo di un rigo per chiudere il post. Sarò il più delicata possibile, promesso.
Restate? Ok.
Ho portato con me delle strisce depilatorie per il labbro superiore, perchè noi donne abbiamo i bulbi piliferi anche lì.
E anche se lo zainetto stava per esplodere, che ci crediate o no, ce la siamo cavata alla grande.
Poi, al ritorno, tra gifts vari, ho dovuto acquistare una nuova scintillante, nonché orrenda, valigia pitonata e viola. Ho un gusto impeccabile.

PRO: Hai tutto sempre con te e a portata di mano.
CONTRO: Sarai molto limitato nella selezione di roba da portare. Per me non è stata una tragedia, ma se sei una vera donna o un vanitoso uomo, e ti piace variare il tuo abbigliamento, a un certo punto soffrirai.
Ah, naturalmente, se sei un compratore compulsivo, lo zainetto non ti basterà mai. Ma questo, tu, lo sai meglio di me

Certo è, che come per Airbnb, se resterai a lungo nello stesso posto, la valigia è alternativa migliore allo zainetto di scuola… che non usavi neanche a scuola.

SITUAZIONE VALIGIA – New York – Aprile 2017 – 15° percepiti e immaginati, i 30° che mi hanno accolta

Il clima di New York è capriccioso e questo lo avevo imparato anche durante la caldissima estate, ma mi aspettavo anche un freddo infernale e io ero equipaggiata come un eschimese pronto a calarsi nelle acque del Mar Glaciale Aritco.
Quindi, avevo deciso di portare con me la valigia, alternativa più accettabile, nonostante il mio cervello continuasse a rifiutarsi di piegarsi alla soluzione a cui mi stavo arrendendo.
La mia valigia l’avevo trovata l’estate precedente nei negozietti I ❤ New York sulla Quinta strada. Una sciccheria assoluta, all'interno della quale avevo messo vari sciarponi, pantaloni lunghi maglioni e molto più del necessario, che poi, si è rivelato inutile, data la temperatura primaverile, ma questa era una cosa che non avrei potuto prevedere.

PRO: Imbarchi il bagaglio, viaggi per aeroporti leggero come una piuma e zompetti da un aereo all’altro come un elefantino armonioso. Non hai grossi problemi di spazio, hai tutto quello che ti serve e la puoi comodamente trasportare nel tragitto aeroporto-casa, casa-aeroporto.
CONTRO: La devi trascinare, è ingombrante e rallenta.

SITUAZIONE ZAINO 50 LITRI – North England – Maggio 2017 – 15° effettivi e percepiti, incredibile.

Avrete capito, a questo punto, la mia predilezione per gli zaini. Appena sarò abbastanza ricca da portermene andare per sempre in giro per il mondo, ci infilerò il necessario e diventerà la casa da portare sulle spalle ovunque.
Acquistato a 39.90 euro da Dechatlon, bello da vedere, comodo, solido, spazioso – più di quanto sembri da vuoto -, lo zaino da 50lt è stato quello che ho adorato più portarmi appresso. Nei viaggi in cui ci si sposta in continuazione, una volta ogni due giorni, è la scelta migliore. Non ho trovato stressante doverlo rifare ogni volta, a dire la verità non vedevo l’ora di rimettermelo sulla schiena, il prima possibile, e andare. Lo zaino non solo è figo, ma è anche un qualcosa di molto rassicurante, io mi sentivo molto protetta con lui sulle spalle.
Se partite con Ryan sappiate che non vale come bagaglio a mano, supera le dimensioni in altezza, per cui andrà imbarcato, ma non è stato un elemento di grande disturbo…

PRO: Entra tutto, anche più del necessario, è comodo, è figo, e lo porti sulle spalle sempre, è malleabile e lo infili ovunque anche in un autobus strapieno
CONTRO: se cammini a lungo, prima o poi ti farà male la schiena. Ma il bello è anche quello. Forse, soprattutto quello.

A me non capiterà mai più di partire senza zaino.
E dal profondo esame sopra svolto pieno di particolari, è emerso che nemmeno voi dovreste farlo. Certo è che non credo sia nemmeno il caso di partire con lo zainetto di scuola se poi devi tornare con una cosa pitonata e patinata.

E voi come vi approcciate alla valigia? Aspetto divertentissime storie!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Il vero dramma è: Airbnb oppure Ostello? Ma entrambi!

Nel caso in tu scelga di organizzare il tuo viaggio, se hai intenzione di fermarti a lungo nello stesso posto, allora una bella stanza con Airbnb conviene sempre: può essere molto più accessibile economicamente di un albergo, soprattutto se sei uno a cui piace star solo in camera.
Una casa ha tutti i comfort di cui hai bisogno, e la maggior parte degli Host – a me è capitato proprio in tutti i posti in cui sono stata – ti invitano a usare casa come se fosse anche la tua e ti trattano come uno di famiglia.
E poi, diciamocelo, il mondo che si nasconde nelle case della gente è magico. Impari un sacco di cose e soprattutto vivi momenti di straordinaria originalità.

Io girato molto con Airbnb.
Ho provato la casina inglese di Londra, sviluppata su tre piccoli piani, con parquet e scale cigolanti; tetto a cui accedere dalla piccola finestra a scorrimento verso l’alto, dove puoi goderti una cenetta sotto le stelle. Lei si chiamava Emma, era gentile e rideva sempre e aveva un vicino di casa molto reattivo, la mia amica Maria può confermarlo.
È stato un ottimo modo di affacciarsi alla realtà di Airbnb.

Se hai un senso dell’umorismo niente male, il soggiorno potrebbe diventare un vero e proprio parco divertimenti.

Le esperienze più… ehm… strane e surreali le ho fatte entrambe le volte che sono stata a New York. Una volta a Buswich, Brooklyn; anche la seconda volta a Brooklyn, ma … non ricordo il nome del quartiere.
Immaginate che state bevendo il vostro disgustoso caffé e vi state chiedendo cosa ne sarà di voi per quel giorno. Inserite in questa immagine la corsa disperata del vostro Host in mutande verso il citofono. Mi ha svoltato la giornata.
Oppure immaginate una lunga giornata e un rientro riuscito in due lunghe ore di lotta con le metro. Immaginate che entrate in casa e quasi ci perdi la vista per tutte quelle luci: c’è un un set cinematrografico, e puoi guardare tutto quello che succede, ma con discrezione.
E non ti aspetti di passare settimane in un loculo, mentre una sfilza di coppie sfileranno restando più o meno a lungo: una siberiana e un russo, un brasiliano e una colombiana, un francese e un’inglese, che sembra l’inizio di una barzelletta, ma no, non lo è.

Se invece hai intenzione di muoverti e andare gironzolando, e decidi o opti per un viaggio itinerante con lo zaino, sicuramente Airbnb non è la scelta migliore.
La scelta migliore è l’Ostello. La scelta migliore e più economica è l’Ostello in camerata. Non mi sono mai fidata troppo di Booking ma era anche la mia unica spiaggia. Alla fine si è rivelata la migliore, oltre a essere anche la più tutelante.

Ho provato, credo, tutti i tipi di camerata esistenti: da quattro femminile, da sei femminile, da otto femminile, da quattro mista. E in tutte mi sono trovata bene. È anche vero che sono un tipo che si adatta piuttosto facilmente e serenamente.
Ero stata redarguita sulla sporcizia inglese, ma quasi tutti – e non proprio tutti – avevano un discreto livello di pulizia.
Di quelli che ho provato, forse i migliori sono gli YHA (ad Haworth e Malham). Le camerate oltre essere belle da vedere e anche suggestive da vivere, hanno letti a castello e ogni posto letto un cassettone dove puoi mettere uno zaino intero: il mio è da 50 lt e avanzava altro spazio. Il lucchetto te lo devi portare da casa.
I bagni sono in comune, così come le docce. Possibilità di prenotare la colazione per 3£, reception che funziona dalle 7 alle 22, e quindi non può agire quando un gruppo di arzilli personaggi di ragionevole età decidono di organizzare un party dietro la tua porta, che dura fino alle 3 del mattino e tu avoglia a gastemare, non smetteranno di cantare o di ridere, ma ti inviteranno a bere con loro.
Però, insomma, sono cose che capitano.

In altri ostelli vi consiglio di leggere le recensioni e di valutare con attenzione – che buffo che proprio io lo dica – sia quelle positive che quelle negative. Basta capire a te cosa serve. Io avevo prenotato uno a Leeds con pessime (davvero molto, molto, molto cattive) recensioni, ma per quel che riguardava quello di cui avevo bisogno, si è rivelato discreto. Al massimo, mi ripetevo sulla strada verso la tappa notturna, li mandi tutti a quel paese e te ne vai altrove, e sì, all’altrove poi si pensa. Avrei chiamato Booking, e Rocco (non sono proprio sicura si chiamasse così) mi avrebbe salvata, come ha fatto per Liverpool.
A proposito, Rocco o chiunque tu sia, se mi stai leggendo io sono sempre single.

Se siete degli ansiosi, verificate che le strutture che state scegliendo abbiano gli armadietti, perché attenzione, mettetevelo in testa: non tutti hanno gli armadi per mettere i propri averi. Io ho scelto di fidarmi con un pochino di attenzione in più, e sono tornata a casa con la stessa quantità di roba con cui ero partita.
Non abbiate paura degli ostelli, io non li avevo mai provati, ma sono un mondo interessante, incontri un sacco di gente, un sacco di scolaresche, un sacco di vecchietti, un sacco di gioventù. Ogni struttura riflette il paese o la città in cui si trova e io credo siano deliziosi.

E poi, diciamocelo, le piccole tragedie capitano sempre, e quando si è soli si ha sempre il timore di dare di matto, ma la realtà è un’altra. Sei tu il padrone e tu scegli: basta rimanere calmi, mettere una cartina geografica sul tavolo, esaminare tutte le situazioni possibili, fare i calcoli del caso e scegliere. Non è vero, io vado sempre a intuito, a sentimento (come diciamo a Bari) e spesso sbaglio tutto, ma l’importante è cercare di cadere in piedi. L’importante è mettersi alla prova, che altrimenti che sei partito a fare?
Quel che c’è di buono è che imparo dai miei errori e posso aiutare chi vien dopo di me. Quindi per tutte le info che volete su ostelli, Airbnb, ma anche itinerari inglesi o americani (o tanti altri itinerari) io sono disponibile sempre ad aiutarvi!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Viaggiare in treno per l’Inghilterra – Piccole avventure su due rotaie

Adesso sveliamo qualche retroscena che potrebbe diventare un monito per il prossimo o la prossima che se ne andrà gironzolando per la selvaggissima Inghilterra.

I trasporti sono una bomba. In qualunque parte del Regno Unito tu voglia andare, se sei su un bus o su un treno, sei in una botte di ferro.
Se poi ti chiami Roberta, è facile che tu ne esca, ma va bene così. Tutto è risolvibile.

Ma torniamo a noi.
Se prendi un autobus, compra i biglietti direttamente dal conducente, munito di macchinetta che te li stampa al momento – incantevole. Ma non solo. Si serve di un sistema fatto di tanti cilindretti che permette di dividere le monetine per taglio: così è più facile dare il resto, e mentre guida infila le monetine nei piccoli tubi in un continuo tintinnio. Un rumore confortante che dava una sorta di cadenza alla corsa silenziosa del piccolo bus. Come lanciare sassolini in un lago.
Naturalmente sui bus trovi la gente più eccezionale, che è sempre un ottimo motivo per spostarti su quattro ruote… oltre alla perfetta puntualità delle corse.
Come a Bari.
Uguale.

Se invece devi prendere il treno, puoi acquistare i biglietti online dal sito thetrainline.com (che, attenzione, non è .eu), e ritirarli direttamente dalla stazione, inserendo la carta di credito con cui li hai comprati nella macchinetta ticket. Basta selezionare collect ticket, digitare il codice che ti avranno mandato via mail, ed ecco il tuo biglietto.
Allora.
Non fate come ho fatto io che stavo per rimanere rinchuisa per sempre nella stazione di Leeds. Quando andate alla macchinetta, e riuscite miracolosamente a far funzionare tutto come vi aveva spiegato il sito, per l’amor del cielo, non fatevi prendere dall’eccezionalità del momento, state attenti. Usciranno due cartoncini arancioni: uno è un biglietto, l’altro una ricevuta. E sono identici.
Nella gioia del momento – ossia quella di aver usato un aggeggio che stampa biglietti come se non li aveste pagati affatto -, non prendete solo uno dei due rettangolini colorati: potrebbe essere quello sbagliato. Non camminate come Alice, per studiare tutte le rotaie e le piattaforme, prima di andare all’uscita.
Perchè non distrarsi?
Che succede, volete sapere? Succede che puoi aver guardato bene ogni angolo della stazione, ma questo non significa che una volta infilato il fantomatico biglietto nella fessura, le porte si apriranno. Potrebbe invece accadere che vada in palla il sistema, e il ‘biglietto’ entra ed esca alla velocità di una palla magica impazzita. Può anche succedere che qualche passante incuriosito si fermi, cerchi di afferrare il ‘biglietto’ impazzito, e alla fine diventa un gioco. E poi anche l’impiegata, attirata dalle risate, si avvicina. Nel frattempo un prode giovane ha afferrato il… ‘biglietto’ … e lo ha passato alla signora. A questo punto la scena rallenta: quando la donna guarda il cartoncino spalanca gli occhi.
‘Dove l’hai preso?’
Le indico la macchinetta e lei comincia a correre nella direzione opposta alla mia, naturalmente non la inseguo – sia per gli ormai famosi collassi polmonari, sia perché ero un po’ confusa.
Ma che…? Infila la mano e la solleva nella mia direzione: è entusiasta, felice.
Ah: ha recuperato il biglietto.
Ah, quindi ne stava un altro.
Ah, e infatti in questo qui c’è scritto recipe.
Ah.
Ero dispiaciuta, perché aveva proprio la faccia della sincope sfiorata. Però era contenta di avermi salvata, e quella era la cosa importante. Mi ha anche dato un sacco di pacche sulla spalla come se fossi un cavallo, che non è una cosa brutta: loro adorano i cavalli.
Inglesi.
Non sono adorabili?

Poi. Se sei a Malham, un posto dove il telefono non prende…diciamo mai. E se il tuo ostello come qualsiasi altro posto, ha la connessione aperta: dove li prendi i biglietti del treno da thetrainline.com?
Molti direbbero: quale hacker si nasconde nel Parco Nazionale dello Yorkishire, che in tutto eravamo 5, comprese le mucche?
Bè, Tutto può essere.
E quindi, Roberta, quale sarà il tuo prossimo geniale piano per arrivare a prendere tutti i mezzi necessari per arrivare a Liverpool?
Eh. Quale?
Bè, nessuno in particolare.
Provi con la connessione privata, che accenna appena a prendere. In lunghi attimi di fatica riesci a selezionare i biglietti, metterli nel carrello, cliccare per acquistare.
Ma no, non ce la fa.
E va bè. Sono andata a farmi una passeggiata e quando sono tornata in ostello, arriva la ricevuta da paypal: pagamento effettuato. Bellissimo.
Ma… dove sono i biglietti?
Dove-sono-i-biglietti?
Non la tirerò per le lunghe: non c’erano i biglietti.

Io, paypall, l’assistenza di trainline – e altre assistenze – abbiamo passato attimi difficilissimi. Ma alla fine mi hanno rimborsata. E sono sicura che non l’abbiano fatto perché li ho assillati fino allo sfinimento, ma perché offrono un ottimo servizio.
Ho già detto che adoro gli inglesi?

Le tappe di mezzo e le strade da scegliere, ovvero quando il mondo si dispiega di fronte a te

Leeds, York, Keighley, Skipton, Liverpool: quando sono più i treni da prendere che le speranze a cui aggrapparsi

Non sai mai su cosa ti imbarchi finché non lo fai. Ho dondolato per ore sulla sediolina nel gate, chiedendomi se fosse giusto, se potessi farlo. La paura si arcuiva e diventava grande, l’unico modo per ridurla era stringermi le gambe al petto e aspettare.
Alle nove del mattino, l’adrenalina a mille mi aveva già stremata.

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Quando una non sa bene quello che sta facendo – né tanto meno quello a cui si sta andando incontro -, se una non ha programmi, se ha la fobia dei treni e tutto il resto, ha anche solo una strada possibile: camminare quella che ha sotto i piedi e lasciare tante altre possibilità aperte.
Con tutte le opzioni del caso:
Uno. Puoi fermarti a metà, o anche prima – pensiero utile a spronare una persona molto competitiva a non fermarsi.
Due. Sai che puoi tornare indietro quando vuoi.
Oppure puoi mandare al diavolo ogni opzione e strada aperta e spingerti oltre la paura e oltre il coraggio. Sì, anche quando il coraggio non ce l’hai affatto. Io ho scelto quest’ultima, e il “poi ci pensi” è diventato il mio motto.

Il silenzio dell’Inghilterra ha sistemato e rilassato all’istante il mio animo inquieto, come un narcotizzante. Un telefono alla mano e sapevo dove arrivare, non ero certa di dove passare.
Ogni tappa era un passo avanti, anche nel viaggio di ritorno verso casa.

Leeds mi ha accolta sotto la pioggia: una piccola città universitaria e una stazione che nei primi giorni trascorsi in Inghilterra è diventata un punto in cui tornare e anche da cui ripartire. Quando la vidi la prima volta era tanto scura, ma era sua la strada che mi accompagnava verso il primo ostello in cui avrei dormito in camerata.
Nel calore dell’accoglienza ho avuto tempo di distendere i pensieri, così come i muscoli. La serenità ritrovata sarebbe bastata a farmi addormentare come un sasso… ma non prima di un’altra piccola avventura. Nella hall era in atto un accenno di tragedia. E io, che sono impicciona e mi ritengo anche una grandissima ‘problem solver’, ho cercato di capire se era il caso di mettermi in mezzo… non mi ci è voluto molto per realizzare che non era aria e soprattutto che sarò anche una ‘problem solver’ per me stessa, ma non per gli altri.

E la mattina dopo dove vai? Non subito Haworth: hai un mondo che si sta aprendo di fronte a te.
Scoprirlo.
Haworth la stai aspettando da un po’, ma sii paziente. Il viaggio è anche salire all’improvviso su un treno che sta passando in quel momento.
Prendilo: perché sta andando a York.
Sali sulle mura che cingono il piccolo gioiello medioevale e supera la paura dell’altezza. Anzi. Fai di più: cammina sulla muraglia con lo zaino che ti sta rischiando le spalle. È una camminata di 5 km, ma scegli di farne uno, e va bene se non l’hai finita: la pioggia cadeva e tu continuavi a inciampare e tua madre ti avrebbe voluta salva a casa. E anche tu, infondo, lo volevi.

Keighley ha una deliziosa stazione la cui foto incorniciarai, e cammina sotto la pioggia fino alla fermata dei bus. Ma guarda bene la città: non sei solo di passaggio, ci stai camminando sopra e ti sta accogliendo, merita di essere guardata come lei guarda te.
Guarda come il mondo delle città sta mutando in campagna. Guarda la trasformazione.
Guarda. Perché questa sarà l’ultima stazione che incontrerai per un bel po’ di tempo.
Affidati alla mappa, a te stessa e alla gente… affidati agli automobilisti. Affidati ai bambini e agli anziani.
Fidati. Puoi fidarti, è solo Yorkshire.

E Skipton che ti porterà a Malham.
Skipton con i suoi castelli, le sue salite e le sue discese, un coloratissimo bazar denso della calma inglese. Accogliente come è un inglese.
Quanta gente che cammina, e quanta gente che va ai mercatini. E tu in teoria non hai tempo di fermarti, ma ti piacciono tanto i mercatini! Scendi dal bus, anche se poi sono tre chilometri a piedi fino alla prossima fermata.
Dai, fermati. Guarda. Respira l’aria, anche solo per accorgerti che è la stessa in tutto il mondo dei mercati, e il fascino sta nel fatto che anche i rumori son gli stessi. Le voci no.

E nell’attraversare tutti questi posti – fino all’ultimo giorno nella bellissima e musicale Liverpool – dai voce alla tua voce e parla con la gente che ti chiede chi sei, che fai, da dove vieni e dove andrai.
È facile vedi? Puoi condividere un minuto con uno sconosciuto, anche se hai passato la tua vita al riparo del calore degli amici e della tua famiglia. Fallo, perchè in questo mondo sei sola.
Condividi tutto quello che puoi con chi non hai mai visto e non vedrai mai più.
Vivilo: la protezione l’hai trovata tante volte e la troverai ancora.
Se non hai voglia di chiedere, imparerai che l’aiuto ti sarà sempre dato: gli occhi e le espressioni le sanno leggere tutti.

E ora il viaggio è finito e tutto quel che è rimasto è una mazzetta di biglietti del treno e dei bus sparsi; uno ziano che è stata la tua casa e che stai smontando piano piano, perché farlo in una volta sola è come demolire tutto.

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Tutto quel che hai alle spalle è un viaggio di 400 chilometri.
Però, ascolta, ora adori non solo gli aeroporti, ma anche le stazioni.
Quindi, forse, l’hai fatto nel modo giusto.

È stata anche un grande scommessa con te stessa. L’hai fatta quando sei partita di nuovo e per la terza volta, alla cieca da un paesino del sud: ma ehi, sei tornata una donna che viaggia da sola.

Io adesso so e capisco che il viaggio è fatto solo di te stessa che cammini tutte le strade possibili.
E sei l’unica persona che può renderlo straordinario.

Una scalata all’improvviso – Malham Cove

Quando sei a Malham e non sei proprio un’atleta di professione e nemmeno una patita di trekking, puoi fare due cose: ucciderti di dolci dalla signora all’Old Barn Cafè, o fare brevi passeggiate, come gli anziani con le braccia dietro la schiena. Ma la prima l’hai già fatta, e basta così, mentre la seconda…
A Malham c’è una sola strada e quando hai attraversato il ponte ed evitato i cigni, è finito tutto, a meno che tu non voglia disegnare un cerchio attorno all’ostello.
Ma… allora dove se ne vanno tutti con le loro bacchette da passeggio? Sulla salita?

Bè, Roberta, perché non sali anche tu?

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Sì, Roberta, dai, prova anche tu a farti collassare un polmone con i ciclisti che ti gridano dietro manco la strada fosse la loro, e al terzo che mi strombazzava dietro una parolina gliel’ho dovuta pure dire.
Poi, che avesse ragione sul fatto che avrei potuto prendere il sentiero pedonale, era un altro fatto.
Bè, di sicuro tra i due quella più inglese ero io. E io, di english, ho veramente molto poco.
Maleducato.

Oh, finalmente. La salita era finita, il sentiero era tutto pianeggiante. Chissà come stava il mio ciclista: se in tutta quella ripidissima salita – lo era davvero – aveva dovuto fermarsi a prendere aria.
Io di sicuro me la stavo cavando alla grande sul mio sentiero pianeggiante: verde tutto intorno, colline che non arrivi a vederne la fine e le mucche che mi piacciono tanto. Il fiume al fianco che è anche un sottofondo perfetto, l’erba morbidissima, l’odore del muschio intorno, il cielo grigio tipico dell’Inghilterra e temperatura perfetta.
Soprattutto i ciclisti per strada e tu al sicuro.
E cammina, cammina, cammina. Quanto mancherà per Malham Cove? Vabbè, io sono professionale, posso camminare per altre quattro ore così.

E alla fine a Malham Cove ci sono arrivata. Sì, nel senso che l’ho vista da sotto.
Ma scusa, per arrivare devo fare come quei due lassù con le corde? Dove mi devo arrampicare?
Ah, ci sono le scale.
Dio, le scale.

Avevo bisogno di un piano di attacco.
Ma l’unico possibile era farmi portare su dall’arrampicatore e con la colazione del mattino non era il caso, poverino.

Allora… sta tutto nel cominciare. Metti il piede sul primo scalino. Fatto? Tutto apposto? Mè, ora metti pure il secondo. Vai, un piede davanti all’altro e hai preso il ritmo.
Bravissima, hai fatto cinque scalini!
Ma cosa sento alle mie spalle?
Mi giro e c’era lei: figa, capello legato, coda svolazzate, viso pallido e fresca come un fiore.
Ok, stai calma, va bene, tutto ok: sei sul cucuzzolo della montagna e non fa niente se sembri appena uscita da una centrifuga, se ti cola il naso e ti sta per esplodere la vena sul collo. E sì, fa nulla anche per il viso gonfio come un pallone rosso. Accaldata manco avessi fatto la maratona – mo è – di New York.
Ma tutte queste belle cose non erano nulla se consideriamo anche che lei-stava-correndo-sulle-MONTAGNE.
Correva.
Cielo.
Ho mangiato tutta la sua polvere.
Ma sul serio questi fanno footing sulle montagne?
Bè, evidentemente.

Alla fine ci sono arrivata anche io sopra al Cove di Malham, forse un’ora dopo che lei era anche scesa.

E dopo tutte le energie buttate a parlare da sola sulle scale avevo bisogno di mangiare.

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Massi, dai facciamola un’altra passeggiata! Dovevo digerire un paio di salsicce, del bacon e dieci tavolette di cioccolato insaccate in un unico pezzo di torta al cioccolato. Dai, mezzora e vai a stenderti nella Lounge dell’ostello.
Tre ore dopo ero qui:

Però niente salite. Niente stress, solo una dolcissima camminata nella natura, lungo un sentiero che sembrava scavato tra due montagne e l’odore forte di acqua dolce, che anche a sentirlo, non avrei immaginato di trovare una cascata. Erano le Janet’s falls, del National Yorkshire Dales Park: i tronchi degli alberi non avevano spazio per il colore del legno, perchè pieni di muschi. Sciami di zanzare vorticavano sfiorando le acque del fiume, e avevano il loro perchè e io le ho trovate bellissime – sempre che fossero rimaste al loro posto.
Era tutto in ombra, ma per fortuna ogni tanto un raggio di sole riusciva a passare tra i rami e arrivare fino lì sotto.

L’Inghilterra del nord è fantastrepitosa.

8 vecchietti +1 in viaggio per Malham

Viaggio in bus, il pranzo, la fermata dell’autobus, l’ora del check in che non arriva mai

1 aereo, 5 treni, 6 bus. Niente Heatcliff per me, ma almeno sono riuscita ad arrivare a Malham – che non era per niente scontato.
Primo bus del mattino alle 8,23 da Haworth, arrivo Kinghley, dove alle 9.05 prendo quello per Skipton, da Skipton parte alle 9.45 l’ultimo per Malham. Alle 10.27, più puntuale dell’ora del thè, sono atterrata nello Yorkshire Dales National Park.
E più precisamente a Malham.

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È grande quanto la piazza di Cellamare, ma qui l’edera non ha mai smesso di arrampicarsi. Se ti guardi attorno ti aspetti che un folletto salti fuori insieme a tutti gli altri e cominci a intrecciare i canestri.

Avevo capito che era un paese diciamo… sui generis … da poco dopo Skipton, ed esattamente quando la connessione internet è deceduta: il telefono è morto e non sarebbe rinsavito mai più. Anche le stazioni erano spartite da un po’. In realtà poi le elimini anche dal tuo vocabolario: stazioni? Che sono le stazioni? What is stazione, what is railway station, what is human being?

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Noi, qui, solo fiumi, ruscelli, panchine, galline, cigni che ti attraversano la strada e guai a cercare di passare prima.
Ci sono anche le anatre che dormono… ma poi passi tu: ‘Ehi! Straniera, ti accompagno io in ostello!’ E via a sculettare tutte e due – per motivi diversi – lungo la salita.
Oh, no, aspettate, c’è anche un altro essere umano: è il poverino del receptionist che quando mi ha vista ha sorriso che gli è venuta una paresi facciale: chissà da quanto tempo non parlava con un essere umano.

Ho lanciato una veloce occhiata in giro: per il momento niente pecore con le corna rivoltate – però disegnate dappertutto, è un incubo. Tra tutte le cose che ho imparato nello Yorkshire, una è che gli animali sono ovunque e compaiono all’improvviso, quando meno te lo aspetti: anche ora dei passerotti cantano appena fuori dalla mia stanza.
Quindi, in soldoni, quando verrete qui, ovunque siate, guardatevi le spalle e copritevi sempre le chiappine.

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È così smeraldo questa città che sono smeraldo anche io. Brillo tutta di verde. Gli altri colori invece sono più tenui, non è proprio Haworth, ma come può brillare il rosso se c’è tutto sto verde? E poi in ogni luogo ci deve pur essere un capo. E qui il vero boss è il verde.
Attento verde, che sono arrivata anche io.

Il viaggio in autobus è stato uno spasso. La parte più bella della giornata.
Immaginate un piccolo bus che si deve arrampicare sulle montagne. Immaginate l’accento inglese che peggiora man mano che si sale a nord. Inserite la mia figura in questo autobus e mettetemi a sedere tra otto vecchietti arzilli più di me. Immaginiate che non sia più importante il mio nome: ero solo la ragazza del bus.

Ci siamo separati a Malham sotto il sole che ci aveva accolti… tre ore dopo ci siamo ricongiunti alla stessa fermata (l’unica del villaggio) che il sole era andato a illuminare altri lidi e la pioggia era ritornata a battere sulle nostre – sulla mia – teste. Ma io, ehi, come al solito ero al riparo sotto i miei strati di plastica e sotto l’albero che mi copriva dalla pioggia scrosciante.

Prima di rivedere i miei amici del bus, vi devo spiegare perché ero sotto la pioggia e non in qualunque bar, come qualsiasi altro cristiano avrebbe fatto. Facile: non ci sono bar, solo ristorantini, e nei ristoranti a me non piace restare. Piuttosto mi metto sotto la pioggia ad aspettare di fare il check-in in ostello – sì anche se sono le 3, piove, e tu puoi fare il check-in solo alle 5. Nel frattempo avevo gironzolato un pochino e avevo anche pranzato, ma il pranzo mi aveva… diciamo … indispettita – ed era solo l’inizio e presto mi ci sarei abituata. E non che non fosse buono, anzi. Ho mangiato bene, tanto, e solo a 12p, ma ho anche imparato che puoi andare in qualsiasi posto del mondo: se sei una ragazza che viaggia sola o anche sola e basta, che sia pranzo, cena o colazione non è importante nulla, si sentiranno in imbarazzo a chiederti se il tavolo è solo per te. Bè imbarazzati tu perché a me, essere sola, non imbarazza affatto, signora. Anzi.

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È stato poco dopo che li ho rincontrati: ho riavuto i miei vecchietti. Mi hanno chiamata già da lontano. Mi hanno raggiunta sotto l’albero e messa – letteralmente – in mezzo a loro. Con un accento che dio solo sa come ci siamo capiti per tutto il tempo, e la pioggia fermata dall’albero sopra di noi. Il mio zaino con la sua copertura e io con la mia. Ma poi. Uno di loro si è messo alla mia destra, uno alla mia sinistra, hanno aperto i loro ombrelli e mi ci hanno messa sotto.
Mi è quasi venuta voglia di tornare con loro a Skipton quando, come faceva la nonna, mi hanno chiesto se avevo mangiato.