Un viaggio lungo uno Zaino. Il mio Backpacking.

Il Backpacking riguarda te e il tuo zaino.
Lo zaino è un peso, uno sforzo, un sacrificio.
Quando ce l’hai vorresti non averlo, ma poi non puoi – e non vuoi – vivere senza.
È la tua casa, la tua vita, la tua struttura, la tua spina dorsale. Quando te ne separi non sei più nessuno, nemmeno te stesso.
Quando lo porti sulla schiena hai un mondo sulle spalle. Quel mondo è il tuo, ed è pesante.

È un mondo fatto di abiti, di oggetti e quindi di vizi, di tutte le debolezze, di difetti, di fisse, di poche cose necessarie, altre molto meno.
Molto simile alla vita di tutti i giorni, non è vero?
Esattamente come la scatola della tua vita, sarà piena di cose essenziali, eppure inutili.
Alla partenza ti dirai: non posso partire senza questa cosa, ma in viaggio non ti ricorderai nemmeno di avere molte di quelle che hai voluto portare. Eppure, se non avessi trovato un angolo per loro, non avresti fatto altro che dirti tutto il tempo che erano essenziali.

Il Backpacking è fiducia. Fiducia in se stessi e poi negli altri. Fidarsi anche di dodici sconosciuti nella camerata che hai scelto. E, se l’ostello non mette a disposizione armadietti, fidarsi nel lasciare soldi, zaino, documenti.
Fidarsi nel parlare, magiare, esprimersi in un’altra lingua, creare le basi per impararne una nuova. Delle mappe, delle indicazioni, delle strade, delle macchine, della gente.
Fidarsi, punto. Che poi possono sembrare tante sciocchezze, ma in questo mondo sono tutto. Perché se stai viaggiando, vuol dire che vuoi aprirti.
Così, alle volte, lo si fa con fatica.

Questo modo di viaggiare sembra tanto figo, ma – come dicevo sopra – è anche un sacrificio, è uno sforzo.
Quello di stare lontani da casa, dagli affetti, più o meno a lungo. È non chiedere, non lamentarsi, perché tu l’hai scelto e devi ricordarti tutti i motivi per cui lo fai.
A volte potresti trovarti di fronte una scelta difficile e necessaria. Andare o restare, e magari in entrambi i casi ti verrà tolto qualcosa di importante. O qualcuno di importante.
Bisogna che tu tenga sempre presenti i motivi per cui ti sei messo sulla strada. Pensa che alle tue spalle c’era qualcosa a sostenerti. E allora dà a quella cosa una gratificazione.

Backpacking significa essere responsabile di quello che fai, e poi anche di chi sei.
Le scelte che fai da viaggiatore, sono quelle che avresti fatto – messo alle strette – nella tua vita. Con la differenza che sulla strada arrivano veloci e spontanee.
Imparerai e capirai che il modo in cui tratterai te stesso e le persone che incontrerai sulla strada, descrive quello che sei.

Poi ci sono le domande, le paure, le tristezze. Tutte lì sul tavolo a tormentarti, a chiederti di uscire da te stesso, a dirti che sei molto meglio di quel che credi, che puoi andare molto oltre. Che è una sciocchezza chiudersi nel proprio mondo e non permettere a nessun altro di vederlo. Di partecipare, di condividerlo.
Le difficoltà che incontrerai nel tuo viaggio, sono come quelle che trovi sulla strada di casa tua: solo a qualche chilometro più in là.

Il Backpacking è una filosofia, è un dolore dolce, un arrossamento di spalle, è mal di schiena. È la soddisfazione di sapere che ce l’hai fatta. Svegliarsi ogni giorno con otto ore di sonno, con il corpo stanco e intorpidito, ma con la mente lucida e pronta.

Ogni luogo in cui sei arrivato ti ha accolto. Lo ha fatto perché tu hai permesso che accadesse: sii orgoglioso di avercela fatta.

È un mondo che riserva tante gioie. È il coraggio, ed è anche la paura. È incoscienza e coerenza di scelte.
Per esempio non puoi non fare una salita perché sei stanco. Puoi fermarti, certo, ma poi che fai, resti fermo a metà strada e aspetti che qualcuno ti salvi?
Tu. Tu puoi salvarti da solo.

Potrebbe anche essere un giornata storta, una giornata stanca. Magari la sera, in un letto che non è tuo – e che devi fare in modo che diventi tuo -, capiterà che tu ti chieda: come mi è venuto in mente di farlo? Sarai tanto lontano da casa, non potrai tornare, allora chiuderai gli occhi e penserai a tutto quello che hai visto, a tutta la strada che hai fatto: lì saprai che ne vale la pena. E che domani, domani andrà meglio.

Viaggiare è anche credere di dover conoscere tutti i dettagli, ma poi non pensare a nemmeno uno di questi. È il portafogli vuoto, è tutte le cose che non dici, perché non è facile capire. E tu non sei in grado di spiegare cosa ti succede quando un mondo nuovo si muove attorno a te, e ti rivolta come un calzino.

Lo zaino ti insegna a stare dritta, a muovere le gambe, scegliere i muscoli, usare quelli giusti, così non ti faranno male i punti che, se lo facessi bene, non farebbero male.
Sentire i muscoli significa sentire il proprio corpo e conoscere i propri limiti. E, alla fine, capire che un corpo stanco, un corpo stremato, in realtà non conosce limiti. Può andare oltre, spingersi sempre più su. Non ti lascerà per strada, farà in modo che tu arrivi dove devi, saprà meglio di te che mancheranno prima quattro curve e poi ne mancheranno tre, poi due, poi una, e sarai arrivata.

Il mio Backpacking è questo, ed è tutto quello che ho e che avrò per tenere al riparo la mia vita.

Ma di questo mondo fa parte tutto quello che ho a casa e che metto nello zaino sottoforma di foto, biglietti, oggetti, messaggi. Per avere la mia famiglia, i miei amici con me. Sempre.
Perché senza di loro io non avrei mosso un solo passo verso il mondo.

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