Storia di una breve storia d’amore – 3 – La fondamentale importanza di un ombrello; Yo, bro e incanti non voluti e rimandati

L’ombrello, “YO” bro e incanti non voluti e rimandati

Questa è la storia di un ombrello che da dove vengo io, ma forse un po’ ovunque, verrebbe definito “peccato”. Così peccato che in un luogo dove il cappuccino più economico costa quattro dollari, il suddetto ombrello era valutato meno di uno. Forse per questo l’ho adottato.
E peccati, a quel punto, eravamo in due.

Quindi non fu solo per la giornata uggiosa che decisi di mettermi al riparo sotto un ombrello rifaldo ma con il giusto – seppur vacillante – punto di solidità e comunque sopravvissuto fino alla fine. Comprare quell’ombrello mi aveva fatto sentire meno strana. Con lui la faccenda si sarebbe riequilibrata.
A New York non solo è difficile vedere gente che fuma in mezzo alla strada, ma altrettanto difficile è trovare qualcuno che abbia un ombrello del colore diverso dal nero o che non sia trasparente. Avevo necessità anche di distinguermi in un tentativo di ricordare a me stessa che non appartenevo a quel posto: con lui rimanevo me stessa nel caos della città.

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Capirete bene che si trattava di un ombrello che, come tutto, non è stato scelto a caso. Si abbinò benissimo al mio abbigliamento, ma anche ai colori che per quel giorno – e per altri – sarebbero stati messo addosso alla città. E in particolare mi riferisco a una bizzarra struttura ai piedi del ponte di Manhattan. Gialla e nel bel mezzo di un prato.
Guarda caso, il prato che avevo scelto io.

Nei miei disagi, cerco sempre un punto di fuga, che sia uno spiraglio che diventi una porta da aprire. La mia porta su Narnia era il ponte di Brooklyn. C’era un solo un posto che volevo guardare quando non girava, come quando cerchi una persona che ti metta a tuo agio. Per me quella persona è stata l’East River.
Così ho scoperto che non esiste solo un punto di vista ma che ne esistono mille altri, che la stessa cosa puoi vederla da tantissimi posti diversi. E quindi anche le strade sono infinite, come le soluzioni, come le vie di fuga e che tutte queste cose puoi costruirle.
Quindi potevo farlo. Potevo provare per un giorno l’ebbrezza di portare un oggetto insopportabile e ingombrante come un ombrello.

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Altro fulcro della storia è la scritta: “Yo” o “Oy”: tutto – appunto – dipende dal punto di vista. Cosa certa, per quanto mi riguarda, è che fosse orribile. Nel senso: non ci stava, non si adattava, era fuori luogo. Ma poi che cosa l’avevano messa a fare? Ma quanta gente attirava nonostante la pioggia! E tutti che si fotografavano, e io che volevo solo sedermi sul prato e spingevo sui pensieri positivi e contemporaneamente andavo avanti e indietro sul prato sempre più bagnato.

Non ero ancora pronta per Manhattan, ma era ora di rassegnarmi: non avrebbe smesso di piovere e io e il mio ombrello ci convincemmo a prendere la metro e arrivare dall’altra parte del ponte.
Pensai bene di andare a fare un giro al MoMa. Massì, ottima idea! Tu sì che sei un genio, Roberta. Il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio.
Quando ti viene un’idea spesso ti faresti da sola i complimenti, roba da pacca sulla spalla, roba da stretta di mano; ma ops, sei sola, allora immagini solo di stringertela quella mano perché poi sarebbe troppo strano, e tra te, la scritta e l’ombrello smetteresti di occupare la tua posizione di superiorità guadagnata a fatica. E allora non lo fai, sorridi soltanto sorniona. Hai trovato la soluzione a tutto. Ma quanto sei brava. Ma quanto sei… furba.

Allora rivediamo il piano: il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio. Manca qualcosa. Ma cosa? Manca la pioggia. La pioggia. E per tutto il viaggio in metro l’elemento ti era sfuggito.
Misi insieme i pezzi giusto nell’istante in cui stavo uscendo dalla metro, proprio quando stavo facendo le scale: ‘Ma se sto andando al MoMa, vicinissimo alla Quinta strada, se sono le tre del pomeriggio e piove…’, momento di congelamento, piede che rimane sospeso per un istante in più sul gradino ‘ci-saranno-tra-quarti-della-città-lì-dentro’ in un crescendo in cui se avessi parlato ad alta voce le ultime tre parole le avrei dette più o meno strillando nel modo in cui gridi tanto che non ti vien fuori la voce.
E tra questi pensieri e qualche parolina meno bella messa qui e lì, feci l’ultimo scalino e vidi il mio mondo cambiare ancora.

Inebetita come se per la prima volta vedessi i colori. La pioggia aveva smesso di cadere e un piccolo raggio di sole faceva capolino dai grattacieli. Dissi ciao al MoMa e andai a destra, pronta a perdermi nella terribile Manhattan.

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Non ebbi reale percezione delle strade che stavo seguendo. Park Ave, Fifth Avenue, Madison, Lexington: mi perdevo e mi riperdevo.
Perdermi è stata un’altra delle cose che ho imparato a fare. Ma nel frattempo dovevo fare anche la pipì e mi facevano un po’ male i piedi, per cui mi appollaiai su un’accogliente seduta circolare di marmo su cui rimasi per circa tre quarti d’ora, con le gambe ben strette a fare fondamentalmente nulla, se non trovare il momento giusto per alzarmi – anche se comunque trovare “il momento giusto” è una cosa faticosa – e andare alla ricerca di un bagno e, magari, anche un caffè. Mi concentrai tanto che alla fine ce la feci e trovai il momento giusto. Ma trovare tre cose insieme – bagno, caffè e momento – era difficile: trovai il caffè ma non il bagno, di cui mi dimenticai completamente distratta dall’ennesima scoperta del giorno.
Scoprii che non c’erano solo tanti punti di vista da cui guardare, ma che esistono tanti modi per storpiare il mio nome. Uno di questi è “Robetta”, ma è solo la punta dell’iceberg.
Simpatiche le caffetterie.

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La giornata mi aveva stremata, ero stanca e mi bruciavano gli occhi. Era ora di tornare a casa. Dalla Delancey presi la metro ed ero al semaforo quando riprese a piovere fortissimo. Ero talmente felice dopo tutto quello che avevo fatto quel giorno, comprese tutte le cose che mi erano andate storte che sentii di non avere più bisogno del mio ombrello, volevo scostarlo dalla testa e rimanere sotto la pioggia forte. Ma avevo ancora bisogno di lui quindi mi diedi giusto lo spazio per bagnarmi la spalla e il braccio, in un momento di armonia che nessuno capirà, ma la cosa importante è che l’abbia capito io. Tutta quella pienezza e quella gioia non sarebbe stata rovinata nemmeno dalle quattro metro che avrei sbagliato ritardando il rientro a casa di circa un’ora e mezza rispetto ai miei calcoli.

Storia di una breve storia d’amore – 1 – Come tutto ebbe inizio nell’agosto 2016

Troppe lezioni da imparare, il difficile rapporto con le metro, le fiamme del Brooklyn Museum e un amore ancora non riconosciuto

E quindi sei arrivata a New York e quante cose belle hai imparato! Allora. Hai imparato che: il Jet lag rovina la vita e ti sei alzata per una settimana alle 3 del mattino ciondolando per l’appartamento come un elefante domestico producendo un cigolio inquietante e studiando ogni particolare della casa, che non erano nemmeno fatti tuoi e ancora non sapevi quanto in certe sere ti avrebbe lasciato di stucco. E ti sentivi in colpa ad aprire la doccia che neanche una grandinata su una lastra di alluminio fa così tanto chiasso. Anche il caffè era un problema, che avevi la caffettiera e la moka ma per qualche motivo, solo per il fatto di essere in America, Lavazza o non Lavazza, faceva sempre schifo. E quindi a un certo punto, hai mollato anche lì.
Poi, vediamo, hai imparato che la frutta si paga al pezzo, e di solito questo pezzo è un lingotto d’oro che ingurgiti anche se è disgustoso solo perché l’hai pagato e ora lo devi mangiare; hai imparato che essere scout non ti è servito a nulla, che non ti sai orientare e l’aiuto più grande che puoi dare al prossimo è non dargli aiuto.
Ma soprattutto hai capito che la metro non è cosa tua. Quante ore ci hai passato quel giorno nel cambio linea M da F? Tre? Dai, sii sincera, qui nessuno ti giudica. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma quale idiota nel mondo non riesce a capire che se devi cambiare linea non devi uscire dalla subway? Quale? Tu. Naturalmente, tu. E quindi è una storia d’amore mai decollata. Però, ora dimmi, dove mai hai fatto una sauna più bella e così tanto economica? Da nessuna parte, Roberta.
Sei un mito nei viaggi low cost.

Ah, e dov’è che volevi arrivare la prima mattina alle 10, massimo 10.30? A Dumbo? Scusa, hai detto Dumbo? Ah, e mi racconteresti l’esilarante storia di come invece sei approdata al Brooklyn Museum? Per di più, era solo a qualche fermata da casa tua dalla quale eri uscita alle 9.30. A piedi ci avresti messo 1 ora e 20 minuti, in metro sei riuscita ad arrivarci – chissà come – alle 12. Non te lo scorderai mai, non è vero?

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Però in effetti la verità è una sola: hai sempre saputo che fare programmi non è da te. E sii clemente con te stessa… sai, per quella faccenda del fuoco e delle fiamme per cui ti sei arrovellata per una settimana. Dove sarà successo? ‘In aereo, lo so che è successo in aereo!’. Non ti è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che forse – e dico ‘forse’ sapendo che potrebbe benissimo essere sostituito da una parolaccia – la colpa era tutta del bagnoschiuma che hai usato come se un domani in quella New York non sarebbe mai arrivato, solo perché sei un’ingenua. Non fidatevi mai dei bagnoschiuma esteri che si spacciano per neutri. Mai.

Vedere la Lower Manatthan dai piedi del ponte di Brooklyn ti ha sconvolta, borderline che non sei altro. E ti mettesti a sedere, che ci mancava il violino di sottofondo e saresti stata certa che non c’era niente di reale in quello che avevi di fronte. E non dimenticherai mai la giornata grigia di fine agosto, le nuvole basse e l’umidità a mille che tu e i tuoi capelli chiedevate pietà, anche se, ogni tanto, quel venticello… E la piccola spiaggia che puzzava da morire, ma il gioco di colori, e un flebilissimo sole dietro le nuvole faceva capolino a intervalli sempre più brevi, creando nuovi sbrilluccichii. E tutti quei luccicori e tutti quei grattacieli sullo sfondo che non sono nemmeno lontanamente come uno se li immagina, ti entrano dentro e ti spingono indietro e l’effetto è roba che toglie il respiro e che ferma il tempo e ti rimane impresso per sempre, così non lo puoi dimenticare. È come una maledizione, ormai ti ha presa e non ne uscirai più. Pretende di restare, si mette sotto la pelle riempie ogni spazio vuoto e finisce che sei a rischio di strappo, di rottura. Come quei dolori che sono un po’ un piacere. Quella vista fu un dolore e una gioia, una delle più violente della mia vita.
In Dumbo avevo individuato il posto dove mi sentivo più me stessa, ed era il posto in cui andavo quando quello che mi circondava non mi sembrava più familiare.

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E alla fine ce l’ho fatta ad arrivare alla prima persona. Nel mio tempo perfetto.