Haworth profuma di mela anche quando piove

Scelgo di scrivere in un momento molto particolare, che è mio ma sicuramente appartiene a chiunque si presta a riprendere il viaggio, o comunque ad andare avanti. Devo staccarmi dai racconti di New York e scusate se interrompo il flusso, ma sono troppo piena di questo posto. È il momento in cui ti fa un po’ male lo stomaco e ti batte il cuore, che forse è paura di andare incontro a una cosa che non conosci (ma probabilmente anche il terrore di perdere l’unico bus che passa il sabato per andare dove devo andare io).
È una sensazione che da due settimane ho spesso nel petto. E no, non sempre è una cosa tanto piacevole.

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Harold Fry ha ragione quando dice “è difficile capire un po’ e poi andarsene”, che sei ancora qui, ma hai già nostalgia di un villaggio nella brughiera che ha dei colori straordinari e una calma che non appartiene a nessun posto se non alla campagna.
Ma ho imparato che è solo un limbo dal quale si esce quando il passo avanti sarà fatto per continuare il viaggio. E ho tanta voglia di riprendere i tre bus che mi porteranno ancora più a nord. Mi è mancato mettermi lo zaino in spalla e correre da una città all’altra, con ‘sto peso sulla schiena, alto quasi quanto me. Ora che ho ripreso fiato, ho fatto la persona normale e la mia schiena è ok… sono pronta per andare avanti.
Ho pensato di restare un po’, solo un altro po’… e alla fine ho deciso di anticipare la partenza. E quindi ho anche capito perché a volte la gente va via prima di abituarsi troppo. È il tuo cammino la cosa importante, il resto non conta.

Haworth era nella mia testa il villaggio delle sorelle Bronte, ed è questo un altro dei motivi per cui mi sono messa sulla strada. Io le ho lette tutte e sono cresciuta con loro.
Haworth per me era Jane Eyre che incontra Rochester caduto da cavallo, era l’odioso Heatcliff e l’odiosa Catherine, era Miss Snowe sola al mondo. Tutti quanti vivi nella brughiera: anime radicate in questo posto.
E io sulla brughiera ci sono stata una giornata intera. Su e giù, Sali e scendi. È selvaggia, bellissima, difficile e impervia… e io… bè… insomma… un po’ meno con la mia mazza da selfie rosa.

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Vi dico un segreto. Ero sola lì sopra, a parte qualche sporadico passante. Con il vento sferzante, come quello che Emily raccontava… e quindi… ehi, l’ho gridato pure io il nome di Heacliff! E no, sentite, non sono pazza, perché l’ha fatto anche la signora fuori dal museo e almeno io in cima alla montagna ero da sola.
E le pecore con le corna rivoltate, che devo capire che razza sono. Mi mettevano i brividi quando ci dovevo passare in mezzo, perchè smettevano di belare e mi fissavano: ho dovuto mettere al riparo le chiappe, che abbiamo visto tutti i video di come finisce quando sei troppo vicino a un ovino. E per raggiungere le cascate sono passata in mezzo a un esercito di pecore che tutte insieme superano il numero totale degli abitanti di Haworth e con il minimo sforzo potrebbero prendere il posto della regina se solo lo volessero. Per fortuna ne sono uscita con i glutei ancora al loro posto.

I colori sono intensissimi. No, non tutti, solo alcuni. Il rosso, il giallo, l’arancione.
Ma ragazzi. Il verde. Io non ho mai visto un verde del genere.
E il cielo è sempre grigio, ed è bello già così, ma se un po’ di vento spazza via le nuvole…

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Chi ha letto Cime tempestose sa il vento che sferza in brughiera, e lo senti benissimo lì sopra. È uguale. Per questo poi ti tigna la chiamata ad Heatcliff. E se poi trovi delle impronte di ferro di cavallo che fai, non giochi sulla suggestione?

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Ma io ho tante cose da raccontare. Della fiera anni Quaranta, del treno che parte dalla stazione con tutto quel vapore e fischia fortissimo.
Ho da raccontare delle signore vestite in costume, bellissime con le loro acconciature e la pelliccia sulle spalle, il rossetto rosso fuoco e i capelli acconciati perfettamente. I ragazzi e gli uomini con le uniformi da soldati, i bambini vestiti da marinaretti. Dei carri armati e i degli aerei dei tempi della guerra riprodotti a grandezza naturale.
E poi Jazz, Swing, tutto dal vivo e il microfono uguale a come era allora: il performer vestito con il suo abito elegantissimo e io che ballavo lì sotto – e tutti dicono che gli inglesi stanno sulle loro, ma hanno ballato con me.
Le bancarelle dell’usato e i venditori fedeli a riprodurre l’atmosfera che stavamo vivendo, tutti insieme. Così come il personale dei locali, così come gli altri abitanti del villaggio.
E all’improvviso comincia a piovere, ma tu alla tua fiera non rinunci. Ho fatto riaprire un paio di bancarelle.

Ho da raccontare anche dell’ostello, che è una struttura gotica e mi sono spaventata quando l’ho visto, perchè non si sentiva un solo rumore: il cielo era nero e pensavo di essere sola lì dentro, in una camerata vuota, con otto letti e troppo pochi lucchetti per chiudermi: non si sa mai un fantasma voleva fare una capatina. Ma poi è arrivata la scolaresca e mi ha fatta tornare sulla terra, ma anche molto ridere – sì, smosso a volte l’istinto omicida.

E poi c’è anche il mio abitante preferito. Il cavallo che incontri per caso sulla salita verso l’ostello, appena fuori dal paese che se ti piglia sotto ti fa diventare il suo chupa chups.
E la dolcissima e accogliente signora del Crobbles and Clay che ha i parenti vicino a Bari, ma… vicino dove? E non lo sa. Li ho fatti girare tutti con la mia risata discreta, ma li ho anche salutati con la manina, che gli inglesi hanno lo humor che non si vede.
E io li adoro.

E ora che è ora di andare sono pronta, perché il viaggio è ancora da continuare. Ma non posso dire addio.
E non lo dirò.
Perché posso tornare quando voglio.
A gridare il nome di Heatcliff sulla brughiera.

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

New York è costossissima. Ma contrariamente a quanto si pensa, c’è una parte che è gratuita ed è anche la più bella se esci un attimo dal mood tustista impazzito.
E io la sua bellezza l’ho camminata tutta, dalla Lower alla Upper, con pazienza e sempre in attesa, perché qualcosa arrivava sempre, ed era un regalo.
Questa è la storia di come ho imparato a camminare.

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Non che avessi intenzione di macinare tutti quei chilometri quel giorno. Io odiavo camminare. Volevo solo trovare un negozio. Doveva essere sulla Brodway, qualche metro più su di Union Square in direzione Uptown – poi in realtà era Downtown, ma questo non fa più alcuna differenza.

Dal Village in su le strade sono a scacchiera. Da nord a sud sono Street, da ovest a est sono Avenue. Facile. Anche Bari è a scacchiera e quindi non avevo dubbi sulla mia capacità di orientamento.
Solo non avevo preso in considerazione un particolare: la Brodway taglia la Secacchiera e io la camminavo tutta impettita e orgogliosa della mia capacità di andare dritto.
Così seguii le linee della strada, mantenendomi sempre sul marciapiede sinistro.

Passai per Medison Square Park, piccolo e accogliente, sempre affollato, guardai a lungo il Flatiron Building che poi è una cosa straordinaria e vederlo dal vivo compensa ogni foto meravigliosa fissata per giorni in attesa di incontrarlo. Ti puoi anche sedere a uno dei tavolini con ombrelloni celesti nella General Worh Square incuneata tra la Quinta e Brodway se davvero vuoi provare a capirci qualcosa, o contare le finestre o, ancora, organizzare la tua vita lì dentro, che poi al sole è tutto più facile. E se tutte queste cose te le chiedi e le immagini a lungo, puoi anche prendere un caffè o fare un giro al mercato gastronomico di cui fanno parte alcuni dei migliori ristoranti della città e di cui parlerò più avanti, perché merita.

E proprio nell’attimo in cui dicevo a me stessa che erano le due del pomeriggio e non avevo sbagliato una cosa sola, alzai lo sguardo: Fifth Avenue.
No. Ti. Prego.

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Girai su me stessa circa tre volte per accertarmi che sul serio non fossi più sulla Brodway. No, allora, avevo superato il Museum of Sex ed ero all’angolo con l’Empire… entrambi non si trovano sulla Brodway, ci sei?
E mi arrovellai un sacco di tempo su questa faccenda – l’errore risaliva proprio al Flatiron Building. Non mi mossi a lungo dall’angolo della strada, finché non mi venne a prelevare la mia grande amica Rassegnazione.

Non che ci fosse molto altro da fare, ma ero in ballo. Partita dalla 14th strada ero ormai alla 33rd, già che c’ero potevo andare avanti e il negozio era dimenticato.

Compii un’impresa pazzesca quel giorno: avevo sempre odiato camminare, ma la città mi chiedeva di farlo. Camminare era anche l’unica cosa che mi potesse dare: non ero ricca (non lo sono), non ero glam (non sono glam) e mi nutrivo dai mercati ortofrutticoli del caso (vedi post su Union Square).

Quel giorno New York mi mostrò Bryant park.

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Bryant park è sulla 42nd strada tra la Fifth e la Sixth Ave, sulla linea F, ma anche sulla 7, B, D e M. Le prime sensazioni furono strane, non chiare. Lo trovai surreale, una stanza chiusa tra i grattacieli e il cielo. Tutto sembrava sospeso: la gente, il tempo. Si tratta di un piccolo quadrato su cui si affaccia la meravigliosa Public Library, al centro un prato attorno cui si sviluppano altri quadrati, uno dentro l’altro, tempestato di sedie e tavolini in ferro, verdi.
Non so se fu il mio cervello ad andare in standby, oppure se davvero ci fosse così tanto silenzio come ricordo. Ma so di aver pensato che stesse per succedere qualcosa perché la gente continuava a guardare in alto e non parlava – non tutti naturalmente, ma molti di loro sì. Ad un certo punto ci fu un boato di voci e applausi. Il tempo di alzare la testa dal mio libro e me lo ero perso. Chissà che cos’era.
(E plauso speciale alle signore dei bagni pubblici del parco. Mai bagno fu piu pulito o profumato.)

Raggiunsi Central Park dalla Quinta strada e lo vidi per la prima volta dall’ingresso della 57th. Ero parecchio stanca e né mi addentrai né riuscii a goderne tanto. Non avevo ancora tanto tempo, il sole stava per tramontare dietro i grattacieli e cominciava a far freddo.

E proprio mentre stavo per accomodarmi e mettere a riposo le mie gambe provate dalla lunga camminata, vidi un ragazzo che correva nella mia direzione, e quando mi guardai alle spalle sperando che non si stesse rivolgendo a me, non trovai nessuno.
Stava proprio parlando con me.

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Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse così entusiasta della vita e delle cose in generale come lo era lui. Era di una dolcezza commovente, ed era una persona molto delicata. Solo per questo lo assecondai e gli scattai quella ventina di foto, attenta a prenderlo nel momento che lui preferiva, nello specifico durante un salto o una corsa o mentre guardava il lago.

Finite le foto raggiunsi Briant park e da lì presi la M che mi avrebbe portata a casa, al caldo nel mio loculo angusto, stretto, senza finestra. Eppure adoravo anche quello.
Sempre che il Mostro non fosse in funzione.