Ritorno a casa. Polignano a Mare

Polignano è uno dei gioiellini del sud. Una delle ultime scoperte del panorama turistico, che da essere paesino tranquillo sul mare è diventato la meta preferita perfino di Brook Logan.
Io a Polignano ci sono cresciuta, ma da quando il fenomeno è esploso me ne sono tenuta a debita distanza, come se ne fossi profondamente offesa.
Il turismo mi aveva presa e rimbalzata fuori, e non gliel’ho mai perdonato.

Adoravo la festa padronale e le sue luci.
Adoravo il mare di Cala Paura
– mamma mi ci portava sempre. Lì mi ha insegnato ad amare i ciottoli, che da bambino vuoi sempre e solo la sabbia, ma lei mi metteva le scarpe da ginnastica pensando di mettermi a tacere. Naturalmente trovavo altri motivi per avere da ridire, ma sui ciottoli è riuscita a fregarmi.

Adoravo il gelato la sera e i vicoletti strettissimi del centro storico, dove avevamo la nostra casetta in via Ranuncolo, una cosa minuscola costruita su 3 piani: ogni piano era un piccolo quadrato più o meno vivibile. Mi piacevano anche i nostri vicini, la luce del sole, e la freschezza delle stanze di casa.
Poi tutto questo ha smesso di piacermi.
In questi tre giorni ho provato a darmi un’altra possibilità.
Ora vi racconto come è potuto accadere.

Dovevo riportare il mio punto di vista a casa, sradicare i miei pregiudizi e accettare che qualcosa che avevo molto amato non sarebbe mai tornato come lo volevo, o come lo avevo conosciuto io.
Non guardavo Polignano, non la guardavo davvero da anni.
Mi sfuggiva qualcosa: ah, ecco, era la mia puzza sotto il naso.

Amo molto i libri e amo qualsiasi evento che riguardi la carta da leggere.
Il Libro Possibile è un evento che da qualche anno, ogni anno, fanno a Polignano. Per me è sempre difficile camminare le strade in paese e accettare la folla, ma quest’anno ho voluto e ho seguito l’evento. Passo passo, dal tramonto a notte inoltrata.
Prima, naturalmente, sono andata al mare, con la mia amica Lydia.

Siamo atterrate al mare all’ora di pranzo, armate come ottime ziazine arrangiate di paese. Lydia è super equipaggiata – io uso dimenticare anche il telo.
Ha preparato la nostra borsa termica –
fatta con la busta della spesa e ghiaccini -, ha preso la sua macchina fotografica, ha fatto riserva di pazienza per avere a che fare con me, e si è messa in macchina.

La caletta di Cala Paura, è un luogo caratteristico.
Prima l’acqua era gelata e pulita, vedevi il fondale, ora è così piena di gente che vedi solo molte teste.
Per non parlare dell’odore di pesce, o delle signore con i tavoli e la sacra famiglia di 50 persone. O ancora, la passerella strapiena di gente.
C’è anche la signora che stende l’asciugamano addosso a te, nonostante sia giovedì e di spazio libero ce ne sia in abbondanza.
Non dimentichiamo i bambini che schizzano.
O la radio a palla.
Prenderò in prestito la frase più gettonata su Facebook e la modellerò sulle mie necessità. Se la storia è questa “Non venite al Sud”.

Ma la storia non è proprio questa, anzi, è molto diversa.
Modificherò la frase. Se non sopportate il folklore, la gente, il calore, il caldo, scene di vita vera e quotidiana “Non venite al sud”.
Se non volete la vita vera, non andate a Cala Paura, perché c’è troppa Puglia.

La Puglia, e in questo caso Cala Paura, è l’odore di pesce ed è l’odore del polipo che il piccolo ristorantino della spiaggia cucina tutto il giorno, pranzo e cena. È anche l’odore di panini, di spaghetti ai frutti di mare, di frittura di pesce, di insalata di mare. Un pasto economico, alla portata di tutti, un pasto molto più che ottimo e fresco.

La Puglia è fatta di intere tavolate gestite da matrone pugliesi che si occupano della brace accesa, che qui si chiama la La braceaccesa, e mentre lo dici allarga i gomiti e le braccia più che puoi e nemmeno allora avrai idea di quello che sto dicendo.

La Puglia è la frequenza del vicino alle tue spalle, con il volume al massimo, sempre su Radio Norba.
Ma è anche la signora che ti stende l’asciugamano addosso e occupa troppo spazio per una sola persona: sta mangiando. Ha con sé 10 teglie di pasta al forno, 20 di patate riso e cozze e arrosticini. Chiunque tu sia, sei sciupata/o, e il piatto per te è già pronto.

Per quanto riguarda bambini che stanno sempre a schizzare acqua…niente, sono bambini che schizzano acqua, non la trovo la poesia in un bambino che ti schizza mentre ti muovi come un’anguilla tentando di sfuggire al freddo dell’acqua polare in cui ti stai immergendo. Ma un bambino è sempre un bambino, quindi se ci vai, sorridi e pensa alla parmigiana.

La nostra porzione di mondo, quella del sud è chiassosa, uh, se lo è. Ed è molesta. La voce è alta, il traffico strombazza, la gente è lenta, le chiacchiere a mille.
E io ti auguro di incontrare ognuno dei personaggi di cui ho parlato sopra, sapendo che potresti trovare molto, ma molto di più.

Cala Paura è solo un esempio, perché c’è anche la spiaggia Porto Cavallo, che ha anche un po’ di sabbia e un po’ di passerella… e anche un po’ di scogli.
Anche questa è una caletta, la gente sempre la stessa. Pensa: se vai un po’ a Cala Paura, un po’ a Porto Cavallo, con tutte quelle signore con la braceaccesa quanto mangeresti?
Te lo dico io: tanto.

Il centro storico è un diamante raffinato, che dà un po’ di Grecia – come dice Lydia mentre scatta le foto che le avevo chiesto di fare. Che lei la sa prendere molto meglio di me la bellezza in una foto.

La pazienza di seguirmi mentre cammino per il paese, che per fortuna di giovedì non è tutto questo macello di gente e io posso seguire Il Libro Possibile riuscendo a respirare anche… ogni tanto. E posso godere la presenza della mia amica che mi riporta sempre all’ordine, che io sono distratta e mi perdo sempre.
L’evento de Il Libro Possibile prevede la presenza di vari palchi in giro per il centro storico e in contemporanea ci sono le presentazioni, una ogni mezzora, e poi cambio.

A me l’evento è sempre piaciuto molto, ma io sono troppo invischiata in questa storia dei libri. E se posso muovere una critica – tra le tante – ci sarebbe la pesantezza. Troppa crisi, troppa serietà, troppa economia.
Poi, non so cosa ne abbia fatto il comune di Polignano degli artisti di strada, ma c’erano troppo pochi per i miei gusti.
L’artista di strada è lo spazio necessario tra una presentazione e un’altra. È come la virgola in una frase: ti permette di prendere respiro.
In uno di loro ho deciso di investire i miei ultimi 0.50 cent.
Suona porcellini.

Questo è niente rispetto a cosa offre questo posto, perché è solo una giornata e io ho dovuto essere sintetica.
In Puglia c’è una cultura da scoprire.
Basta aprire gli occhi.
O chiuderli e far finta che il turismo pazzo ed esagerato che ti ha rimbalzata, e che infondo non perdonerai mai, non esista.

Ph: Lydia Melchiorre

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Letture da viaggio e non… Federico Pace – Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ho aspettato e desiderato fortemente questo libro. L’ho rincorso, l’ho cercato online e mi è sfuggito. Ho mandato mio fratello in avanscoperta per sapere se nella libreria vicino casa lo avessero.
Ne era rimasta una copia.
Dovevo averlo.
A tutti i costi.
Naturalmente quando sono arrivata nessuna delle gentilissime commesse sapeva che fine avesse fatto, e a un certo punto si sono anche ‘dimenticate’ che mi avevano messa lì ad aspettare. Per fortuna, invece di uscire i denti, ho fatto spuntare un angelico sorriso: “La prego, voglio-quel-libro-adesso” spalancando gli occhi come una psicopatica degna di un film di Tim Barton.

La quarta di copertina cattura immediatamente: è un estratto dell’introduzione appassionante che non permette di scostare gli occhi altrove.

Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va altrove che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo

Cosa c’è di più soddisfacente di leggere qualcosa per cui non hai mai trovato le parole?
Ho pensato: ecco quelle che io non so usare per descrivere il modo in cui mi fa sentire viaggiare.
Quando qualcuno parla per te ti senti capito, tranquillo, vai liscio come l’olio. E io ci sono andata così liscia e sicura che non avevo dubbi sulla passione con cui avrei adorato Controvento.
Ma sono scivolata.

Dopo l’introduzione tutto aveva perso di spessore. I racconti non mi stavano piacendo e iniziavo a spazientirmi: perché in Nostalgia della foresta non ho il terrore dei due diamanti che scintillano nella notte più nera e che sembrano essere occhi di giaguaro?
Dov’è la mia passaporta? Dov’è il mio mondo fantastico? Portami sugli aerei, portami nel deserto, portami sulle navi!

Mi stava perdendo, ma io avevo il dovere di finire quel libro, di dargli una possibilità, non potevo semplicemente chiuderlo e andare avanti. Dovevo dimostrare di avere avuto ragione o di avere torto sul motivo per cui avevo voluto così fortemente.
Ho dovuto cominciare a prendere in considerazione l’idea di aver assunto una posizione un po’ estrema, e ho intrapreso la caccia al commento. La maggior parte erano buoni e privi della catastofica delusione di cui mi sentivo vittima.
Poi ho allontanato il libro, sbirciandolo ogni tanto da lontano per un paio di giorni. Ci ho dormito su. Poi sono tornata da lui.
Sembro psicopatica?
Lo sono.

Cosa mi aspettavo? Le risposte a tutte le mie domande? Mi aspettavo che Pace mi avrebbe servito su un piatto d’argento le parole che io non sapevo mettere insieme? Quello di cui sono sicura è che volessi con tutta me stessa che questo fosse il libro della mia vita, ma dovevo rivedere le mie aspettative e, santo cielo, umanizzare questo libro e il suo autore.

La verità era che volevo uno specchio che mi rimandasse un riflesso, ma non mi restava che pulire quello che mi trovavo di fronte.

Piano piano ho messo insieme i pezzi: è stata tutta colpa dell’introduzione così piena di passione, di fuoco. Ed era così ben riuscita perché veniva direttamente dallo stomaco di Pace. Ho spiegato a me stessa che le pagine iniziali erano parte della sua storia, mentre agli altri racconti stava prestando solo la sua penna.
E quindi ho capito: ho capito che il suo è stato proprio un compito ingrato: come fai a mettere il fuoco in qualcosa che non hai vissuto tu?.
Bè, non puoi, ma sicuro puoi fare del tuo meglio. E Pace ha fatto molto più del suo meglio, ha fatto un ottimo lavoro.

La sua scrittura è poetica, continua, veloce e poi lenta, segue il ritmo di ogni racconto e si adatta a ogni nuova vicenda e personaggio. Si adatta al mare e ai viaggi in auto, si adatta alle costruzioni di città mai esistite prima. Pace ha il tempo di un racconto breve: poco spazio, poche pagine. Deve fare un elenco delle priorità.

Continuo a pensare che la prima parte – fino più o meno a metà – sia un po’ debole. La ripresa inizia da La tempesta e la felicità, con Einstein che abbandona la sua terra nel pieno della Seconda Guerra, e non sa ancora che non tornerà mai più a casa, ma il suo corpo sì, e ne soffre.

Attraversare l’oceano è il gesto più risoluto che si possa compiere. Frapporre tra sé e quel che è stato uno spazio infinito e maestoso. Quando lo si fa, niente rimane come prima. Niente può rimanere immutato. Ma il primo passo assomiglia ad altri passi, ad altre partenze. Non svela ancora quello che verrà dopo, cosa cambierà.

Il cammino continua con la poesia di Staccarsi da terra, dove il viaggio è quasi immediato, e non si ripeterà mai più.

E ora è il momento di tirare le somme, e io in questo percorso mi son persa e ho perso fiducia, poi mi sono ritrovata e ho adattato a questo quello che stavo cercando.
È ancora vero che avrei voluto qualcosa di estremo, di più intenso, di passionale.
Mi ero sbagliata, e a volte capita, anche con i libri.
Ma quello con Pace è un viaggio che può valerne la pena.
Fate questa esperienza, camminate anche voi lungo 167 pagine e se vi va tornate a dirmi cosa avete trovato.

30 chilometri di libri. Le migliori librerie di New York.

Una qualsiasi metropoli ha tanti modi per guarire una persona stanca e insofferente al caldo umido e soffocante, che trascorre notti insonni in un loculo che ha scelto da sola in quel di Bushwick tramite Airbnb.
Una metropoli ti cuce addosso quello di cui hai bisogno.
La mia medicina erano le librerie di New York.
Questo post racconta delle mie preferite.

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Strand Bookstore – 828 Broadway

La più bella di tutte. Libreria indipendente, aperta nel 1927.

Quando i rumori e la folla diventavano troppo per me, era lì che mi infilavo:
nella Strand Bookstore, sulla Brodway all’altezza della 12th. La libreria che conta 30 chilometri di libri, 2 milioni di titoli.

Ultime uscite, bestsellers. Hanno anche roba più ricercata, da intenditori, tanto che ci trovi esemplari da collezione che puoi perfino toccare, ma non lo fai per paura di sfiorarli con tocco elefantesco e ridurli in cenere.

Per chi non ama la lettura ma va pazzo per i gadget non resta deluso. Io ci ho perso le ore tra le spillette.
Calzini, magliette, zaini, segnalibri, lucine per le letture notturne, block notes, penne, penne luminose, tazze, e tantissima altra roba firmata Strand.
Non si sa mai da dove cominciare.
Ma se cominci…

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Intanto vediamola da fuori.
Non sei ancora entrato che già sono lì: libri su libri, a prezzi stracciati. I prezzi vanno da 1$ a 5$, prendi quelli che vuoi, paghi dentro. Trovi qualsiasi esemplare, roba bella, roba trash, roba impensabile.

Ok, ora entra e troverai chi ti sorride e ti dà il benvenuto.

La Strand conta tre piani divisi per argomento. Il piano terra, il primo piano e un piano interrato. Quello interrato è il mio preferito: perfetto per i tipici topi da biblioteca. Sembra staccato dal resto e ha dei corridoi labirintici da perderci la testa.
Andavo spesso a rintanarmi lì, senza nessun motivo in particolare, era solo molto silenzioso e a New York è difficile spegnere i rumori. Mi sedevo per terra a gambe incrociate e mi limitavo a fissare gli scaffali fitti fitti che mi circondavano e stringevano: storia, scienze sociali, politica e psicologia non sono mai stati la principale attrattiva del mio panorama letterario.

A chi è un po’ più normale il piano terra piacerà. C’è una zona centrale che ha le ultime uscite, i best sellers, e qualche stuzzicheria per ragazzi.

Ci sono gli infiniti gadget. È un po’ la zona “in” del negozio, la più “social”… all’occorrenza. È la parte più frequentata e rumorosa, quasi come se il traffico delle strade si fosse spostato lì dentro – sì, ok, sto esagerando -, ma è solo il mio modo per aiutarvi a immaginare il silenzio assoluto che puoi sentire nei corridoi strettissimi, dove in alcuni casi non arriva un solo suono.

Quando ero tra il sociopatico e il social – quindi mettiamo una via di mezzo – rimanevo al piano terra sedevo a terra a gambe incrociate, sceglievo il libro del giorno e mi isolavo completamente.
Ogni tanto passa qualcuno, ti saluta, chiede scusa. Siedono con te a condividere un po’ di silenzio.
Si parla a bassa voce da quelle parti
.
Se passate di lì, voce bassa, mi raccomando.
Se mi abituavo troppo al silenzio era un trauma ritornare al centro dove i rumori ti investivano e l’incanto era finito.

Il terzo piano è dedicato alla musica e i dischi.

La Libreria vende e acquista anche libri usati.

BookCourt, nei pressi di Brooklyn Heights.

La migliore di Brooklyn, ma non ce l’ha fatta.
Ho avuto la fortuna di entrarci e di viverla anche molto spesso. Era sulla Court St ed era molto piccola.
Il pavimento scricchiolava e profumava di biblioteca. Era poco frequentata e leggevano sempre robe per bambini, appuntavo i loro eventi e quando potevo, non avevo voglia di tornare a casa, alle 7 ero lì.
Pochi libri, ma ben selezionati. Profumava di casa. E non so perché preferivo andarci al tramonto, era proprio una fissa che avevo.
Sedevo anche spesso fuori, sulla panchina. Leggevo.
Lo facevamo tutti.

Quando sono tornata a New York è stata una delle prime cose da cui sono tornata, come se fosse una persona, ma ho trovato solo giornali sui vetri. Aveva chiuso, dopo 35 anni.

Barnes and Noble – 555 Fifth Avenue, oppure Union Square 33 East, 17th Street.

La nostra Feltrinelli.
Grandissima, spaziosa, fornita, ogni piano un argomento. Bambini, ragazzi, amore, best sellers, musica, dischi, manuali scientifici, sport, riviste, giornali, viaggi.
Qualunque cosa tu voglia, la Barnes te la darà servita su un piatto d’argento.

Rifornita anche dal punto di vista dei Gadget, ho comprato un sacco di cose da loro, ma non so…non sembra avere la forte personalità delle altre indipendenti anche se piccole.
Vedono roba di grande qualità, il mio quaderno da viaggio io l’ho comprato da loro
Dà l’idea di essere uno standard commerciale. Nonostante tutto molto ben riuscito.

Rizzoli Bookstore – 1133 Broadway at 26th Street

Volevo letteratura italiana. Volevo un libro scritto in italiano. Fatta una veloce ricerca sul web, eccola: la Rizzoli.
Si presenta benissimo, vetrine grandi, nello stile di New York, niente a che fare con la Strand e niente a che fare con Barnes and Noble. Parquet, soffitto alto, imponente. Uno stanzone, scaffali e spazi aperti. Grande spazio alla cucina, alla letteratura. Per essere bella, è bella, ma ha pochi pezzi italiani, forse solo due scaffaletti nascosti, con prezzi che non vediamo nemmeno in Italia.
Non la consiglio per fare acquisti, ma è da vedere in ogni caso!

Kinokuniya Book Store, 1073 6th Ave

Una catena Giapponese che oltre a essere carina è simpaticissima. Qui si possono trovare tantissimi piccoli regali da fare ai propri amici e parenti… ma anche a se stessi. Anche questa consigliata per una passeggiata per un curioso che ha voglia di vedere e immergersi in ambienti molto diversi dai nostri.

New York è piena di librerie, nascoste, meno nascoste, piccole. Ma queste, sono le mie preferite, e ve le consiglio dalla prima all’ultima.