Letture da viaggio e non… (a cura di) Graziano dell’Anna – La vita sobria

Quando un amore sboccia e cresce grazie a una birra

Ci sono amori che sbocciano all’improvviso e poi non te li levi più di dosso. Questo non è uno di quelli che tormenta, si tratta di qualcosa che dimentichi e poi ricordi, sempre con tanto…amore.

La mia passione per la Neo Edizioni nasce nel 2015, al Buk Festival di Modena ed è sbocciato grazie a una birra.
Non è una cosa eccezionale?

Volevo la birra e ho preso il libro. è il ragionamento più matematico che abbia mai fatto. Cielo, chi mai ti regala una birra in cambio di un libro? Non potevo, non dovevo, tirarmi indietro.
Così bravi che gliene ho svuotato le tasche al loro stand quel giorno.
Sono passati 2 anni e ancora sto lì a comprare i loro libri: guardate come una birra può fidelizzare e conquistare una ragazza in due secondi.
Loro avevano un fantastico apri bottiglia, ma io avevo il mio anello, l’unione poteva funzionare alla grande.

Ma poi, che vi devo dire, hanno delle copertine straordinarie.

Non li ho mai dimenticati e li amerò sempre.

Ma veniamo a noi.
Scritti ubriachi è spudorato, forte, folle, divertente, ironico. Ed è disperato e malinconico.
Raccoglie dieci racconti di dieci autori italiani. Alcuni li conoscevo, come Paolo Zardi, candidato al Premio Strega e superato da Nicola Lagioia nel 2014, su cui ho dovuto condurre successivamente studi approfonditi non ancora conclusi.
Altri li avevo sentiti nominare, avevo letto qualcosa di loro sul web o giracchiando tra le piccole e medie case editrici, come ogni tanto mi piace fare. Ma quello che mi ha stupita di questa raccolta (e io non riesco a stare molto dietro alle raccolte di racconti, è la produzione femminile.

Mia madre aveva allungato il latte col bourbon, la mia riluttanza al pianto era chimicamente indotta. Ci scherziamo sopra ogni tanto, quando esco da una clinica.
(Jat Lag, Claudia Durastanti)

Mia madre non vorrebbe mai che scherzassi così con lei. Per di più sapete che storiaccia appena leggerà il titolo del mio post, posso già immaginare la riunione di famiglia che convocherà quando vedrà una bottiglia sulla copertina del mio post. Forse dovrei avvisarla. O forse no.

Adoro le donne spudorate e ironiche.

Letture da viaggio e non… Storie della buonanotte per bambine ribelli

Copertina avvenente, riuscita, calda e bella. Accogliente e accattivante. L’idea di mettere insieme storie di 100 donne straordinarie è bellissima.
Insomma, un lettore inesperto lo troverà un gioiellino di rara bellezza.
Peccato che sia proprio così.

Prima di tutto non bisogna fidarsi mai nè della troppa pubblicità fatta su un certo prodotto, nè della Mondadori – ce l’ho su con loro da quando hanno trascusato i centomila refusi sul Circolo Pickwick, che considero un’offesa personale e non perchè Dickens me lo sono tatuato.

Mi sono approcciata al libro leggendo le storie prima di andare a dormire, ogni notte per circa due settimane.
Sistemavo cuscino e tutto, lampadina, occhialetto da vista e partivo – giusto per la cronaca: io ho 26 anni.

Come dicevo prima qualche dubbio l’ho avuto da ancor prima di prendere il libro, per il quale ho scelto di usufruire di uno sconto per non sentirmi troppo ferita dopo. E solo io so quanto ho fatto bene.

La questione è che non è che questi racconti diano proprio di storie da C’era una volta, nel senso: le raccolte di fiabe di Calvino sono fiabe. Queste sono solo brevi biografie, a volte arrangiate, più adatte a me e alla mia amica Maria che a un bambino o una bambina ribelle. Non so nemmeno quanto siano verificate le fonti da cui sono state attinte le informazioni di quelle donne che sono vissute tanto, ma tanto tempo fa.

Io ho a che fare con i bambini e ho preso questo libro pensando che avrei potuto usarlo in qualche modo, insomma, sarebbe stato bello poter leggere loro queste storie prima di andare a dormire… ma… ma… no, non mi convince affatto.
Anche il linguaggio non è propriamente quello di una favola, dove sta la fantasia, la favolosità di queste fiabe? Dove sono i termini inventati e queste cose così?
Le filastrocche, le melodie che immagini? Non c’è parola che ti tira la vocina o il canto di Raperonzolo, e a me piace tanto cantare.

Sono piccoli testi che si esauriscono subito e c’è ben poco che potrebbe attrarre un bambino. A me personalmente non è che dispiacciano tanto, ma cielo, ripeto, ho 26 anni.

Credo di concludere il tutto con una bocciatura senza rimandi.

Letture da viaggio e non… Storie della buonanotte per bambine ribelli

Tutte noi ragazze ci siamo sentite o ci sentiamo bambine ribelli. Le eroine della nostra storia. Ci sono tanti modo per essere grandi. O grandiose.
Queste storie della buonanotte le ho lette anche io, con i miei occhialetti poggiati sul naso, due cuscini dietro la schiena, nel letto poco prima di addormentarmi. Non è mia abitudine leggere stesa, ma volevo proprio immedesimarsi nel personaggio bambina. Volevo provare la sensazione di essere di nuovo piccola, con un librone gigante tra le mani, pieno di immagini e di avventure.
Giusto per la cronaca: io ho 26 anni.

La copertina è bellissima. Cattura. Se una copia di queste fosse persa tra tanti libri per bambini sarebbe molto facile trovarla. È accogliente, è accattivante.
L’idea di mettere insieme storie di 100 donne straordinarie è interessante.
Strategia di marketing? Può essere, io di queste cose capisco davvero molto poco..

Più che altro, a prescindere, diffido sempre da ciò che è super pubblicizzato. Quello che trovi su qualsiasi inserzione o pubblicità. E, diciamocelo, questo libro è stato pubblicizzato fino alla nausea. Combatto sempre il martellamento pubblicitario. Ma dopo tante riflessioni, con uno sconto alla mano – uso gli sconti sui libri quando non sono sicura che ne valga la pena, come una sorta di meccanismo di difesa – faccio un respiro e prendo il libro.

So solo che se sulla grafica ci siamo, sui contenuti mi aspettavo qualcosa di molto diverso.
La questione è che queste storie della buonanotte non è che diano proprio di favole da C’era una volta. Nel senso: le raccolte di Calvino sono fiabe. Queste sono solo brevi biografie, a volte arrangiate, più adatte a me e alla mia amica Maria che a un bambino o una bambina ribelle. Non so nemmeno quanto siano verificate le fonti da cui sono state attinte le informazioni di quelle donne che sono vissute tanto – ma tanto – tempo fa. Mi riferisco in particolare – ma non solo – alle varie piratesse citate, di cui, personalmente, non avevo mai sentito parlare da nessuna parte… ma sarò davvero molto ignorante.

Io ho a che fare con i bambini e ho preso questo libro pensando che avrei potuto usarlo in qualche modo. Insomma, sarebbe stato bello poter leggere loro queste storie prima di andare a dormire. Ma ogni volta che il pensiero mi sfiorava, tornavo su Calvino.

Anche il linguaggio non è propriamente quello di una favola. Dove sta la fantasia, la favolosità di queste fiabe? Dove sono i termini inventati e queste cose così?
Le filastrocche, le melodie che immagini? Non c’è parola che ti tira la vocina o il canto di Raperonzolo. E io adoro cantare.

Sono piccoli testi che si esauriscono subito e c’è ben poco che potrebbe attrarre un bambino. A me non è che in fin dei conti dispiacciano tanto, ma cielo, ripeto, ho 26 anni. E credo che l’obiettivo sia arrivare ai bambini, non alle appena maggiorenni donne come me – e la mia amica Maria.

Ma poi, sul serio, la faccenda delle eroine donne è splendida. Guerriere, regine, combattenti per la libertà. Per non parlare di scienziate e scrittrici. Ma, ahimè, non tutte possiamo essere eroine. Non dimentichiamoci donne coraggio e le mamme coraggio, che sono straordinarie anche se stirano tutto il giorno e portano avanti una famiglia, o anche solo se stesse – che non è nemmeno così scontato.

Ora, senza arrivare a banalizzare la questione, chiuderei dicendo che non è un libro per bambini.

Anche se, alla fine dei conti, qualcosa di estremamente bello e vero c’è:

Alle bambine ribelli di tutto il mondo:
sognate più in grande,
puntate più in alto,
lottate con più energia.
E, nel dubbio, ricordate:
Avete ragione voi.

L’ultimo rigo vale sempre, anche quando sembra il contrario.

Letture da viaggio e non … Safran Foer – Ogni cosa è illuminata

Una foto in mano e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Storia vista e rivista?
Certo.
Aspetta, non scalpitare come un cavallo che vuol passare avanti.
Dicevo.
Un’immagine e un viaggio alla scoperta del passato della propria famiglia. Il ragazzo che ha in mano la fotografia è americano ed è uno studente ebreo: sta cercando la donna che ha salvato suo nonno dai nazisti. Ma per farlo deve arrivare in Ucraina. Ha bisogno di una guida, e ha bisogno di un traduttore.
Che problema c’è? Può rivolgersi all’agenzia “Viaggi Tradizione”: è di proprietà della famiglia di Alex.

Alex non è che conosca benissimo l’inglese, in realtà non gli va nemmeno a genio l’idea di fare da traduttore, ma suo padre… bè suo padre non è proprio un uomo a cui si possa dire di no.

Il piano è questo: Alex intratterrà lo studente e suo nonno che “conosce” molto bene il territorio, guiderà la macchina.
Ah, un piccolo dettaglio: il nonno è cieco, o meglio, crede di esserlo. Ha perfino un cane guida, si chiama Summy Davis Junior. Summy puzza ed emette flautolenze a intervalli regolarissimi.

Bene, i personaggi sono quelli che sono… interessanti vero? Ancora non avete visto niente. Non siamo neanche alla punta dell’iceberg.

Il mio nome per la legge è Alexander Parchov. Ma i tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo […] io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. Ho avuto una baldoria di ragazze, credetemi.

È chiaro che qualcosa nel suo racconto non torni, e apparirà sempre meno probabile man mano che andrà avanti.
Infatti la storia continua e Alex si svela e si sgonfia, mollerà la presa sul personaggio che stava costruendo e diventerà l’eroe della sua storia… anche se non lo saprà mai e continuerà a chiamare eroe il suo amico, lo studente.

“Io ho osservato l’eroe che aveva fiumiciattoli che discendevano dalla sua faccia e volevo mettergli la mano sulla faccia per essere una protezione per lui.

Io non ho detto niente, come per dirgli che lui doveva andare avanti. Questo alle volte era difficile, perché esisteva tanto tanto silenzio. Ma io ho comprenduto compreso che il silenzio era necessario così lui parlava. […] Con il mio silenzio ho dato spazio a lui da riempire. “Provavo pace e sicurezza. Capisci? Una pace e una sicurezza vere. Io le provavo.” “Sicurezza e pace da che cosa?” “Non so. Pace e sicurezza dalla mancanza di pace e sicurezza.” “Questa è una bella storia.”

Manca ancora un pezzo, perché questo non è solo un viaggio esilarante attraverso l’Ucraina di quattro (tre più il cane) strambissimi personaggi alla ricerca di qualcosa, è anche una lunga lettera d’amore e di amicizia. È anche il racconto di un villaggio ucraino a partire dal Settecento, fino alla sua distruzione, a opera dei nazisti.

Alcune cose prima di andare:
(1) Non sarà sempre facile leggere e andare avanti, ma se ci riescono i protagonisti non vedo perché tu non ce la possa fare. Accompagnali.
(2) Questo non è un romanzo felice, anzi, è molto, molto – davvero molto – triste. E con questo non voglio scoraggiare alla lettura, solo sollevare il lettore, perché (3) quello che ruota attorno alla tristezza è anche il motivo che la combatte, a partire dalla forma del racconto che è tanto inusuale da essere comico. Ti tiene incollato lì. Continuerai a leggere, anche solo per scoprire se, prima o poi, Alex imparerà a scrivere bene.

E tutta la confusione che trasuda da questo post è solo parte del piano di Safran Foer per non farci alzare il naso dalle sue pagine e di cui cerco di entrare a far parte a sua insaputa.

Ora a me non resta che dire che, lettore, la scelta è tua.
Ma poi dimmi se non ti è piaciuto e non avevo ragione!

Letture da viaggio e non… Harper Lee – Il Buio Oltre la Siepe

Vi è mai capitato di avere qualcosa di molto delicato vicino a voi? E vi è capitato di non volerlo toccare per paura di romperlo? No, meglio non maneggiarlo.
Ma è lì, che fai, non lo prendi?

Allo stesso modo ci si comporta con un libro come questo, che ha un nome così bello nella sua lingua originale che ho ripetuto in mente come fosse una melodia di sottofondo: To Kill a Mockingbird

Sarebbe come uccidere un merlo

Pubblicato nel 1960, fatto di un linguaggio e argomenti tanto attuali che non sai come usare le parole che hai a disposizione.
Come lo maneggio questo libro?
Bè, io ci provo, vediamo che ne viene fuori.

Vien fuori che è pieno di temi difficili e crudeli, ma il racconto è una fiaba vista con gli occhi di una bambina di 6 anni, che la quarta di copertina descrive come “Huckleberry in gonnella”, definizione che lei adorerebbe, ma no. Non le rende giustizia. Perché Scout è unica ed è se stessa: un turbine di idee, di emozioni e di energia, che mette sotto la sua lente di ingrandimento un mondo detestabile che non la intimidisce mai. Forse non capisce proprio tutto quello che accade, o lo capisce fin troppo bene.
Lei combatte il mondo, si misura con lui. Lo combatte prendendo a pugni ogni maschietto che ha da ridire sulla sua famiglia; e lo combatte rispondendo a tono e scandalizzando le signore per bene, che restano a bocca aperta sentendo il suo linguaggio. Lo fa puntando i piedi per ottenere – la maggior parte delle volte – quel che vuole…e meno male! Altrimenti noi di questa storia non sapremmo così tanto: non possiamo che vederla dai suoi occhi.

Inoltre avrei dovuto essere il raggio di sole della solitaria esistenza di mio padre. Io suggerii che si può essere un raggio di sole anche in calzoni, ma lei rispose che bisognava comportarsi come un raggio di sole, e che io ero buona di indole, ma che ogni anno peggioravo. Mi offese insomma nei sentimenti e mi tolse per sempre l’appetito; quando però mi rivolsi ad Atticus, lui mi assicurò che i raggi di sole in famiglia non mancavano: facessi pure a modo mio, per lui andavo bene com’ero.

Ci racconta le sue straordinarie avventure assieme al fratello e al fantasiossissimo amico Dill, che per tornare da loro scapperà dalla famiglia che lo ha adottato. Scout ci racconta le loro monellerie ai danni di un personaggio che resta nascosto. Con la fervida fantasia che ha solo un bambino.

“Dico io: ha tutti quei bambini che aspettano di svegliarsi, e lui gli soffia dentro la vita…”
Dill era di nuovo nel suo mondo fantastico. Splendide cose gli passavano per quella testa piena di sogni. […] Preferiva il suo mondo crepuscolare, un mondo dove i bambini dormivano, aspettando di essere colti come gigli al mattino.

E ci mette tutto: la crudeltà schietta ma tipica dei bambini, questi suoi occhi senza velo e la bocca senza filtri.
E una bambina che non ha paura del mondo, non può che avere un padre che non è un uomo qualunque.

Atticus è prima di tutto un padre e poi un avvocato. Atticus è la voce di tutte le voci ed è il coraggio che manca a tutti. Un uomo di valori che non si tira indietro, anche se sa che quello che deve fare si ripercuoterà anche con violenza sui suoi due ragazzi.
Un uomo deve fare quel che deve fare, una frase rindonante ma dà una certa sicurezza, no?

“Scout” disse Atticus “quando verrà l’estate dovrai stare attenta a non perdere la testa per cose molto peggiori. Lo so, è un’ingiustizia che tu e Jem dobbiate andarci di mezzo, ma a volte ci tocca prendere le cose come vengono, ed è proprio quando si è nei guai che bisogna… Comunque, quel che posso dirti è che quando tu e Jem sarete grandi forse ripenserete a queste cose con compassione, e capirete che non ho tradito la mia famiglia, ma che, se vi ho esposto a difficoltà, è stato perché non potevo fare diversamente. Questo di Tom Robinson è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo. Scout, io non potrei andare in chiesa a pregare Dio se non tentassi di salvare quell’uomo”

Ma chi è quell’uomo? Si chiama Tom. La sua colpa è quella di essere di colore, ma quella che lo porterà in tribunale è l’accusa di violenza sessuale su una ragazza bianca. Anche se la quarta di copertina svela il drammatico finale, nella lotta verbale in aula speri fino all’ultimo. Fino-all’ultimo. Anche dopo che la sentenza uscirà dalla bocca dei personaggi. Speri negli occhi gonfi di sonno dei bambini, e nelle lunghe ore in cui la giuria si ritirerà per decidere. Che si staranno dicendo lì dentro?
Lo salveranno. Per forza.
Per forza.

Prima che con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza

È un libro che sembra solo un eterno linciaggio, pietre in bocca, pietre sulla schiena. Pietre ovunque. Pietre di giudizi, pietre di rabbia.
Atticus costruisce una casa con quelle che gli lanciano addosso, ma vedi? Qualcuno è dalla sua parte, seppure sembrano molti di più quelli che lo disprezzano e lo chiamano ‘negrofilo’. E ci sarebbe un mondo da riassumere qui, ma io preferisco che leggiate.

Perché è vero che sono pagine fatte di un continuo di roba scagliata che fa male, ma quella di Atticus è una voce che contiene tante voci senza voce, che è forza ed è occasione.
È la voce di un padre che cresce i figli nell’amore e nella tenerezza, anche se sembra distaccato – da loro e dal resto del mondo -, ed è proprio nell’apparente freddenza l’attaccamento.
Ma Atticus è anche un uomo che ha cieca fiducia nell’essere umano, ed è uno che parla anche per chi resta dietro la siepe.

L’umanità che si nasconde sotto il fango fiorisce nelle voci che piano piano prendono piede e la giustizia che non spesso risolve.
Questo libro racconta un’umanità disumana che però, a volte, è quasi umana, che brilla sempre di speranza, soprattutto alla fine del tunnel.

Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli.