Trovare Cocktown a Chinatown e altri… meeting

Passeggiate romantiche in solitaria; la Grande Fuga da China Town

La mia esperienza a China Town si può racchiudere in due sole parole: grande-fuga, che può essere considerata un’impresa alla stregua della costruzione della grande muraglia, dati gli sforzi che ho dovuto fare per raggiungere l’ingresso della metro, distante da me solo pochissimi metri.
Ma cosa, o meglio, chi mi tratteneva dal trovare la salvezza?
Gli incalliti venditori di China Town! Che poi si organizzano benissimo. Hanno una strategia straordinaria: vanno di sfondamento. Si mettono fuori in piccoli branchi formati da donne, come le ziazine di paese, una di loro attacca a parlare, aggressiva e decisa, l’altra ti ha già afferrato. A quel punto se hai familiarità con Chuck Norris ne puoi uscire vivo… se non ce l’hai e hai intenzione di passare per China Town… bè ti coniglio di rivedere qualche episodio di Walker Texas Ranger prima di andarci.
Ma grazie a China Town ho dato un “volto” la città di Coketown di cui Dickens parla in Hard Times (ottimo libro, lo consiglio).
Vabbè, quindi no. No, non mi è piaciuta proprio. Tutta grigia – io la ricordo grigia – con le nuvole basse. Magari invece c’era un sole che spaccava le pietre, ma il mio cervello non lo ha immagazzinato.

Potrei parlare per ore di tantissimi fatti, ma è chiaro che amassi solo una cosa: camminare. E quindi, dopo la breve esplorazione per China Town passai per Astor Pi, Noho. Arrivai alla Ave A e a Tompkins Square, poi di nuovo su per Columbus park, Tribeca, Little Italy, Soho, Prince Street e poi su, per la NYC University, West Village, l’inquietantissimo Chelsea Hotel e Medison Square park fino all’Empire. Una traversata che a leggerla sembra di stare sulle montagne russe – assicuro che è eccitante allo stesso modo.

IMG_20160904_114322

So che questo è un modo molto poco convenzionale di vivere una città, ma è l’unico modo che conosco io. Vedi la gente, guardi dove va, cosa fa, le scarpe che indossa, cosa mangia e poi, se ti capita, ci parli. Le storie delle persone sono straordinarie e arriva sempre una su tutte che può cambiare una giornata.

IMG_20160902_130745

Aveva la stazza di un carro armato, la pelle scura e gli occhi spenti. E ricordo che pensai che nessuno merita uno sguardo del genere, soprattutto un ragazzo così giovane. Voleva un dollaro, ma io ancora non mi ero abituata alla velocità delle loro frasi e allora gli chiesi di ripetere e gli spiegai che non parlavo un inglese eccezionale. Naturalmente non mi credette a causa della sicurezza della mia pronuncia, dovuta al fatto che non facevo altro che dirlo. Ma questo, lui, non poteva mica saperlo. Allora piantò gli occhi sul mio libro… in inglese. E io che non mi giustifico mai, sentii la necessità di farlo con lui.
“Sto cercando di imparare” spinsi il libro nella sua direzione. Lui abboccò. E poi si zittì. Oh, e rimase zitto e in piedi a guardarmi per un bel po’. Fino a che non scelse l’approccio che gli era più congeniale: spiegò a gesti e io scoppiai a ridere.
Mi stava prendendo in giro… e quindi niente, lo avevo conquistato.

Gliel’ho dato il dollaro alla fine. E lui si è girato e se ne è andato. Non mi ha né detto grazie, né ciao. E un po’ ci sono rimasta male perché, dico io, almeno salutami. Ma ero andata oltre e avevo ripreso la mia spasmodica cerchiatura delle parole inglesi che non conoscevo.
Ma… eccola di nuovo la sua manona. Era tornato e mi aveva portato un caffè. Che aveva comprato con i soldi che gli avevo dato.
E io, che in ogni caso ho sempre qualcosa da dire, adatta al contesto e pertinente, rimasi senza parole. Non gli dissi nemmeno che il caffè americano mi fa schifo, perché lui con quei soldi poteva farci quel diamine che voleva. E li aveva usati per prendermi un caffè.
Gli chiesi se voleva sedersi con me e lui niente… oscillò da un piede all’altro e mi domandò se era vero che stavo cercando di imparare l’inglese da sola, leggendo. Risposi con la solita alzata di spalle piena di rassegnazione.
Aiutami con la pronuncia, gli dissi.
Leggi, mi ripose e si mise a sedere.
Lo feci.
Fai schifo, fu la sua conclusione.
Va bè, aveva ragione.
(Mo, sembra una poesia)

Comunque.
Vorrei dire che è rimasto con me tanto tempo, invece no, forse neanche roba di mezzora. Vorrei dire che abbiamo passato chissà quanto tempo assieme, che ora so tutto di lui e di quello che gli è successo, ma no, si trattò di poco. Lo incontrai di nuovo il giorno dopo, ma appena mi vide, prima ancora che potessi chiamarlo – perché io volevo chiamarlo – mi girò le spalle, ma non tornò con il caffè. Non tornò affatto.

Come gestire la fobia della folla a Time Square

Se non sei mai stato a un rave, non ci andrai mai ma vuoi provare l’effetto, so cosa fa al caso tuo.
Naturalmente io non ho idea di cosa sia un rave, non ci sono mai stata, ma immagino sia un po’ come andare a Time Square e ballare in mezzo alla calca che ti sballottola e sballonzola addosso tutto il tempo. E cosa vuoi di più dei clacson nelle orecchie e le luci stroboscopiche?
Eh. Cosa?
Il peggiore dei miei incubi si stava per realizzare.
E allora… respiro profondo.
Dio. Non ne sarei uscita viva.

Tra tutte le mie fobie sociali – autodiagnosticate – affrontare la folla è una delle peggiori. Ma avevo rimandato troppo a lungo e dovevo fare i conti con questo terrore. Quale posto migliore di Time Square all’ora di punta per curarmi?
Eh. Quale?
Non che fossi contentissima, ma in questo viaggio è stata spesso New York salvarmi da me stessa. Lo fece anche quel giorno. E lo fece perché la piazza era semi deserta. Non l’avrei mai più incontrata così. Avevo tempo, potevo entrare con calma, un passo alla volta e approcciarmi a lei piano, senza dovermi comportare da psicopatica.

IMG_20160906_164836

Le luci, le immagini, le voci. La musica dei negozi. Via il fiato, via il caldo, via la follia.

Time Square emette musica elettronica al massimo della potenza, e la sensazione che dà una volta che ci sei dentro è che stai premendo l’orecchio contro la rete della cassa. Ti pompa nello stomaco e ti sfonda le orecchie.
Va tutto a mille all’ora. Duecentonovantotto volte più veloce del mondo in cui avevo vissuto fino a quel momento.

Se volessi individuare l’istante in cui presi il ritmo della città, fu quello.
Il passo accelerato divenne una necessità, l’unico modo per buttar via tutta l’energia prima che mi gonfiasse fino a strapparmi.

Time Square è solo una piccolo elemento del quadro straordinario che ho disegnato nel mio tempo a New York.
Guardare la luna, i tramonti dall’arco del ponte di Brooklyn o dalle piazze, ma anche dai piedi dei gattacieli o da Central park, ti fa credere di non essere più sulla terra ma altrove, e preghi di non tornarci più a terra.
Una parte di me non ci è mai tornata.

Le guide che ti portano dai rubini

Questa è la storia delle ingannevoli guide, pocket e non. È una storia triste, documentata da ricordi ma non da foto.
Se scorri per le le foto, chiudi. Chiudi adesso, non ne troverai – quella in evidenza l’ho presa a caso.
Se leggi per ridere uscirai da questo articolo provato, stanco. Deluso.
Chiudi anche se vuoi difendere le guide cartacee.
Però dai, hai retto fino a qui, vuol dire che vuoi sapere.
Mè dai, allora resta.
Complimenti lettore, sei un coraggioso.

Dicevo delle guide. E dicevo che potrebbe essere la migliore guida del mondo, ma per qualche motivo ti prenderà sempre in giro. Ehi, niente da dire, sul serio, sono anche piuttosto carine con tutti quei colori e le stelle, a volte azzeccano anche le fermate della metro.

Ma cominciamo dall’inizio.
Dopo una terribile involuzione estetica, ero sprofondata nell’isolamento tecnologico. Si erano succeduti una serie di dolorosi addii: avevo salutato con la manina google maps, poi internet, whatssup e facebook. Con una scrollata di spalle decisi che potevo rinunciare anche al libricino pieno di immagini, frutto di un inganno photoshoppato o di una giornata particolarmente felice.
Io sarò anche la vergogna di BP dal punto di vista orientativo, di equipaggiamento, ma a un certo punto reputai il mio pessimo intuito migliore della guida cartacea. Ed è tutto dire.

Dubbi sulla sua veridicità li ebbi quando finii nel Museo dei Rubini. Atmosfera cupa, luci basse, rosse e soffuse, e dentro questa…ehm… soffusione … si inseriva il clima orientale medioevale … ehm … e colori dorati e caldi … e … e poi sicuramente da qualche parte i rubini ci saranno stati, ma io non ne ho visti. Credo.

Fissando una spettacolare immagine di chissà quale parte (esistente o no) del mondo, rimuginavo sulla spesa di quindici dollari di biglietto di l’ingresso. Misi in moto le mie favolose capacità matematiche per un complicatissimo calcolo: con quei quindici dollari quanti muffin al cioccolato avrei potuto comprare?
Comunque feci il mio dovere e giracchiai per tutti i piani fingendomi interessata e colpitissima da qualunque cosa. Qui e lì infilai qualche esclamazione di sorpresa e un paio dei sospiri degni delle eroine ottocentesche.

In tutta questa profonda tristezza, mi avevano tolto il mio unico giochino: il telefono.
Il responsabile di questo atto empio era il triplo di me in tutte e tre le dimensioni – larghezza, altezza e profondità -, e notando la piccolezza della mia persona si era proteso delicatamente nella mia direzione – sì, ok, quasi piegandosi in due – e mi aveva chiesto dolcemente di spegnere il mio apparecchio demoniaco – non ha usato questa esatta parola.
E tu che fai se uno è così grosso e ti si rivolge così? Che fai se uno ti chiama anche miss quando a Bari, se ti va bene, ti chiamano con un urlato Ouuu accompagnato dalla mano sul lato della bocca, con il mignolino diretto verso il cielo, per rendere il tutto più inglese, enfatico e romatico? Bè, come minimo gli sorridi e poi lo ringrazi pure, metti via tutto, non perché non ti ha stritolato tra quelle manone, ma per il miss: un richiamo a cui una ragazza come me non può resistere.

Restai tra i rubini più a lungo del previsto e riuscivo solo a pensare al buio lì dentro e il sole, fuori dall’incubo da quindici dollari. Volevo il sole. Dovevo avere il sole. Avrei avuto la dannata luce del sole… e sì, anche i 40 gradi percepiti.

Rimasi a Chelsea, e corsi – letteralmente – al Market. Io non è che sia una atletica, mi era quasi collassato un polmone. Quindi immagina la sorpresa, lettore, quando non trovai quello che avevo immaginato.
Il Market mi fece sentire presa in giro, ferita.
Ma scusa, dove mai si è visto un market a cinque stelle? Se sei cinque stelle non sei un mercato.
Quando mai si son visti pezzi di stoffa esposti in vetrine – vetrine! – da centinaia di dollari; panini del prezzo di un diamante, che il diamante è per sempre, ma il panino è un attimo.
Dove andremo a finire se non avremo più i mercati puzzolenti di roba fritta o cucinata su piastra, a volte sporca ma sempre buonissima?
No, se sei underground, per non dire squattrinato, fallo per me, fallo per noi. Non andarci.

Girovagai per Brooklyn Heigh quella sera. Vagai a lungo e trovai un altro posto a cui mi sarei legata, ma che poco meno di sei mesi dopo avrei trovato chiuso, dopo 34 anni di attività. Era la BookCourt. Piccola, pochi libri ma ben selezionati. Pavimento scricchiolante, odore di casa della nonna – che per qualche motivo è sempre meglio dell’odore di casa tua.
Dalla libreria ho comprato delle foto che sono andate perdute e mi auguro di ritrovarle un giorno, per caso.

Avevo ancora un piccolo problema di orientamento a Brooklyn, e continuavo a rimandare l’acquisto di una cartina del quartiere che in ogni caso non avrei saputo leggere. Feci su e giù per un paio d’ore in cerca di… qualunque cosa, fondamentalmente. Andavo in cerca di cose da vedere, da pensare, da elaborare, da gastemare… ottenute tutte queste cose me ne tornai a casa. Nella folle casa di Brooklyn, altro mondo fantastico.

I poteri curativi di 30 chilometri di libri, la New York University, il pianoforte a Washington Square Park e tanto altro

Fantozzi si era reincarnato in me. La notte non chiudevo occhio perché faceva troppo caldo, e allora accendevo il Mostro: un aggeggio infernale dal rumore assordante ed era così potente da farmi preferire la doccia di sudore alla ventilazione aggressiva. Il risultato era la privazione del sonno, risveglio con violenti mal di gola. Alle cinque del mattino ero in piedi, con le occhiaie viola e gli occhi piccoli come dei semini di girasole.
Ero venuta a patti con le metro ma non l’avevo avuta vinta con il jet lag. Unico principale obiettivo appena sveglia era quello di riuscire ad arrivare con entrambe le gambe dall’altra parte del salotto, per mettermi seduta sulla finestra e aspettare l’alba e il risveglio lento del quartiere che era un conforto e immancabile rituale mattutino.
Ma il solo fatto che avesse smesso di piovere e fosse uscito il sole bastava a rendermi raggiante… per quanto il mio abominio fisico lo permettesse.

È vero che sole splendeva sulla città ma io cominciavo a sentire la stanchezza. Con lei arrivarono i picci (termine dialettale che si riferisce a un capriccio infantile) del caso, con tutto quel trottare e volteggiare per la città. Litigai spesso con me stessa e allo stesso modo ci feci pace. A volte non volevo sentire la città e allora camminavo senza guardarla e mettevo Gazzè nelle orecchie (che poi è stata la mia colonna sonora) perché se avessi potuto l’avrei fatta sparire. Se con me avevo deciso di non prendermela più, lei era l’unica che potessi mandare a quel paese quando ne avevo bisogno.

Trovavo la città meravigliosa e mi piaceva girarla.
Mi entusiasmavano le librerie e i librai, i muffin giganti, i cappuccini oversize, i grattacieli che non arrivavi a vedere la fine.
Le mie giornate diventavano sempre più normali, le modellavo come un cuscino su cui poggiare la testa, cominciavo a sentire me stessa, ma avevo problemi sentire la città sia nella testa e nelle gambe.
New York rimaneva solo una città come un’altra. E io desideravo che fosse molto di più di questo. Che ero partita a fare altrimenti?

IMG_20160911_134145

Quandi rumori e la folla diventavano troppo per me, mi infilavo nella Strand Bookstore, sulla Brodway all’altezza della 12th. La libreria che conta 30 chilometri di libri, 2 milioni di titoli – solo scrivendo queste cose mi esalto al punto che mi metterei a ballare per la gioia -, non ha solo ultime uscite e bestsellers, ma anche roba da intenditori, tanto che ci trovi anche esemplari da collezione che puoi perfino toccare, ma non lo fai per paura di sfiorarli con tocco elefantesco e ridurli in cenere. Per chi non ama la lettura ma va pazzo per i gadget non resta deluso. Io ci ho perso le ore tra le spillette.
Insomma, è così pieno di roba che sai mai da dove cominciare.

IMG_20160902_111302

La Strand conta tre piani divisi per argomento. Il piano terra, il primo piano e un piano interrato. Quello interrato è il mio preferito: perfetto per i tipici topi da biblioteca. Sembra staccato dal resto e ha dei corridoi labirintici da perderci la testa. Lì sotto verrebbe fuori un nascondino da urlo.
Andavo spesso a rintanarmi lì, senza nessun motivo in particolare, era solo molto silenzioso e a New York è difficile spegnere i rumori. Allora mi sedevo per terra a gambe incrociate e mi limitavo a fissare i libri che mi trovavo di fronte: storia, scienze sociali, politica e psicologia non sono mai stati la principale attrattiva del mio panorama letterario.

A chi è un po’ più normale il piano terra piacerà. C’è una zona centrale che ha le ultime uscite, i best sellers, e qualche stuzzicheria per ragazzi. Ci sono gli infiniti gadget: adesivi, toppe, quadernini, magliette, perfino calzini, zaini, tazze, e tantissime altre cose. È un po’ la zona in del negozio e anche social all’occorrenza. È anche la più frequentata e rumorosa quasi come se il traffico delle strade si fosse spostato lì dentro – sì, ok, sto esagerando -, ma è solo per porre l’attenzione sui corridoi strettissimi dove in alcuni casi non arriva un solo suono. E quando ero tra il sociopatico e il social, quindi mettiamo una via di mezzo, allora rimanevo al piano terra e mi mettevo a sedere con le solite gambe incrociate, sceglievo il libro del giorno e mi isolavo completamente. Se mi abituavo troppo al silenzio era un trauma ritornare al centro dove i rumori ti investivano e l’incanto era finito.

Vorrei dire qualcosa del terzo piano, ma onestamente non ricordo molto. Sono sicura che fosse interessante.

Mollare la presa su me stessa e i miei ritmi mi fece bene, ma mi rese anche vulnerabile. Dedicai la mattina a una lunghissima passeggiata e parti dalla 14th strada puntando verso Downtown, per vedere la New York University – a cui devo il mio ritorno ai libri – e attorno cui mi aggiravo con fare furtivo, ma lo facevo solo perché mi destabilizzava.
Passai da Whasinghton Square Park, con i prati ricoperti da un tappeto di gente, e la fontana che schizzava acqua ovunque, ma che di inverno è spenta e ti ci puoi sedere dentro, ci sono anche gli scalini. Nei viali del parco mi sono imbattuta in un concerto al piano. Di musicisti a New York ne trovi a ogni angolo, e sono tutti bravissimi, ma il pianista che porta in giro il suo piano con le ruote è a un livello superiore. Come tutte le cose improvvise, incontrarlo mi rese felice ed euforica.

Giracchiai nel West Village, guardai le stradine e le vetrine, le case e le scale antincendio, a cui mi appassiono come un aziano con i cantieri.
Studiai le palazzine, le macchine, i locali, i camerieri e i loro clienti.
Qualcosa dentro di me stava cominciando a muoversi e a premere per uscire scuotendo i lucchetti che si misero a tintinnare per mettermi in avviso. Gli ingranaggi erano in funzione. Stava cambiando tutto e non potevo saperlo.

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

New York è costossissima. Ma contrariamente a quanto si pensa, c’è una parte che è gratuita ed è anche la più bella se esci un attimo dal mood tustista impazzito.
E io la sua bellezza l’ho camminata tutta, dalla Lower alla Upper, con pazienza e sempre in attesa, perché qualcosa arrivava sempre, ed era un regalo.
Questa è la storia di come ho imparato a camminare.

20170501_112635

Non che avessi intenzione di macinare tutti quei chilometri quel giorno. Io odiavo camminare. Volevo solo trovare un negozio. Doveva essere sulla Brodway, qualche metro più su di Union Square in direzione Uptown – poi in realtà era Downtown, ma questo non fa più alcuna differenza.

Dal Village in su le strade sono a scacchiera. Da nord a sud sono Street, da ovest a est sono Avenue. Facile. Anche Bari è a scacchiera e quindi non avevo dubbi sulla mia capacità di orientamento.
Solo non avevo preso in considerazione un particolare: la Brodway taglia la Secacchiera e io la camminavo tutta impettita e orgogliosa della mia capacità di andare dritto.
Così seguii le linee della strada, mantenendomi sempre sul marciapiede sinistro.

Passai per Medison Square Park, piccolo e accogliente, sempre affollato, guardai a lungo il Flatiron Building che poi è una cosa straordinaria e vederlo dal vivo compensa ogni foto meravigliosa fissata per giorni in attesa di incontrarlo. Ti puoi anche sedere a uno dei tavolini con ombrelloni celesti nella General Worh Square incuneata tra la Quinta e Brodway se davvero vuoi provare a capirci qualcosa, o contare le finestre o, ancora, organizzare la tua vita lì dentro, che poi al sole è tutto più facile. E se tutte queste cose te le chiedi e le immagini a lungo, puoi anche prendere un caffè o fare un giro al mercato gastronomico di cui fanno parte alcuni dei migliori ristoranti della città e di cui parlerò più avanti, perché merita.

E proprio nell’attimo in cui dicevo a me stessa che erano le due del pomeriggio e non avevo sbagliato una cosa sola, alzai lo sguardo: Fifth Avenue.
No. Ti. Prego.

IMG_20160911_133301

Girai su me stessa circa tre volte per accertarmi che sul serio non fossi più sulla Brodway. No, allora, avevo superato il Museum of Sex ed ero all’angolo con l’Empire… entrambi non si trovano sulla Brodway, ci sei?
E mi arrovellai un sacco di tempo su questa faccenda – l’errore risaliva proprio al Flatiron Building. Non mi mossi a lungo dall’angolo della strada, finché non mi venne a prelevare la mia grande amica Rassegnazione.

Non che ci fosse molto altro da fare, ma ero in ballo. Partita dalla 14th strada ero ormai alla 33rd, già che c’ero potevo andare avanti e il negozio era dimenticato.

Compii un’impresa pazzesca quel giorno: avevo sempre odiato camminare, ma la città mi chiedeva di farlo. Camminare era anche l’unica cosa che mi potesse dare: non ero ricca (non lo sono), non ero glam (non sono glam) e mi nutrivo dai mercati ortofrutticoli del caso (vedi post su Union Square).

Quel giorno New York mi mostrò Bryant park.

IMG_20160915_185100

Bryant park è sulla 42nd strada tra la Fifth e la Sixth Ave, sulla linea F, ma anche sulla 7, B, D e M. Le prime sensazioni furono strane, non chiare. Lo trovai surreale, una stanza chiusa tra i grattacieli e il cielo. Tutto sembrava sospeso: la gente, il tempo. Si tratta di un piccolo quadrato su cui si affaccia la meravigliosa Public Library, al centro un prato attorno cui si sviluppano altri quadrati, uno dentro l’altro, tempestato di sedie e tavolini in ferro, verdi.
Non so se fu il mio cervello ad andare in standby, oppure se davvero ci fosse così tanto silenzio come ricordo. Ma so di aver pensato che stesse per succedere qualcosa perché la gente continuava a guardare in alto e non parlava – non tutti naturalmente, ma molti di loro sì. Ad un certo punto ci fu un boato di voci e applausi. Il tempo di alzare la testa dal mio libro e me lo ero perso. Chissà che cos’era.
(E plauso speciale alle signore dei bagni pubblici del parco. Mai bagno fu piu pulito o profumato.)

Raggiunsi Central Park dalla Quinta strada e lo vidi per la prima volta dall’ingresso della 57th. Ero parecchio stanca e né mi addentrai né riuscii a goderne tanto. Non avevo ancora tanto tempo, il sole stava per tramontare dietro i grattacieli e cominciava a far freddo.

E proprio mentre stavo per accomodarmi e mettere a riposo le mie gambe provate dalla lunga camminata, vidi un ragazzo che correva nella mia direzione, e quando mi guardai alle spalle sperando che non si stesse rivolgendo a me, non trovai nessuno.
Stava proprio parlando con me.

IMG_20160902_152454

Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse così entusiasta della vita e delle cose in generale come lo era lui. Era di una dolcezza commovente, ed era una persona molto delicata. Solo per questo lo assecondai e gli scattai quella ventina di foto, attenta a prenderlo nel momento che lui preferiva, nello specifico durante un salto o una corsa o mentre guardava il lago.

Finite le foto raggiunsi Briant park e da lì presi la M che mi avrebbe portata a casa, al caldo nel mio loculo angusto, stretto, senza finestra. Eppure adoravo anche quello.
Sempre che il Mostro non fosse in funzione.

Storia di una breve storia d’amore – 3 – La fondamentale importanza di un ombrello; Yo, bro e incanti non voluti e rimandati

L’ombrello, “YO” bro e incanti non voluti e rimandati

Questa è la storia di un ombrello che da dove vengo io, ma forse un po’ ovunque, verrebbe definito “peccato”. Così peccato che in un luogo dove il cappuccino più economico costa quattro dollari, il suddetto ombrello era valutato meno di uno. Forse per questo l’ho adottato.
E peccati, a quel punto, eravamo in due.

Quindi non fu solo per la giornata uggiosa che decisi di mettermi al riparo sotto un ombrello rifaldo ma con il giusto – seppur vacillante – punto di solidità e comunque sopravvissuto fino alla fine. Comprare quell’ombrello mi aveva fatto sentire meno strana. Con lui la faccenda si sarebbe riequilibrata.
A New York non solo è difficile vedere gente che fuma in mezzo alla strada, ma altrettanto difficile è trovare qualcuno che abbia un ombrello del colore diverso dal nero o che non sia trasparente. Avevo necessità anche di distinguermi in un tentativo di ricordare a me stessa che non appartenevo a quel posto: con lui rimanevo me stessa nel caos della città.

IMG-20160901-WA0010

Capirete bene che si trattava di un ombrello che, come tutto, non è stato scelto a caso. Si abbinò benissimo al mio abbigliamento, ma anche ai colori che per quel giorno – e per altri – sarebbero stati messo addosso alla città. E in particolare mi riferisco a una bizzarra struttura ai piedi del ponte di Manhattan. Gialla e nel bel mezzo di un prato.
Guarda caso, il prato che avevo scelto io.

Nei miei disagi, cerco sempre un punto di fuga, che sia uno spiraglio che diventi una porta da aprire. La mia porta su Narnia era il ponte di Brooklyn. C’era un solo un posto che volevo guardare quando non girava, come quando cerchi una persona che ti metta a tuo agio. Per me quella persona è stata l’East River.
Così ho scoperto che non esiste solo un punto di vista ma che ne esistono mille altri, che la stessa cosa puoi vederla da tantissimi posti diversi. E quindi anche le strade sono infinite, come le soluzioni, come le vie di fuga e che tutte queste cose puoi costruirle.
Quindi potevo farlo. Potevo provare per un giorno l’ebbrezza di portare un oggetto insopportabile e ingombrante come un ombrello.

IMG_20160901_135659

Altro fulcro della storia è la scritta: “Yo” o “Oy”: tutto – appunto – dipende dal punto di vista. Cosa certa, per quanto mi riguarda, è che fosse orribile. Nel senso: non ci stava, non si adattava, era fuori luogo. Ma poi che cosa l’avevano messa a fare? Ma quanta gente attirava nonostante la pioggia! E tutti che si fotografavano, e io che volevo solo sedermi sul prato e spingevo sui pensieri positivi e contemporaneamente andavo avanti e indietro sul prato sempre più bagnato.

Non ero ancora pronta per Manhattan, ma era ora di rassegnarmi: non avrebbe smesso di piovere e io e il mio ombrello ci convincemmo a prendere la metro e arrivare dall’altra parte del ponte.
Pensai bene di andare a fare un giro al MoMa. Massì, ottima idea! Tu sì che sei un genio, Roberta. Il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio.
Quando ti viene un’idea spesso ti faresti da sola i complimenti, roba da pacca sulla spalla, roba da stretta di mano; ma ops, sei sola, allora immagini solo di stringertela quella mano perché poi sarebbe troppo strano, e tra te, la scritta e l’ombrello smetteresti di occupare la tua posizione di superiorità guadagnata a fatica. E allora non lo fai, sorridi soltanto sorniona. Hai trovato la soluzione a tutto. Ma quanto sei brava. Ma quanto sei… furba.

Allora rivediamo il piano: il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio. Manca qualcosa. Ma cosa? Manca la pioggia. La pioggia. E per tutto il viaggio in metro l’elemento ti era sfuggito.
Misi insieme i pezzi giusto nell’istante in cui stavo uscendo dalla metro, proprio quando stavo facendo le scale: ‘Ma se sto andando al MoMa, vicinissimo alla Quinta strada, se sono le tre del pomeriggio e piove…’, momento di congelamento, piede che rimane sospeso per un istante in più sul gradino ‘ci-saranno-tra-quarti-della-città-lì-dentro’ in un crescendo in cui se avessi parlato ad alta voce le ultime tre parole le avrei dette più o meno strillando nel modo in cui gridi tanto che non ti vien fuori la voce.
E tra questi pensieri e qualche parolina meno bella messa qui e lì, feci l’ultimo scalino e vidi il mio mondo cambiare ancora.

Inebetita come se per la prima volta vedessi i colori. La pioggia aveva smesso di cadere e un piccolo raggio di sole faceva capolino dai grattacieli. Dissi ciao al MoMa e andai a destra, pronta a perdermi nella terribile Manhattan.

IMG-20160901-WA0016

Non ebbi reale percezione delle strade che stavo seguendo. Park Ave, Fifth Avenue, Madison, Lexington: mi perdevo e mi riperdevo.
Perdermi è stata un’altra delle cose che ho imparato a fare. Ma nel frattempo dovevo fare anche la pipì e mi facevano un po’ male i piedi, per cui mi appollaiai su un’accogliente seduta circolare di marmo su cui rimasi per circa tre quarti d’ora, con le gambe ben strette a fare fondamentalmente nulla, se non trovare il momento giusto per alzarmi – anche se comunque trovare “il momento giusto” è una cosa faticosa – e andare alla ricerca di un bagno e, magari, anche un caffè. Mi concentrai tanto che alla fine ce la feci e trovai il momento giusto. Ma trovare tre cose insieme – bagno, caffè e momento – era difficile: trovai il caffè ma non il bagno, di cui mi dimenticai completamente distratta dall’ennesima scoperta del giorno.
Scoprii che non c’erano solo tanti punti di vista da cui guardare, ma che esistono tanti modi per storpiare il mio nome. Uno di questi è “Robetta”, ma è solo la punta dell’iceberg.
Simpatiche le caffetterie.

IMG-20160902-WA0009

La giornata mi aveva stremata, ero stanca e mi bruciavano gli occhi. Era ora di tornare a casa. Dalla Delancey presi la metro ed ero al semaforo quando riprese a piovere fortissimo. Ero talmente felice dopo tutto quello che avevo fatto quel giorno, comprese tutte le cose che mi erano andate storte che sentii di non avere più bisogno del mio ombrello, volevo scostarlo dalla testa e rimanere sotto la pioggia forte. Ma avevo ancora bisogno di lui quindi mi diedi giusto lo spazio per bagnarmi la spalla e il braccio, in un momento di armonia che nessuno capirà, ma la cosa importante è che l’abbia capito io. Tutta quella pienezza e quella gioia non sarebbe stata rovinata nemmeno dalle quattro metro che avrei sbagliato ritardando il rientro a casa di circa un’ora e mezza rispetto ai miei calcoli.