Camminare attraverso te stesso in un Paese che non è il tuo

Attraversare il Portogallo è stato come farsi attraversare da un treno ad alta velocità.
Attraversare il Portogallo non è stato romantico come aveva promesso Saramago con il suo viaggio attraverso se stessi e bla bla bla, ma avrei dovuto tenere in conto che, in effetti, il viaggio che stava facendo lui era attraverso il suo di paese. Non dico che un vago sospetto non mi fosse venuto in mente – il testo era scritto in italiano -, ma io ero così convinta che sarebbe andato tutto bene… che sono riuscita a fare andare tutto simpaticamente male.

Quel treno era il tormento di ogni giorno, ha tenuto la mia emotività nella zona pericolo, quella rossa, quella che lampeggia, quella con la sirena a vele spiegate. Quella che ti affatica già alle 6 del mattino, quando salti giù dal letto, per il trapano del vicino che si vendica delle risate alle 19 della sera prima, fatte con la tua compagna di stanza, e nemmeno troppo rumorose. Quella stessa compagna di stanza che alle tre del mttino mi aveva chiesto di andare a ballare con lei e che aveva definito la mia tappa successiva, Aveiro – cito testualmente – canal de mierda.

Il Portogallo è un treno che mi è sbattuto sulla fronte come se si stesse prendendo gioco di me, e del mio riuscire a cadere sempre in piedi durante un viaggio.
Ha avvilito la cosa che è stato motivo di vanto con me stessa, il maggiore motore: io posso.
Il Portogallo ha affossato il mio posso.
Niente è mai stato più bello del dire a se stessi: io posso.
Io posso mangiare un pretzel mentre mi chiedo alle 2 del mattino come tornerò a casa a New York, senza sapere che una bomba era esplosa sopra la mia linea della metro.
Io posso stare un mese con un telefono che non funziona a New York,
Io posso arrivare in treno a Haworth.
Io posso
Io posso
Io posso

Un tormento questo io posso.
Io, in Portogallo, non potevo proprio niente.
Ben mi stava.

Perché se c’è un posto dove non sono riuscita, quello è il Portogallo. E garantisco che riesco a riderne di gusto e con nostalgia solo ora che è passato un po’ di tempo.

E ce n’è di roba per cui ridere e da buttar fuori che poi, questo viaggio e questo backpacking, diciamocelo, è stato straordinario. E posso dirlo ora con certezza che se mi guardo indietro mi rendo conto solo da oggi – forse da ieri – di aver risolto questioni dentro e fuori di me con cui non credevo di venire a patti. Cose che non avrei fatto più, relazioni che avrei ripreso o reciso alla meglio, calma che sarebbe rimasta anche dopo che ogni mattina, appena sveglia alzavo gli occhi al cielo e: dio, no, un altro treno no.

E per esorcizzare il tutto, ho fatto una cosa che desideravo troppo fare. Colazione in pigiama alla pasticceria fifina di Coimbra proprio all’angolo dell’ostello, con i loney toons sui pantaloni e una mucchina sorridente e paiettata sulla maglietta. Un pugno nell’occhio, un tocco da maestro, a cui nessuno ha prestato attenzione.
Non ero nessuno. Oppure ero uguale a ogni altro. Ed è stato bellissimo pensarlo.

Ma, niente. Era ancora un treno che sbatte dritto sulla fronte, più piano, a ripetizione, a loop.

Un viaggio attraverso me stessa un corno! Se io e me stessa siamo andate d’accordo per un buon annetto, e questo Portogallo che non mi asseconda e mi viene contro non mi aiuta neanche se pagato, neanche se mi muovo con docilità, neanche se cerco di farmi perdonare il fatto di non piacergli.
Combinavo guai anche da ferma, mentre leggevo un libro restando più immobile possibile sul molo di Porto.

Una me che si scontra con l’altra me stessa: nevrotica, meno accomondante, più capricciosa. Come quando arrivi a conoscere così bene qualcuno che non hai paura e sei pronto e ti prendi il lusso di mandarlo a quel paese e poi lo abbracci di nuovo.

Per me, il viaggio in Portogallo è stato questo: mandare a quel paese me stessa in quel paese. Scontarmi con i ritardi e i treni persi, le coincidenze mancate, così tante da non contarle, che le ferrovie sud est sono una pacchia rispetto a quei mezzi di trasporto arroccati, dove un asino sarebbe stato più veloce. E capire che, ehi, non era colpa mia.
Non era colpa mia.
Che ci potevo fare io se il treno non passava, se il biglietto non potevo prenderlo online e la biglietteria era chiusa? Che colpa ne avevo? Potevo cambiare quelle cose?
No. Potevo riderne un sacco e l’ho fatto, anche se meno di altre volte.
Ma questa volta era diverso.
Era un principio.
E quindi ho imparato un’altra cosa.
Non ti appesantire le spalle per una soluzione che non guadagnerai mai nell’immediato, la gudagnerai dopo…magari dopo un buon bicchiere di vino o due.

Ed è con (qualche) bicchiere di vino che ho affrontato un tratto specifico di strada. Dove prendi una coincidenza necessaria e ci metti due minuti (due minuti, non scherzo) ma se quella coincidenza volevi raggiungerla a piedi: vai bella, per due ore e mezza con quello zaino che ti arrossa le spalle appena lo guardi.
Uno zaino che non era mai stato così pesante prima, perché io, così pesante non lo ero mai stata.

E allora il Portogallo continuava a prendersi gioco di me, a volte in maniera più simpatica. Altrettanto facevo io.

Così, nonostante tutto, da un certo momento in poi, ha anche sempre trovato qualcuno che mettesse un cerotto.
Ho potuto riscoprire un’umanità che mi ha sconcertata. Perché questo viaggio è stato anche molto umano.

A che dura prova ho messo la mia fiducia mentre, in alto, in una stradina di chissà dove, provavo tutti i vini della casa, lasciavo lo zaino che – voi sapete bene, amo moltissimo – abbandonato su un divano in un ostello di pellegrini, con computer, carte, libri, e nessuno alla reception.
A che dura prova mettevo i miei nervi mentre mandavo al diavolo un uomo, mentre passavo la mia giornata con due ragazze mai viste prima; mentre, qualche ora dopo, andavo via da Obidos e lasciavo che una donna mi abbracciasse sulla soglia della sua porta di casa, che in realtà era la porta di un ostello. Ma no, per me è stata casa della zia per un giorno: calda, accogliente, piccola, con la tisana della buonanotte, il liquore a letto, il pane caldo la mattina, le canzoni alla luce fioca delle candele di una sera d’estate portoghese, che sali le rovine di un gioiello e la musica è nelle orecchie mentre una donna e un uomo vicino a te ballano.

Un giapponese, che si scusa perché ti ha chiesto cortesemente di spostarti per una foto, e lo fa cercando di raccontare una storia che non vuoi sentire perché sei stanca da morire, e sei sola da morire, e hai fatto così tanta strada che fa male tutto e i nervi sono a fior di pelle. No, proprio non riesci ad apprezzare la fortuna di poter fare quello che stai facendo. Ma potevo farmi perdonare sorridendo a quel signore che cercava solo di raccontare, e quando mi sono messa ad ascoltare sul serio, mi sono resa conto che era una cosa che avrei potuto iniziare ad ascoltare da molto prima.

Ma fa specie pensare anche ora che non sono più lì, quanto è stato strano aver capito cosa significa sentire la mancanza della sensazione tattile delle persone a cui vuoi bene, e daresti qualsiasi cosa per toccare solo un attimo, solo stringere il polso o mettere la mano sul braccio che è un gesto tanto scontato quanto vitale. Quando ti accorgi che non lo puoi avere quando lo vuoi. Che ho sentito tutto fino in fondo, come mai avevo sentito, la pensantezza di non avere neanche la mano, il braccio di un amico o di mamma da toccare.
Quando il viaggio ti fa capire che cosa significa sentire la mancanza fisica di una persona o di un amico, che faresti qualunque cosa per averlo lì e allora svii con la chiamata facendo finta di avere un episodio divertenrissimo da raccontare, oppure dicendo la verità e aspettando che sia lui a trovare il modo di farti ridere.

Due donne sono nella lavanderia self service con te, e tu non solo sei bagnata come un pulcino, e non hai ancora un posto dove andare: puoi fare il check in solo alle 16 e sono solo le 14. In più non hai mai usato una lavanderia self, ma non è necessario dire nulla. Da due sono già diventati dieci, tutti lì a spiegarti come funziona, incluso un bambino che scuote la testa come a dire: ma da dove vieni, pazza.
Non è già una toppa su una serie di piccoli inghippi che hanno sbucciato un ginocchio?

Un uomo è arrampicato sui letti di una stanza di Sintra dove per giorni solo secchiate d’acqua e nebbia. L’uomo che sta facendo i letti, grida mentre vai via che la sua casa sarà sempre la tua casa.
E non riempie qualche spazio vuoto questo?

Le spalle a Cascais sono rosse sotto il peso dello zaino e lo sai solo tu, ma qualcuno si offre di portarlo per te in stanza.
Qualcun altro, sotto la pioggia battente che non vedi a un palmo dal tuo naso ti offre il suo ombrello che, ahimè, non aiuta nemmeno tanto lei. Allora condividere un pezzo di strada insieme fa sembrare meno fantozziana quella situazione.
E non riempie qualche spazio vuoto, questo?

E poi, è quasi finita, ma sei in viaggo…da quando? Ti sembra da sempre e ti sono rimasti solo sei giorni a Lisbona.
Un pomeriggio intero lo passi a guardare il fiume, e non ti resta altro che sentire la storia di una ragazza e la sua squadra di pallacanestro femminile. Dirti che sono solo i soldi che vuole, ma l’hai ascoltata e l’hai liquidata: i soldi glieli hai dati, ma poi ha insistito tanto per quel bracciale e per un momento, per il modo in cui ti guarda, ti chiedi se non sia vera quella storia dei ragazzini. Forse no. Ma io credo che lo fosse.

E l’ultimo disinfettante è la luce.

La luce del Portogallo non è come la nostra, è più fredda, o più calda, dipende da come la vedi tu – o meglio come la vuoi sentire tu.
Ma se, quando il sole comincia a calare, aspetti un attimo a Lisbona, all’angolo con la strada per l’ostello ai piedi della salita verso il Barrio alto, nella parallela a uno dei tanti miraduoro , ti renderai conto che varrebbe la pena anche solo prendere un aereo per vedere l’angolazione del sole a quell’ora, con la luce più calda e arancione che riesci a immaginare, intensa come quando qui sta per piovere, ma lì non c’è nemmeno una nuvola a minacciare niente.
Resta ferma un attimo ai piedi di quella salita che all’istante smetterai di maledire, perché forse è la cosa più bella che tu abbia visto fino a quel momento.
Ma tieni presente che avrai tempo di pensare che sia la più bella fino al giorno dopo, quando qualche altro gioco di luce, unito a un uomo che suona un pianoforte in una piazza e due anziani ancora si tengono per mano, ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto.

Fino al giorno dopo quando un canale ti incanterà, o una voce ti incanterà o lo farà un piatto di pesce, o un liquore o una vista niente male o una salita impegnativa, o un ombrello in prestito, o una pausa sulla panchina, o il sole che tramonta, o una chiesa particolarmente bella o una finestra tanto colorata, o due ragazze che non conosci restano fino alla fine, o una libreria nascosta, e tutto quel che ti circonderà ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto. Perché sai, è così.
Ogni cosa, in quel Portogallo sarà la cosa più bella che avrai visto fino al momento successivo, quando vedrai quella che ti incanterà il momento dopo, ma sempre meno di quella che vedrai dopo ancora, e sarà così splendidamente bella perché quegli occhi, fino a lì, ce li avrai portati tu.
Nonostante tutti i treni presi in fronte, nonostante quelli persi – o presi male -, le ginocchia sbucciate e i cerotti appiccicati alla bell’e meglio.

E alla fine sarà stata comunque, forse, una gran bella impresa camminare attraverso te stesso in un paese che non è il tuo.

Annunci