Letture da viaggio e non… Federico Pace – Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ho aspettato e desiderato fortemente questo libro. L’ho rincorso, l’ho cercato online e mi è sfuggito. Ho mandato mio fratello in avanscoperta per sapere se nella libreria vicino casa lo avessero.
Ne era rimasta una copia.
Dovevo averlo.
A tutti i costi.
Naturalmente quando sono arrivata nessuna delle gentilissime commesse sapeva che fine avesse fatto, e a un certo punto si sono anche ‘dimenticate’ che mi avevano messa lì ad aspettare. Per fortuna, invece di uscire i denti, ho fatto spuntare un angelico sorriso: “La prego, voglio-quel-libro-adesso” spalancando gli occhi come una psicopatica degna di un film di Tim Barton.

La quarta di copertina cattura immediatamente: è un estratto dell’introduzione appassionante che non permette di scostare gli occhi altrove.

Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va altrove che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo

Cosa c’è di più soddisfacente di leggere qualcosa per cui non hai mai trovato le parole?
Ho pensato: ecco quelle che io non so usare per descrivere il modo in cui mi fa sentire viaggiare.
Quando qualcuno parla per te ti senti capito, tranquillo, vai liscio come l’olio. E io ci sono andata così liscia e sicura che non avevo dubbi sulla passione con cui avrei adorato Controvento.
Ma sono scivolata.

Dopo l’introduzione tutto aveva perso di spessore. I racconti non mi stavano piacendo e iniziavo a spazientirmi: perché in Nostalgia della foresta non ho il terrore dei due diamanti che scintillano nella notte più nera e che sembrano essere occhi di giaguaro?
Dov’è la mia passaporta? Dov’è il mio mondo fantastico? Portami sugli aerei, portami nel deserto, portami sulle navi!

Mi stava perdendo, ma io avevo il dovere di finire quel libro, di dargli una possibilità, non potevo semplicemente chiuderlo e andare avanti. Dovevo dimostrare di avere avuto ragione o di avere torto sul motivo per cui avevo voluto così fortemente.
Ho dovuto cominciare a prendere in considerazione l’idea di aver assunto una posizione un po’ estrema, e ho intrapreso la caccia al commento. La maggior parte erano buoni e privi della catastofica delusione di cui mi sentivo vittima.
Poi ho allontanato il libro, sbirciandolo ogni tanto da lontano per un paio di giorni. Ci ho dormito su. Poi sono tornata da lui.
Sembro psicopatica?
Lo sono.

Cosa mi aspettavo? Le risposte a tutte le mie domande? Mi aspettavo che Pace mi avrebbe servito su un piatto d’argento le parole che io non sapevo mettere insieme? Quello di cui sono sicura è che volessi con tutta me stessa che questo fosse il libro della mia vita, ma dovevo rivedere le mie aspettative e, santo cielo, umanizzare questo libro e il suo autore.

La verità era che volevo uno specchio che mi rimandasse un riflesso, ma non mi restava che pulire quello che mi trovavo di fronte.

Piano piano ho messo insieme i pezzi: è stata tutta colpa dell’introduzione così piena di passione, di fuoco. Ed era così ben riuscita perché veniva direttamente dallo stomaco di Pace. Ho spiegato a me stessa che le pagine iniziali erano parte della sua storia, mentre agli altri racconti stava prestando solo la sua penna.
E quindi ho capito: ho capito che il suo è stato proprio un compito ingrato: come fai a mettere il fuoco in qualcosa che non hai vissuto tu?.
Bè, non puoi, ma sicuro puoi fare del tuo meglio. E Pace ha fatto molto più del suo meglio, ha fatto un ottimo lavoro.

La sua scrittura è poetica, continua, veloce e poi lenta, segue il ritmo di ogni racconto e si adatta a ogni nuova vicenda e personaggio. Si adatta al mare e ai viaggi in auto, si adatta alle costruzioni di città mai esistite prima. Pace ha il tempo di un racconto breve: poco spazio, poche pagine. Deve fare un elenco delle priorità.

Continuo a pensare che la prima parte – fino più o meno a metà – sia un po’ debole. La ripresa inizia da La tempesta e la felicità, con Einstein che abbandona la sua terra nel pieno della Seconda Guerra, e non sa ancora che non tornerà mai più a casa, ma il suo corpo sì, e ne soffre.

Attraversare l’oceano è il gesto più risoluto che si possa compiere. Frapporre tra sé e quel che è stato uno spazio infinito e maestoso. Quando lo si fa, niente rimane come prima. Niente può rimanere immutato. Ma il primo passo assomiglia ad altri passi, ad altre partenze. Non svela ancora quello che verrà dopo, cosa cambierà.

Il cammino continua con la poesia di Staccarsi da terra, dove il viaggio è quasi immediato, e non si ripeterà mai più.

E ora è il momento di tirare le somme, e io in questo percorso mi son persa e ho perso fiducia, poi mi sono ritrovata e ho adattato a questo quello che stavo cercando.
È ancora vero che avrei voluto qualcosa di estremo, di più intenso, di passionale.
Mi ero sbagliata, e a volte capita, anche con i libri.
Ma quello con Pace è un viaggio che può valerne la pena.
Fate questa esperienza, camminate anche voi lungo 167 pagine e se vi va tornate a dirmi cosa avete trovato.

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