Le tappe di mezzo e le strade da scegliere, ovvero quando il mondo si dispiega di fronte a te

Leeds, York, Keighley, Skipton, Liverpool: quando sono più i treni da prendere che le speranze a cui aggrapparsi

Non sai mai su cosa ti imbarchi finché non lo fai. Ho dondolato per ore sulla sediolina nel gate, chiedendomi se fosse giusto, se potessi farlo. La paura si arcuiva e diventava grande, l’unico modo per ridurla era stringermi le gambe al petto e aspettare.
Alle nove del mattino, l’adrenalina a mille mi aveva già stremata.

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Quando una non sa bene quello che sta facendo – né tanto meno quello a cui si sta andando incontro -, se una non ha programmi, se ha la fobia dei treni e tutto il resto, ha anche solo una strada possibile: camminare quella che ha sotto i piedi e lasciare tante altre possibilità aperte.
Con tutte le opzioni del caso:
Uno. Puoi fermarti a metà, o anche prima – pensiero utile a spronare una persona molto competitiva a non fermarsi.
Due. Sai che puoi tornare indietro quando vuoi.
Oppure puoi mandare al diavolo ogni opzione e strada aperta e spingerti oltre la paura e oltre il coraggio. Sì, anche quando il coraggio non ce l’hai affatto. Io ho scelto quest’ultima, e il “poi ci pensi” è diventato il mio motto.

Il silenzio dell’Inghilterra ha sistemato e rilassato all’istante il mio animo inquieto, come un narcotizzante. Un telefono alla mano e sapevo dove arrivare, non ero certa di dove passare.
Ogni tappa era un passo avanti, anche nel viaggio di ritorno verso casa.

Leeds mi ha accolta sotto la pioggia: una piccola città universitaria e una stazione che nei primi giorni trascorsi in Inghilterra è diventata un punto in cui tornare e anche da cui ripartire. Quando la vidi la prima volta era tanto scura, ma era sua la strada che mi accompagnava verso il primo ostello in cui avrei dormito in camerata.
Nel calore dell’accoglienza ho avuto tempo di distendere i pensieri, così come i muscoli. La serenità ritrovata sarebbe bastata a farmi addormentare come un sasso… ma non prima di un’altra piccola avventura. Nella hall era in atto un accenno di tragedia. E io, che sono impicciona e mi ritengo anche una grandissima ‘problem solver’, ho cercato di capire se era il caso di mettermi in mezzo… non mi ci è voluto molto per realizzare che non era aria e soprattutto che sarò anche una ‘problem solver’ per me stessa, ma non per gli altri.

E la mattina dopo dove vai? Non subito Haworth: hai un mondo che si sta aprendo di fronte a te.
Scoprirlo.
Haworth la stai aspettando da un po’, ma sii paziente. Il viaggio è anche salire all’improvviso su un treno che sta passando in quel momento.
Prendilo: perché sta andando a York.
Sali sulle mura che cingono il piccolo gioiello medioevale e supera la paura dell’altezza. Anzi. Fai di più: cammina sulla muraglia con lo zaino che ti sta rischiando le spalle. È una camminata di 5 km, ma scegli di farne uno, e va bene se non l’hai finita: la pioggia cadeva e tu continuavi a inciampare e tua madre ti avrebbe voluta salva a casa. E anche tu, infondo, lo volevi.

Keighley ha una deliziosa stazione la cui foto incorniciarai, e cammina sotto la pioggia fino alla fermata dei bus. Ma guarda bene la città: non sei solo di passaggio, ci stai camminando sopra e ti sta accogliendo, merita di essere guardata come lei guarda te.
Guarda come il mondo delle città sta mutando in campagna. Guarda la trasformazione.
Guarda. Perché questa sarà l’ultima stazione che incontrerai per un bel po’ di tempo.
Affidati alla mappa, a te stessa e alla gente… affidati agli automobilisti. Affidati ai bambini e agli anziani.
Fidati. Puoi fidarti, è solo Yorkshire.

E Skipton che ti porterà a Malham.
Skipton con i suoi castelli, le sue salite e le sue discese, un coloratissimo bazar denso della calma inglese. Accogliente come è un inglese.
Quanta gente che cammina, e quanta gente che va ai mercatini. E tu in teoria non hai tempo di fermarti, ma ti piacciono tanto i mercatini! Scendi dal bus, anche se poi sono tre chilometri a piedi fino alla prossima fermata.
Dai, fermati. Guarda. Respira l’aria, anche solo per accorgerti che è la stessa in tutto il mondo dei mercati, e il fascino sta nel fatto che anche i rumori son gli stessi. Le voci no.

E nell’attraversare tutti questi posti – fino all’ultimo giorno nella bellissima e musicale Liverpool – dai voce alla tua voce e parla con la gente che ti chiede chi sei, che fai, da dove vieni e dove andrai.
È facile vedi? Puoi condividere un minuto con uno sconosciuto, anche se hai passato la tua vita al riparo del calore degli amici e della tua famiglia. Fallo, perchè in questo mondo sei sola.
Condividi tutto quello che puoi con chi non hai mai visto e non vedrai mai più.
Vivilo: la protezione l’hai trovata tante volte e la troverai ancora.
Se non hai voglia di chiedere, imparerai che l’aiuto ti sarà sempre dato: gli occhi e le espressioni le sanno leggere tutti.

E ora il viaggio è finito e tutto quel che è rimasto è una mazzetta di biglietti del treno e dei bus sparsi; uno ziano che è stata la tua casa e che stai smontando piano piano, perché farlo in una volta sola è come demolire tutto.

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Tutto quel che hai alle spalle è un viaggio di 400 chilometri.
Però, ascolta, ora adori non solo gli aeroporti, ma anche le stazioni.
Quindi, forse, l’hai fatto nel modo giusto.

È stata anche un grande scommessa con te stessa. L’hai fatta quando sei partita di nuovo e per la terza volta, alla cieca da un paesino del sud: ma ehi, sei tornata una donna che viaggia da sola.

Io adesso so e capisco che il viaggio è fatto solo di te stessa che cammini tutte le strade possibili.
E sei l’unica persona che può renderlo straordinario.

8 vecchietti +1 in viaggio per Malham

Viaggio in bus, il pranzo, la fermata dell’autobus, l’ora del check in che non arriva mai

1 aereo, 5 treni, 6 bus. Niente Heatcliff per me, ma almeno sono riuscita ad arrivare a Malham – che non era per niente scontato.
Primo bus del mattino alle 8,23 da Haworth, arrivo Kinghley, dove alle 9.05 prendo quello per Skipton, da Skipton parte alle 9.45 l’ultimo per Malham. Alle 10.27, più puntuale dell’ora del thè, sono atterrata nello Yorkshire Dales National Park.
E più precisamente a Malham.

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È grande quanto la piazza di Cellamare, ma qui l’edera non ha mai smesso di arrampicarsi. Se ti guardi attorno ti aspetti che un folletto salti fuori insieme a tutti gli altri e cominci a intrecciare i canestri.

Avevo capito che era un paese diciamo… sui generis … da poco dopo Skipton, ed esattamente quando la connessione internet è deceduta: il telefono è morto e non sarebbe rinsavito mai più. Anche le stazioni erano spartite da un po’. In realtà poi le elimini anche dal tuo vocabolario: stazioni? Che sono le stazioni? What is stazione, what is railway station, what is human being?

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Noi, qui, solo fiumi, ruscelli, panchine, galline, cigni che ti attraversano la strada e guai a cercare di passare prima.
Ci sono anche le anatre che dormono… ma poi passi tu: ‘Ehi! Straniera, ti accompagno io in ostello!’ E via a sculettare tutte e due – per motivi diversi – lungo la salita.
Oh, no, aspettate, c’è anche un altro essere umano: è il poverino del receptionist che quando mi ha vista ha sorriso che gli è venuta una paresi facciale: chissà da quanto tempo non parlava con un essere umano.

Ho lanciato una veloce occhiata in giro: per il momento niente pecore con le corna rivoltate – però disegnate dappertutto, è un incubo. Tra tutte le cose che ho imparato nello Yorkshire, una è che gli animali sono ovunque e compaiono all’improvviso, quando meno te lo aspetti: anche ora dei passerotti cantano appena fuori dalla mia stanza.
Quindi, in soldoni, quando verrete qui, ovunque siate, guardatevi le spalle e copritevi sempre le chiappine.

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È così smeraldo questa città che sono smeraldo anche io. Brillo tutta di verde. Gli altri colori invece sono più tenui, non è proprio Haworth, ma come può brillare il rosso se c’è tutto sto verde? E poi in ogni luogo ci deve pur essere un capo. E qui il vero boss è il verde.
Attento verde, che sono arrivata anche io.

Il viaggio in autobus è stato uno spasso. La parte più bella della giornata.
Immaginate un piccolo bus che si deve arrampicare sulle montagne. Immaginate l’accento inglese che peggiora man mano che si sale a nord. Inserite la mia figura in questo autobus e mettetemi a sedere tra otto vecchietti arzilli più di me. Immaginiate che non sia più importante il mio nome: ero solo la ragazza del bus.

Ci siamo separati a Malham sotto il sole che ci aveva accolti… tre ore dopo ci siamo ricongiunti alla stessa fermata (l’unica del villaggio) che il sole era andato a illuminare altri lidi e la pioggia era ritornata a battere sulle nostre – sulla mia – teste. Ma io, ehi, come al solito ero al riparo sotto i miei strati di plastica e sotto l’albero che mi copriva dalla pioggia scrosciante.

Prima di rivedere i miei amici del bus, vi devo spiegare perché ero sotto la pioggia e non in qualunque bar, come qualsiasi altro cristiano avrebbe fatto. Facile: non ci sono bar, solo ristorantini, e nei ristoranti a me non piace restare. Piuttosto mi metto sotto la pioggia ad aspettare di fare il check-in in ostello – sì anche se sono le 3, piove, e tu puoi fare il check-in solo alle 5. Nel frattempo avevo gironzolato un pochino e avevo anche pranzato, ma il pranzo mi aveva… diciamo … indispettita – ed era solo l’inizio e presto mi ci sarei abituata. E non che non fosse buono, anzi. Ho mangiato bene, tanto, e solo a 12p, ma ho anche imparato che puoi andare in qualsiasi posto del mondo: se sei una ragazza che viaggia sola o anche sola e basta, che sia pranzo, cena o colazione non è importante nulla, si sentiranno in imbarazzo a chiederti se il tavolo è solo per te. Bè imbarazzati tu perché a me, essere sola, non imbarazza affatto, signora. Anzi.

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È stato poco dopo che li ho rincontrati: ho riavuto i miei vecchietti. Mi hanno chiamata già da lontano. Mi hanno raggiunta sotto l’albero e messa – letteralmente – in mezzo a loro. Con un accento che dio solo sa come ci siamo capiti per tutto il tempo, e la pioggia fermata dall’albero sopra di noi. Il mio zaino con la sua copertura e io con la mia. Ma poi. Uno di loro si è messo alla mia destra, uno alla mia sinistra, hanno aperto i loro ombrelli e mi ci hanno messa sotto.
Mi è quasi venuta voglia di tornare con loro a Skipton quando, come faceva la nonna, mi hanno chiesto se avevo mangiato.

Haworth profuma di mela anche quando piove

Scelgo di scrivere in un momento molto particolare, che è mio ma sicuramente appartiene a chiunque si presta a riprendere il viaggio, o comunque ad andare avanti. Devo staccarmi dai racconti di New York e scusate se interrompo il flusso, ma sono troppo piena di questo posto. È il momento in cui ti fa un po’ male lo stomaco e ti batte il cuore, che forse è paura di andare incontro a una cosa che non conosci (ma probabilmente anche il terrore di perdere l’unico bus che passa il sabato per andare dove devo andare io).
È una sensazione che da due settimane ho spesso nel petto. E no, non sempre è una cosa tanto piacevole.

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Harold Fry ha ragione quando dice “è difficile capire un po’ e poi andarsene”, che sei ancora qui, ma hai già nostalgia di un villaggio nella brughiera che ha dei colori straordinari e una calma che non appartiene a nessun posto se non alla campagna.
Ma ho imparato che è solo un limbo dal quale si esce quando il passo avanti sarà fatto per continuare il viaggio. E ho tanta voglia di riprendere i tre bus che mi porteranno ancora più a nord. Mi è mancato mettermi lo zaino in spalla e correre da una città all’altra, con ‘sto peso sulla schiena, alto quasi quanto me. Ora che ho ripreso fiato, ho fatto la persona normale e la mia schiena è ok… sono pronta per andare avanti.
Ho pensato di restare un po’, solo un altro po’… e alla fine ho deciso di anticipare la partenza. E quindi ho anche capito perché a volte la gente va via prima di abituarsi troppo. È il tuo cammino la cosa importante, il resto non conta.

Haworth era nella mia testa il villaggio delle sorelle Bronte, ed è questo un altro dei motivi per cui mi sono messa sulla strada. Io le ho lette tutte e sono cresciuta con loro.
Haworth per me era Jane Eyre che incontra Rochester caduto da cavallo, era l’odioso Heatcliff e l’odiosa Catherine, era Miss Snowe sola al mondo. Tutti quanti vivi nella brughiera: anime radicate in questo posto.
E io sulla brughiera ci sono stata una giornata intera. Su e giù, Sali e scendi. È selvaggia, bellissima, difficile e impervia… e io… bè… insomma… un po’ meno con la mia mazza da selfie rosa.

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Vi dico un segreto. Ero sola lì sopra, a parte qualche sporadico passante. Con il vento sferzante, come quello che Emily raccontava… e quindi… ehi, l’ho gridato pure io il nome di Heacliff! E no, sentite, non sono pazza, perché l’ha fatto anche la signora fuori dal museo e almeno io in cima alla montagna ero da sola.
E le pecore con le corna rivoltate, che devo capire che razza sono. Mi mettevano i brividi quando ci dovevo passare in mezzo, perchè smettevano di belare e mi fissavano: ho dovuto mettere al riparo le chiappe, che abbiamo visto tutti i video di come finisce quando sei troppo vicino a un ovino. E per raggiungere le cascate sono passata in mezzo a un esercito di pecore che tutte insieme superano il numero totale degli abitanti di Haworth e con il minimo sforzo potrebbero prendere il posto della regina se solo lo volessero. Per fortuna ne sono uscita con i glutei ancora al loro posto.

I colori sono intensissimi. No, non tutti, solo alcuni. Il rosso, il giallo, l’arancione.
Ma ragazzi. Il verde. Io non ho mai visto un verde del genere.
E il cielo è sempre grigio, ed è bello già così, ma se un po’ di vento spazza via le nuvole…

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Chi ha letto Cime tempestose sa il vento che sferza in brughiera, e lo senti benissimo lì sopra. È uguale. Per questo poi ti tigna la chiamata ad Heatcliff. E se poi trovi delle impronte di ferro di cavallo che fai, non giochi sulla suggestione?

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Ma io ho tante cose da raccontare. Della fiera anni Quaranta, del treno che parte dalla stazione con tutto quel vapore e fischia fortissimo.
Ho da raccontare delle signore vestite in costume, bellissime con le loro acconciature e la pelliccia sulle spalle, il rossetto rosso fuoco e i capelli acconciati perfettamente. I ragazzi e gli uomini con le uniformi da soldati, i bambini vestiti da marinaretti. Dei carri armati e i degli aerei dei tempi della guerra riprodotti a grandezza naturale.
E poi Jazz, Swing, tutto dal vivo e il microfono uguale a come era allora: il performer vestito con il suo abito elegantissimo e io che ballavo lì sotto – e tutti dicono che gli inglesi stanno sulle loro, ma hanno ballato con me.
Le bancarelle dell’usato e i venditori fedeli a riprodurre l’atmosfera che stavamo vivendo, tutti insieme. Così come il personale dei locali, così come gli altri abitanti del villaggio.
E all’improvviso comincia a piovere, ma tu alla tua fiera non rinunci. Ho fatto riaprire un paio di bancarelle.

Ho da raccontare anche dell’ostello, che è una struttura gotica e mi sono spaventata quando l’ho visto, perchè non si sentiva un solo rumore: il cielo era nero e pensavo di essere sola lì dentro, in una camerata vuota, con otto letti e troppo pochi lucchetti per chiudermi: non si sa mai un fantasma voleva fare una capatina. Ma poi è arrivata la scolaresca e mi ha fatta tornare sulla terra, ma anche molto ridere – sì, smosso a volte l’istinto omicida.

E poi c’è anche il mio abitante preferito. Il cavallo che incontri per caso sulla salita verso l’ostello, appena fuori dal paese che se ti piglia sotto ti fa diventare il suo chupa chups.
E la dolcissima e accogliente signora del Crobbles and Clay che ha i parenti vicino a Bari, ma… vicino dove? E non lo sa. Li ho fatti girare tutti con la mia risata discreta, ma li ho anche salutati con la manina, che gli inglesi hanno lo humor che non si vede.
E io li adoro.

E ora che è ora di andare sono pronta, perché il viaggio è ancora da continuare. Ma non posso dire addio.
E non lo dirò.
Perché posso tornare quando voglio.
A gridare il nome di Heatcliff sulla brughiera.

Trovare Cocktown a Chinatown e altri… meeting

Passeggiate romantiche in solitaria; la Grande Fuga da China Town

La mia esperienza a China Town si può racchiudere in due sole parole: grande-fuga, che può essere considerata un’impresa alla stregua della costruzione della grande muraglia, dati gli sforzi che ho dovuto fare per raggiungere l’ingresso della metro, distante da me solo pochissimi metri.
Ma cosa, o meglio, chi mi tratteneva dal trovare la salvezza?
Gli incalliti venditori di China Town! Che poi si organizzano benissimo. Hanno una strategia straordinaria: vanno di sfondamento. Si mettono fuori in piccoli branchi formati da donne, come le ziazine di paese, una di loro attacca a parlare, aggressiva e decisa, l’altra ti ha già afferrato. A quel punto se hai familiarità con Chuck Norris ne puoi uscire vivo… se non ce l’hai e hai intenzione di passare per China Town… bè ti coniglio di rivedere qualche episodio di Walker Texas Ranger prima di andarci.
Ma grazie a China Town ho dato un “volto” la città di Coketown di cui Dickens parla in Hard Times (ottimo libro, lo consiglio).
Vabbè, quindi no. No, non mi è piaciuta proprio. Tutta grigia – io la ricordo grigia – con le nuvole basse. Magari invece c’era un sole che spaccava le pietre, ma il mio cervello non lo ha immagazzinato.

Potrei parlare per ore di tantissimi fatti, ma è chiaro che amassi solo una cosa: camminare. E quindi, dopo la breve esplorazione per China Town passai per Astor Pi, Noho. Arrivai alla Ave A e a Tompkins Square, poi di nuovo su per Columbus park, Tribeca, Little Italy, Soho, Prince Street e poi su, per la NYC University, West Village, l’inquietantissimo Chelsea Hotel e Medison Square park fino all’Empire. Una traversata che a leggerla sembra di stare sulle montagne russe – assicuro che è eccitante allo stesso modo.

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So che questo è un modo molto poco convenzionale di vivere una città, ma è l’unico modo che conosco io. Vedi la gente, guardi dove va, cosa fa, le scarpe che indossa, cosa mangia e poi, se ti capita, ci parli. Le storie delle persone sono straordinarie e arriva sempre una su tutte che può cambiare una giornata.

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Aveva la stazza di un carro armato, la pelle scura e gli occhi spenti. E ricordo che pensai che nessuno merita uno sguardo del genere, soprattutto un ragazzo così giovane. Voleva un dollaro, ma io ancora non mi ero abituata alla velocità delle loro frasi e allora gli chiesi di ripetere e gli spiegai che non parlavo un inglese eccezionale. Naturalmente non mi credette a causa della sicurezza della mia pronuncia, dovuta al fatto che non facevo altro che dirlo. Ma questo, lui, non poteva mica saperlo. Allora piantò gli occhi sul mio libro… in inglese. E io che non mi giustifico mai, sentii la necessità di farlo con lui.
“Sto cercando di imparare” spinsi il libro nella sua direzione. Lui abboccò. E poi si zittì. Oh, e rimase zitto e in piedi a guardarmi per un bel po’. Fino a che non scelse l’approccio che gli era più congeniale: spiegò a gesti e io scoppiai a ridere.
Mi stava prendendo in giro… e quindi niente, lo avevo conquistato.

Gliel’ho dato il dollaro alla fine. E lui si è girato e se ne è andato. Non mi ha né detto grazie, né ciao. E un po’ ci sono rimasta male perché, dico io, almeno salutami. Ma ero andata oltre e avevo ripreso la mia spasmodica cerchiatura delle parole inglesi che non conoscevo.
Ma… eccola di nuovo la sua manona. Era tornato e mi aveva portato un caffè. Che aveva comprato con i soldi che gli avevo dato.
E io, che in ogni caso ho sempre qualcosa da dire, adatta al contesto e pertinente, rimasi senza parole. Non gli dissi nemmeno che il caffè americano mi fa schifo, perché lui con quei soldi poteva farci quel diamine che voleva. E li aveva usati per prendermi un caffè.
Gli chiesi se voleva sedersi con me e lui niente… oscillò da un piede all’altro e mi domandò se era vero che stavo cercando di imparare l’inglese da sola, leggendo. Risposi con la solita alzata di spalle piena di rassegnazione.
Aiutami con la pronuncia, gli dissi.
Leggi, mi ripose e si mise a sedere.
Lo feci.
Fai schifo, fu la sua conclusione.
Va bè, aveva ragione.
(Mo, sembra una poesia)

Comunque.
Vorrei dire che è rimasto con me tanto tempo, invece no, forse neanche roba di mezzora. Vorrei dire che abbiamo passato chissà quanto tempo assieme, che ora so tutto di lui e di quello che gli è successo, ma no, si trattò di poco. Lo incontrai di nuovo il giorno dopo, ma appena mi vide, prima ancora che potessi chiamarlo – perché io volevo chiamarlo – mi girò le spalle, ma non tornò con il caffè. Non tornò affatto.

Le guide che ti portano dai rubini

Questa è la storia delle ingannevoli guide, pocket e non. È una storia triste, documentata da ricordi ma non da foto.
Se scorri per le le foto, chiudi. Chiudi adesso, non ne troverai – quella in evidenza l’ho presa a caso.
Se leggi per ridere uscirai da questo articolo provato, stanco. Deluso.
Chiudi anche se vuoi difendere le guide cartacee.
Però dai, hai retto fino a qui, vuol dire che vuoi sapere.
Mè dai, allora resta.
Complimenti lettore, sei un coraggioso.

Dicevo delle guide. E dicevo che potrebbe essere la migliore guida del mondo, ma per qualche motivo ti prenderà sempre in giro. Ehi, niente da dire, sul serio, sono anche piuttosto carine con tutti quei colori e le stelle, a volte azzeccano anche le fermate della metro.

Ma cominciamo dall’inizio.
Dopo una terribile involuzione estetica, ero sprofondata nell’isolamento tecnologico. Si erano succeduti una serie di dolorosi addii: avevo salutato con la manina google maps, poi internet, whatssup e facebook. Con una scrollata di spalle decisi che potevo rinunciare anche al libricino pieno di immagini, frutto di un inganno photoshoppato o di una giornata particolarmente felice.
Io sarò anche la vergogna di BP dal punto di vista orientativo, di equipaggiamento, ma a un certo punto reputai il mio pessimo intuito migliore della guida cartacea. Ed è tutto dire.

Dubbi sulla sua veridicità li ebbi quando finii nel Museo dei Rubini. Atmosfera cupa, luci basse, rosse e soffuse, e dentro questa…ehm… soffusione … si inseriva il clima orientale medioevale … ehm … e colori dorati e caldi … e … e poi sicuramente da qualche parte i rubini ci saranno stati, ma io non ne ho visti. Credo.

Fissando una spettacolare immagine di chissà quale parte (esistente o no) del mondo, rimuginavo sulla spesa di quindici dollari di biglietto di l’ingresso. Misi in moto le mie favolose capacità matematiche per un complicatissimo calcolo: con quei quindici dollari quanti muffin al cioccolato avrei potuto comprare?
Comunque feci il mio dovere e giracchiai per tutti i piani fingendomi interessata e colpitissima da qualunque cosa. Qui e lì infilai qualche esclamazione di sorpresa e un paio dei sospiri degni delle eroine ottocentesche.

In tutta questa profonda tristezza, mi avevano tolto il mio unico giochino: il telefono.
Il responsabile di questo atto empio era il triplo di me in tutte e tre le dimensioni – larghezza, altezza e profondità -, e notando la piccolezza della mia persona si era proteso delicatamente nella mia direzione – sì, ok, quasi piegandosi in due – e mi aveva chiesto dolcemente di spegnere il mio apparecchio demoniaco – non ha usato questa esatta parola.
E tu che fai se uno è così grosso e ti si rivolge così? Che fai se uno ti chiama anche miss quando a Bari, se ti va bene, ti chiamano con un urlato Ouuu accompagnato dalla mano sul lato della bocca, con il mignolino diretto verso il cielo, per rendere il tutto più inglese, enfatico e romatico? Bè, come minimo gli sorridi e poi lo ringrazi pure, metti via tutto, non perché non ti ha stritolato tra quelle manone, ma per il miss: un richiamo a cui una ragazza come me non può resistere.

Restai tra i rubini più a lungo del previsto e riuscivo solo a pensare al buio lì dentro e il sole, fuori dall’incubo da quindici dollari. Volevo il sole. Dovevo avere il sole. Avrei avuto la dannata luce del sole… e sì, anche i 40 gradi percepiti.

Rimasi a Chelsea, e corsi – letteralmente – al Market. Io non è che sia una atletica, mi era quasi collassato un polmone. Quindi immagina la sorpresa, lettore, quando non trovai quello che avevo immaginato.
Il Market mi fece sentire presa in giro, ferita.
Ma scusa, dove mai si è visto un market a cinque stelle? Se sei cinque stelle non sei un mercato.
Quando mai si son visti pezzi di stoffa esposti in vetrine – vetrine! – da centinaia di dollari; panini del prezzo di un diamante, che il diamante è per sempre, ma il panino è un attimo.
Dove andremo a finire se non avremo più i mercati puzzolenti di roba fritta o cucinata su piastra, a volte sporca ma sempre buonissima?
No, se sei underground, per non dire squattrinato, fallo per me, fallo per noi. Non andarci.

Girovagai per Brooklyn Heigh quella sera. Vagai a lungo e trovai un altro posto a cui mi sarei legata, ma che poco meno di sei mesi dopo avrei trovato chiuso, dopo 34 anni di attività. Era la BookCourt. Piccola, pochi libri ma ben selezionati. Pavimento scricchiolante, odore di casa della nonna – che per qualche motivo è sempre meglio dell’odore di casa tua.
Dalla libreria ho comprato delle foto che sono andate perdute e mi auguro di ritrovarle un giorno, per caso.

Avevo ancora un piccolo problema di orientamento a Brooklyn, e continuavo a rimandare l’acquisto di una cartina del quartiere che in ogni caso non avrei saputo leggere. Feci su e giù per un paio d’ore in cerca di… qualunque cosa, fondamentalmente. Andavo in cerca di cose da vedere, da pensare, da elaborare, da gastemare… ottenute tutte queste cose me ne tornai a casa. Nella folle casa di Brooklyn, altro mondo fantastico.

I poteri curativi di 30 chilometri di libri, la New York University, il pianoforte a Washington Square Park e tanto altro

Fantozzi si era reincarnato in me. La notte non chiudevo occhio perché faceva troppo caldo, e allora accendevo il Mostro: un aggeggio infernale dal rumore assordante ed era così potente da farmi preferire la doccia di sudore alla ventilazione aggressiva. Il risultato era la privazione del sonno, risveglio con violenti mal di gola. Alle cinque del mattino ero in piedi, con le occhiaie viola e gli occhi piccoli come dei semini di girasole.
Ero venuta a patti con le metro ma non l’avevo avuta vinta con il jet lag. Unico principale obiettivo appena sveglia era quello di riuscire ad arrivare con entrambe le gambe dall’altra parte del salotto, per mettermi seduta sulla finestra e aspettare l’alba e il risveglio lento del quartiere che era un conforto e immancabile rituale mattutino.
Ma il solo fatto che avesse smesso di piovere e fosse uscito il sole bastava a rendermi raggiante… per quanto il mio abominio fisico lo permettesse.

È vero che sole splendeva sulla città ma io cominciavo a sentire la stanchezza. Con lei arrivarono i picci (termine dialettale che si riferisce a un capriccio infantile) del caso, con tutto quel trottare e volteggiare per la città. Litigai spesso con me stessa e allo stesso modo ci feci pace. A volte non volevo sentire la città e allora camminavo senza guardarla e mettevo Gazzè nelle orecchie (che poi è stata la mia colonna sonora) perché se avessi potuto l’avrei fatta sparire. Se con me avevo deciso di non prendermela più, lei era l’unica che potessi mandare a quel paese quando ne avevo bisogno.

Trovavo la città meravigliosa e mi piaceva girarla.
Mi entusiasmavano le librerie e i librai, i muffin giganti, i cappuccini oversize, i grattacieli che non arrivavi a vedere la fine.
Le mie giornate diventavano sempre più normali, le modellavo come un cuscino su cui poggiare la testa, cominciavo a sentire me stessa, ma avevo problemi sentire la città sia nella testa e nelle gambe.
New York rimaneva solo una città come un’altra. E io desideravo che fosse molto di più di questo. Che ero partita a fare altrimenti?

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Quandi rumori e la folla diventavano troppo per me, mi infilavo nella Strand Bookstore, sulla Brodway all’altezza della 12th. La libreria che conta 30 chilometri di libri, 2 milioni di titoli – solo scrivendo queste cose mi esalto al punto che mi metterei a ballare per la gioia -, non ha solo ultime uscite e bestsellers, ma anche roba da intenditori, tanto che ci trovi anche esemplari da collezione che puoi perfino toccare, ma non lo fai per paura di sfiorarli con tocco elefantesco e ridurli in cenere. Per chi non ama la lettura ma va pazzo per i gadget non resta deluso. Io ci ho perso le ore tra le spillette.
Insomma, è così pieno di roba che sai mai da dove cominciare.

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La Strand conta tre piani divisi per argomento. Il piano terra, il primo piano e un piano interrato. Quello interrato è il mio preferito: perfetto per i tipici topi da biblioteca. Sembra staccato dal resto e ha dei corridoi labirintici da perderci la testa. Lì sotto verrebbe fuori un nascondino da urlo.
Andavo spesso a rintanarmi lì, senza nessun motivo in particolare, era solo molto silenzioso e a New York è difficile spegnere i rumori. Allora mi sedevo per terra a gambe incrociate e mi limitavo a fissare i libri che mi trovavo di fronte: storia, scienze sociali, politica e psicologia non sono mai stati la principale attrattiva del mio panorama letterario.

A chi è un po’ più normale il piano terra piacerà. C’è una zona centrale che ha le ultime uscite, i best sellers, e qualche stuzzicheria per ragazzi. Ci sono gli infiniti gadget: adesivi, toppe, quadernini, magliette, perfino calzini, zaini, tazze, e tantissime altre cose. È un po’ la zona in del negozio e anche social all’occorrenza. È anche la più frequentata e rumorosa quasi come se il traffico delle strade si fosse spostato lì dentro – sì, ok, sto esagerando -, ma è solo per porre l’attenzione sui corridoi strettissimi dove in alcuni casi non arriva un solo suono. E quando ero tra il sociopatico e il social, quindi mettiamo una via di mezzo, allora rimanevo al piano terra e mi mettevo a sedere con le solite gambe incrociate, sceglievo il libro del giorno e mi isolavo completamente. Se mi abituavo troppo al silenzio era un trauma ritornare al centro dove i rumori ti investivano e l’incanto era finito.

Vorrei dire qualcosa del terzo piano, ma onestamente non ricordo molto. Sono sicura che fosse interessante.

Mollare la presa su me stessa e i miei ritmi mi fece bene, ma mi rese anche vulnerabile. Dedicai la mattina a una lunghissima passeggiata e parti dalla 14th strada puntando verso Downtown, per vedere la New York University – a cui devo il mio ritorno ai libri – e attorno cui mi aggiravo con fare furtivo, ma lo facevo solo perché mi destabilizzava.
Passai da Whasinghton Square Park, con i prati ricoperti da un tappeto di gente, e la fontana che schizzava acqua ovunque, ma che di inverno è spenta e ti ci puoi sedere dentro, ci sono anche gli scalini. Nei viali del parco mi sono imbattuta in un concerto al piano. Di musicisti a New York ne trovi a ogni angolo, e sono tutti bravissimi, ma il pianista che porta in giro il suo piano con le ruote è a un livello superiore. Come tutte le cose improvvise, incontrarlo mi rese felice ed euforica.

Giracchiai nel West Village, guardai le stradine e le vetrine, le case e le scale antincendio, a cui mi appassiono come un aziano con i cantieri.
Studiai le palazzine, le macchine, i locali, i camerieri e i loro clienti.
Qualcosa dentro di me stava cominciando a muoversi e a premere per uscire scuotendo i lucchetti che si misero a tintinnare per mettermi in avviso. Gli ingranaggi erano in funzione. Stava cambiando tutto e non potevo saperlo.

Storia di una breve storia d’amore – 3 – La fondamentale importanza di un ombrello; Yo, bro e incanti non voluti e rimandati

L’ombrello, “YO” bro e incanti non voluti e rimandati

Questa è la storia di un ombrello che da dove vengo io, ma forse un po’ ovunque, verrebbe definito “peccato”. Così peccato che in un luogo dove il cappuccino più economico costa quattro dollari, il suddetto ombrello era valutato meno di uno. Forse per questo l’ho adottato.
E peccati, a quel punto, eravamo in due.

Quindi non fu solo per la giornata uggiosa che decisi di mettermi al riparo sotto un ombrello rifaldo ma con il giusto – seppur vacillante – punto di solidità e comunque sopravvissuto fino alla fine. Comprare quell’ombrello mi aveva fatto sentire meno strana. Con lui la faccenda si sarebbe riequilibrata.
A New York non solo è difficile vedere gente che fuma in mezzo alla strada, ma altrettanto difficile è trovare qualcuno che abbia un ombrello del colore diverso dal nero o che non sia trasparente. Avevo necessità anche di distinguermi in un tentativo di ricordare a me stessa che non appartenevo a quel posto: con lui rimanevo me stessa nel caos della città.

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Capirete bene che si trattava di un ombrello che, come tutto, non è stato scelto a caso. Si abbinò benissimo al mio abbigliamento, ma anche ai colori che per quel giorno – e per altri – sarebbero stati messo addosso alla città. E in particolare mi riferisco a una bizzarra struttura ai piedi del ponte di Manhattan. Gialla e nel bel mezzo di un prato.
Guarda caso, il prato che avevo scelto io.

Nei miei disagi, cerco sempre un punto di fuga, che sia uno spiraglio che diventi una porta da aprire. La mia porta su Narnia era il ponte di Brooklyn. C’era un solo un posto che volevo guardare quando non girava, come quando cerchi una persona che ti metta a tuo agio. Per me quella persona è stata l’East River.
Così ho scoperto che non esiste solo un punto di vista ma che ne esistono mille altri, che la stessa cosa puoi vederla da tantissimi posti diversi. E quindi anche le strade sono infinite, come le soluzioni, come le vie di fuga e che tutte queste cose puoi costruirle.
Quindi potevo farlo. Potevo provare per un giorno l’ebbrezza di portare un oggetto insopportabile e ingombrante come un ombrello.

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Altro fulcro della storia è la scritta: “Yo” o “Oy”: tutto – appunto – dipende dal punto di vista. Cosa certa, per quanto mi riguarda, è che fosse orribile. Nel senso: non ci stava, non si adattava, era fuori luogo. Ma poi che cosa l’avevano messa a fare? Ma quanta gente attirava nonostante la pioggia! E tutti che si fotografavano, e io che volevo solo sedermi sul prato e spingevo sui pensieri positivi e contemporaneamente andavo avanti e indietro sul prato sempre più bagnato.

Non ero ancora pronta per Manhattan, ma era ora di rassegnarmi: non avrebbe smesso di piovere e io e il mio ombrello ci convincemmo a prendere la metro e arrivare dall’altra parte del ponte.
Pensai bene di andare a fare un giro al MoMa. Massì, ottima idea! Tu sì che sei un genio, Roberta. Il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio.
Quando ti viene un’idea spesso ti faresti da sola i complimenti, roba da pacca sulla spalla, roba da stretta di mano; ma ops, sei sola, allora immagini solo di stringertela quella mano perché poi sarebbe troppo strano, e tra te, la scritta e l’ombrello smetteresti di occupare la tua posizione di superiorità guadagnata a fatica. E allora non lo fai, sorridi soltanto sorniona. Hai trovato la soluzione a tutto. Ma quanto sei brava. Ma quanto sei… furba.

Allora rivediamo il piano: il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio. Manca qualcosa. Ma cosa? Manca la pioggia. La pioggia. E per tutto il viaggio in metro l’elemento ti era sfuggito.
Misi insieme i pezzi giusto nell’istante in cui stavo uscendo dalla metro, proprio quando stavo facendo le scale: ‘Ma se sto andando al MoMa, vicinissimo alla Quinta strada, se sono le tre del pomeriggio e piove…’, momento di congelamento, piede che rimane sospeso per un istante in più sul gradino ‘ci-saranno-tra-quarti-della-città-lì-dentro’ in un crescendo in cui se avessi parlato ad alta voce le ultime tre parole le avrei dette più o meno strillando nel modo in cui gridi tanto che non ti vien fuori la voce.
E tra questi pensieri e qualche parolina meno bella messa qui e lì, feci l’ultimo scalino e vidi il mio mondo cambiare ancora.

Inebetita come se per la prima volta vedessi i colori. La pioggia aveva smesso di cadere e un piccolo raggio di sole faceva capolino dai grattacieli. Dissi ciao al MoMa e andai a destra, pronta a perdermi nella terribile Manhattan.

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Non ebbi reale percezione delle strade che stavo seguendo. Park Ave, Fifth Avenue, Madison, Lexington: mi perdevo e mi riperdevo.
Perdermi è stata un’altra delle cose che ho imparato a fare. Ma nel frattempo dovevo fare anche la pipì e mi facevano un po’ male i piedi, per cui mi appollaiai su un’accogliente seduta circolare di marmo su cui rimasi per circa tre quarti d’ora, con le gambe ben strette a fare fondamentalmente nulla, se non trovare il momento giusto per alzarmi – anche se comunque trovare “il momento giusto” è una cosa faticosa – e andare alla ricerca di un bagno e, magari, anche un caffè. Mi concentrai tanto che alla fine ce la feci e trovai il momento giusto. Ma trovare tre cose insieme – bagno, caffè e momento – era difficile: trovai il caffè ma non il bagno, di cui mi dimenticai completamente distratta dall’ennesima scoperta del giorno.
Scoprii che non c’erano solo tanti punti di vista da cui guardare, ma che esistono tanti modi per storpiare il mio nome. Uno di questi è “Robetta”, ma è solo la punta dell’iceberg.
Simpatiche le caffetterie.

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La giornata mi aveva stremata, ero stanca e mi bruciavano gli occhi. Era ora di tornare a casa. Dalla Delancey presi la metro ed ero al semaforo quando riprese a piovere fortissimo. Ero talmente felice dopo tutto quello che avevo fatto quel giorno, comprese tutte le cose che mi erano andate storte che sentii di non avere più bisogno del mio ombrello, volevo scostarlo dalla testa e rimanere sotto la pioggia forte. Ma avevo ancora bisogno di lui quindi mi diedi giusto lo spazio per bagnarmi la spalla e il braccio, in un momento di armonia che nessuno capirà, ma la cosa importante è che l’abbia capito io. Tutta quella pienezza e quella gioia non sarebbe stata rovinata nemmeno dalle quattro metro che avrei sbagliato ritardando il rientro a casa di circa un’ora e mezza rispetto ai miei calcoli.