Storia di una breve storia d’amore – 2 – Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Le cose si complicarono un po’. Il mio umore oscillava tra intolleranza ed euforia: entrambe mi sfinivano. Non riuscivo a starmi dietro. Scricchiolavo quanto il parquet dell’appartamento di Brooklyn e mi sopportavo quanto la doccia rumorosa alle 3 del mattino. A tutto questo e al pessimo rapporto con le metro ci si mise anche la pioggia, che arrivò tempestiva e continua.

Con il viaggio in solitudine impari tantissime cose, tra cui che c’è un modo per rispettare te stessa, che non sempre oltrepassare i tuoi limiti caratteriali e fisici è una buona idea, che ci sono tanti modi per amarsi e mille altri di ridere delle sventure. Capisci che andare oltre quando non sei in grado è un po’ una violenza che non meriti. Devi farti piacere te stessa: sei l’unica su cui puoi contare. Ed è utile capirlo se  passi la tua esistenza a mandare in corto circuito il tuo parco divertimenti di Inside Out.
Conta fino a dieci, pensa, risolvi, vai. Vai, che devi andare.

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Insomma, accadde che in uno degli intervalli di euforia ero riuscita a pormi un nuovo ambizioso obbiettivo: raggiungere la Art Library di Williamsburg. Vicina, facile, senza intoppi. Stando a google non avrei impiegato più di venti minuti per raggiungerla.
Tutte le informazioni erano state incrociate, le mappe sovrapposte, il punto di arrivo fisso bene in testa e individuato sulla cartina… o almeno questo è quello che avrei dovuto fare. Quello che in realtà feci fu leggere il nome della biblioteca da qualche parte su internet, cercare la linea da prendere e vedere di sfuggita la fermata a cui scendere. Ma, ehi, ero prontissima, con l’omino incoraggiante nella mia testa e lo zainetto sulle spalle, il cui contenuto mi avrebbe permesso di sopravvivere a qualsiasi sventura.
Sì, come no.

Prima di uscire di casa, mi ero messa di fronte la porta di ingresso e avevo fatto un respiro profondo, in un tentativo di reazione alla pioggia scrosciante. Diedi anche un’alzata di spalle, come se sarebbe bastato quello a far smettere di far venire giù le secchiate d’acqua. E feci partire la solita tarantella dell’autoconvincimento silenzioso: ‘Macchè, smetterà’. ‘Sì che smetterà’. ‘Pensiero positivo: io voglio che smetta, smetterà’.
E no, non mi serviva un ombrello, mi sarebbe bastato il kit di sopravvivenza insaccato a forza nello zaino. Perché procurarsi un poncho se avevo il mio humor inglese che tiro sempre fuori in caso di pioggia?
Bè, serve. Più dello humor in certi casi.

E tutta questa lunga riflessione sul viaggio, sull’omino della testa e lo humor inglese non è fatto a caso. È un lungo preambolo per arrivare al primo fatto del giorno: le mie scarpe si erano rotte, e  io-adoravo-le-mie-scarpe. Non ne comprai un paio nuovo. Avrei potuto. Ma no. Con quelle avevo cominciato, con quelle avrei finito. La pioggia avrebbe continuato a cadere inzuppando i miei calzini, ma tutto questo mi importava molto meno di niente: era la strada che dovevo camminare, e per quanto mi riguardava, lo potevo fare anche con i buchi sotto le suole.
Le scarpe sono ancora nella mia stanza, con la suola consumata e quasi del tutto scollata, il color pesca è diventato un giallo schifo e i lacci sono grigio strada. Le ho a vista, vicine a me e le guardo spesso, perché mi hanno portata ovunque.

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Il mio infallibile piano resse giusto il tempo di scendere le scale. Appena uscita di casa, invece di andare a destra, ero andata a sinistra, finendo per addentrarmi nelle stradine di Bushwick. E no, indietro non potevo tornare. Indietro ci torni solo quando sai dove sia esattamente il famoso ‘indietro’.
Quindi: nuova scrollata di spalle ed elaborazione di una strategia, sperando (e infondo sapendo) che sarebbe stata quella vincente: andare avanti. Eddai, prima o poi una metro sarebbe sbucata. Per forza.
Passò giusto un’oretta. Ed ecco la subway. Saltai sul treno linea M, in un incredibile misto di sudore e pioggia, ma orgogliosa come Achille in battaglia, come John Travolta all’inseguimento di Olivia Newton-John in Grease: stessa scioltezza, stessa leggiadria.
Ecco la fermata. Ecco la fermata… sbagliata. E il quartiere non era il massimo in estetica e in facce. Mai tanti occhi si erano poggiati su di me tutti insieme, potevo fingere solo che fosse tutto normale e adottare la Strategia 2.0: confonditi e confondili, poi scappa e vai dritto. Sempre dritto. Dove fossi finita non mi era e non mi è dato saperlo, di fatto dove mi fossi infilata non lo sapeva nemmeno Google Maps, che mi avrebbe abbandonata di lì a poco e non si sarebbe mai più ripreso. Non trovai una sola metro sulla strada, eppure la strategia funzionò. Camminai circa tre chilometri. E cammina cammina, cammina un altro po’, gira a destra e chi trovi? La biblioteca! E in un paio dei secondi più euforici vissuti, fui pronta a baciare il marciapiede, a darmi pacche sulle spalle, a saltare, a esultare. E non avrei avuto nessun problema a fare tutte queste cose – tranne baciare il marciapiede – se la famigerata, desiderata, tanto a lungo cercata biblioteca… non fosse stata chiusa.
E allora non vorresti fare in modo che il cielo venga giù? No, non fai proprio niente, bella, perché meglio quella pioggerellina sottile della pioggia scrosciante di prima. Nel caso una si rifugia in un locale, e per un po’ si mette in salvo.

Ed ero di un umore pessimo, bagnata dalla testa ai piedi. Nel mio immaginario peggiore ho il naso che gocciola – ma è solo acqua. Nella caffetteria non c’erano clienti. E per fortuna! Sarà stato il mio faccino, sarà stata la mia aria persa: le attenzioni furono tutte per me. E per una persona sola, un sorriso in una città infinita, in una città che non stai capendo neanche per sbaglio, è tutto. Fa uscire il sole anche se sembra che non smetterà mai di piovere.

Mi guardavano in un modo che era a metà tra intenerito e incredulo, come se fossi un personaggio fuori dal mondo: posso solo immaginare lo stato in cui fossi. Sul momento non diedi importanza al loro modo di guardarmi, lo feci solo dopo, quando lo stesso sguardo sbigottito lo rividi su tanti altri volti. Ero un cucciolo di foca, una cosa bizzarra, bizzarra più di loro. Alcuni cercavano la mia storia e i miei perché, altri volevano raccontarsi, dovevo apparire senza difese, da un lato pronta ad accogliere, dall’altro bisognosa di essere accolta.
Quel posto, la caffetteria, l’ho un po’ idealizzata, quindi se la descrivessi ne verrebbe fuori qualcosa di perfetto e probabilmente un po’ distante da quello che era in realtà. Le tinte dovevano essere verde tiffany e l’arredamento di pallet e materiali da riciclo. Di sicuro era confortante e pieno di calore. Dopo aver mangiato qualcosa e bevuto un ottimo cappuccino, raccattarono per me una mappa che mi aiutarono a consultare per tornare indietro: la strada era a prova di Roberta. Il mio mondo si rovesciò ancora: andava tutto bene e io ero pronta a immergermi nella mia giungla civilizzata.

Storia di una breve storia d’amore – 1 – Come tutto ebbe inizio nell’agosto 2016

Troppe lezioni da imparare, il difficile rapporto con le metro, le fiamme del Brooklyn Museum e un amore ancora non riconosciuto

E quindi sei arrivata a New York e quante cose belle hai imparato! Allora. Hai imparato che: il Jet lag rovina la vita e ti sei alzata per una settimana alle 3 del mattino ciondolando per l’appartamento come un elefante domestico producendo un cigolio inquietante e studiando ogni particolare della casa, che non erano nemmeno fatti tuoi e ancora non sapevi quanto in certe sere ti avrebbe lasciato di stucco. E ti sentivi in colpa ad aprire la doccia che neanche una grandinata su una lastra di alluminio fa così tanto chiasso. Anche il caffè era un problema, che avevi la caffettiera e la moka ma per qualche motivo, solo per il fatto di essere in America, Lavazza o non Lavazza, faceva sempre schifo. E quindi a un certo punto, hai mollato anche lì.
Poi, vediamo, hai imparato che la frutta si paga al pezzo, e di solito questo pezzo è un lingotto d’oro che ingurgiti anche se è disgustoso solo perché l’hai pagato e ora lo devi mangiare; hai imparato che essere scout non ti è servito a nulla, che non ti sai orientare e l’aiuto più grande che puoi dare al prossimo è non dargli aiuto.
Ma soprattutto hai capito che la metro non è cosa tua. Quante ore ci hai passato quel giorno nel cambio linea M da F? Tre? Dai, sii sincera, qui nessuno ti giudica. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma quale idiota nel mondo non riesce a capire che se devi cambiare linea non devi uscire dalla subway? Quale? Tu. Naturalmente, tu. E quindi è una storia d’amore mai decollata. Però, ora dimmi, dove mai hai fatto una sauna più bella e così tanto economica? Da nessuna parte, Roberta.
Sei un mito nei viaggi low cost.

Ah, e dov’è che volevi arrivare la prima mattina alle 10, massimo 10.30? A Dumbo? Scusa, hai detto Dumbo? Ah, e mi racconteresti l’esilarante storia di come invece sei approdata al Brooklyn Museum? Per di più, era solo a qualche fermata da casa tua dalla quale eri uscita alle 9.30. A piedi ci avresti messo 1 ora e 20 minuti, in metro sei riuscita ad arrivarci – chissà come – alle 12. Non te lo scorderai mai, non è vero?

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Però in effetti la verità è una sola: hai sempre saputo che fare programmi non è da te. E sii clemente con te stessa… sai, per quella faccenda del fuoco e delle fiamme per cui ti sei arrovellata per una settimana. Dove sarà successo? ‘In aereo, lo so che è successo in aereo!’. Non ti è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che forse – e dico ‘forse’ sapendo che potrebbe benissimo essere sostituito da una parolaccia – la colpa era tutta del bagnoschiuma che hai usato come se un domani in quella New York non sarebbe mai arrivato, solo perché sei un’ingenua. Non fidatevi mai dei bagnoschiuma esteri che si spacciano per neutri. Mai.

Vedere la Lower Manatthan dai piedi del ponte di Brooklyn ti ha sconvolta, borderline che non sei altro. E ti mettesti a sedere, che ci mancava il violino di sottofondo e saresti stata certa che non c’era niente di reale in quello che avevi di fronte. E non dimenticherai mai la giornata grigia di fine agosto, le nuvole basse e l’umidità a mille che tu e i tuoi capelli chiedevate pietà, anche se, ogni tanto, quel venticello… E la piccola spiaggia che puzzava da morire, ma il gioco di colori, e un flebilissimo sole dietro le nuvole faceva capolino a intervalli sempre più brevi, creando nuovi sbrilluccichii. E tutti quei luccicori e tutti quei grattacieli sullo sfondo che non sono nemmeno lontanamente come uno se li immagina, ti entrano dentro e ti spingono indietro e l’effetto è roba che toglie il respiro e che ferma il tempo e ti rimane impresso per sempre, così non lo puoi dimenticare. È come una maledizione, ormai ti ha presa e non ne uscirai più. Pretende di restare, si mette sotto la pelle riempie ogni spazio vuoto e finisce che sei a rischio di strappo, di rottura. Come quei dolori che sono un po’ un piacere. Quella vista fu un dolore e una gioia, una delle più violente della mia vita.
In Dumbo avevo individuato il posto dove mi sentivo più me stessa, ed era il posto in cui andavo quando quello che mi circondava non mi sembrava più familiare.

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E alla fine ce l’ho fatta ad arrivare alla prima persona. Nel mio tempo perfetto.