Camminare attraverso te stesso in un Paese che non è il tuo

Attraversare il Portogallo è stato come farsi attraversare da un treno ad alta velocità.
Attraversare il Portogallo non è stato romantico come aveva promesso Saramago con il suo viaggio attraverso se stessi e bla bla bla, ma avrei dovuto tenere in conto che, in effetti, il viaggio che stava facendo lui era attraverso il suo di paese. Non dico che un vago sospetto non mi fosse venuto in mente – il testo era scritto in italiano -, ma io ero così convinta che sarebbe andato tutto bene… che sono riuscita a fare andare tutto simpaticamente male.

Quel treno era il tormento di ogni giorno, ha tenuto la mia emotività nella zona pericolo, quella rossa, quella che lampeggia, quella con la sirena a vele spiegate. Quella che ti affatica già alle 6 del mattino, quando salti giù dal letto, per il trapano del vicino che si vendica delle risate alle 19 della sera prima, fatte con la tua compagna di stanza, e nemmeno troppo rumorose. Quella stessa compagna di stanza che alle tre del mttino mi aveva chiesto di andare a ballare con lei e che aveva definito la mia tappa successiva, Aveiro – cito testualmente – canal de mierda.

Il Portogallo è un treno che mi è sbattuto sulla fronte come se si stesse prendendo gioco di me, e del mio riuscire a cadere sempre in piedi durante un viaggio.
Ha avvilito la cosa che è stato motivo di vanto con me stessa, il maggiore motore: io posso.
Il Portogallo ha affossato il mio posso.
Niente è mai stato più bello del dire a se stessi: io posso.
Io posso mangiare un pretzel mentre mi chiedo alle 2 del mattino come tornerò a casa a New York, senza sapere che una bomba era esplosa sopra la mia linea della metro.
Io posso stare un mese con un telefono che non funziona a New York,
Io posso arrivare in treno a Haworth.
Io posso
Io posso
Io posso

Un tormento questo io posso.
Io, in Portogallo, non potevo proprio niente.
Ben mi stava.

Perché se c’è un posto dove non sono riuscita, quello è il Portogallo. E garantisco che riesco a riderne di gusto e con nostalgia solo ora che è passato un po’ di tempo.

E ce n’è di roba per cui ridere e da buttar fuori che poi, questo viaggio e questo backpacking, diciamocelo, è stato straordinario. E posso dirlo ora con certezza che se mi guardo indietro mi rendo conto solo da oggi – forse da ieri – di aver risolto questioni dentro e fuori di me con cui non credevo di venire a patti. Cose che non avrei fatto più, relazioni che avrei ripreso o reciso alla meglio, calma che sarebbe rimasta anche dopo che ogni mattina, appena sveglia alzavo gli occhi al cielo e: dio, no, un altro treno no.

E per esorcizzare il tutto, ho fatto una cosa che desideravo troppo fare. Colazione in pigiama alla pasticceria fifina di Coimbra proprio all’angolo dell’ostello, con i loney toons sui pantaloni e una mucchina sorridente e paiettata sulla maglietta. Un pugno nell’occhio, un tocco da maestro, a cui nessuno ha prestato attenzione.
Non ero nessuno. Oppure ero uguale a ogni altro. Ed è stato bellissimo pensarlo.

Ma, niente. Era ancora un treno che sbatte dritto sulla fronte, più piano, a ripetizione, a loop.

Un viaggio attraverso me stessa un corno! Se io e me stessa siamo andate d’accordo per un buon annetto, e questo Portogallo che non mi asseconda e mi viene contro non mi aiuta neanche se pagato, neanche se mi muovo con docilità, neanche se cerco di farmi perdonare il fatto di non piacergli.
Combinavo guai anche da ferma, mentre leggevo un libro restando più immobile possibile sul molo di Porto.

Una me che si scontra con l’altra me stessa: nevrotica, meno accomondante, più capricciosa. Come quando arrivi a conoscere così bene qualcuno che non hai paura e sei pronto e ti prendi il lusso di mandarlo a quel paese e poi lo abbracci di nuovo.

Per me, il viaggio in Portogallo è stato questo: mandare a quel paese me stessa in quel paese. Scontarmi con i ritardi e i treni persi, le coincidenze mancate, così tante da non contarle, che le ferrovie sud est sono una pacchia rispetto a quei mezzi di trasporto arroccati, dove un asino sarebbe stato più veloce. E capire che, ehi, non era colpa mia.
Non era colpa mia.
Che ci potevo fare io se il treno non passava, se il biglietto non potevo prenderlo online e la biglietteria era chiusa? Che colpa ne avevo? Potevo cambiare quelle cose?
No. Potevo riderne un sacco e l’ho fatto, anche se meno di altre volte.
Ma questa volta era diverso.
Era un principio.
E quindi ho imparato un’altra cosa.
Non ti appesantire le spalle per una soluzione che non guadagnerai mai nell’immediato, la gudagnerai dopo…magari dopo un buon bicchiere di vino o due.

Ed è con (qualche) bicchiere di vino che ho affrontato un tratto specifico di strada. Dove prendi una coincidenza necessaria e ci metti due minuti (due minuti, non scherzo) ma se quella coincidenza volevi raggiungerla a piedi: vai bella, per due ore e mezza con quello zaino che ti arrossa le spalle appena lo guardi.
Uno zaino che non era mai stato così pesante prima, perché io, così pesante non lo ero mai stata.

E allora il Portogallo continuava a prendersi gioco di me, a volte in maniera più simpatica. Altrettanto facevo io.

Così, nonostante tutto, da un certo momento in poi, ha anche sempre trovato qualcuno che mettesse un cerotto.
Ho potuto riscoprire un’umanità che mi ha sconcertata. Perché questo viaggio è stato anche molto umano.

A che dura prova ho messo la mia fiducia mentre, in alto, in una stradina di chissà dove, provavo tutti i vini della casa, lasciavo lo zaino che – voi sapete bene, amo moltissimo – abbandonato su un divano in un ostello di pellegrini, con computer, carte, libri, e nessuno alla reception.
A che dura prova mettevo i miei nervi mentre mandavo al diavolo un uomo, mentre passavo la mia giornata con due ragazze mai viste prima; mentre, qualche ora dopo, andavo via da Obidos e lasciavo che una donna mi abbracciasse sulla soglia della sua porta di casa, che in realtà era la porta di un ostello. Ma no, per me è stata casa della zia per un giorno: calda, accogliente, piccola, con la tisana della buonanotte, il liquore a letto, il pane caldo la mattina, le canzoni alla luce fioca delle candele di una sera d’estate portoghese, che sali le rovine di un gioiello e la musica è nelle orecchie mentre una donna e un uomo vicino a te ballano.

Un giapponese, che si scusa perché ti ha chiesto cortesemente di spostarti per una foto, e lo fa cercando di raccontare una storia che non vuoi sentire perché sei stanca da morire, e sei sola da morire, e hai fatto così tanta strada che fa male tutto e i nervi sono a fior di pelle. No, proprio non riesci ad apprezzare la fortuna di poter fare quello che stai facendo. Ma potevo farmi perdonare sorridendo a quel signore che cercava solo di raccontare, e quando mi sono messa ad ascoltare sul serio, mi sono resa conto che era una cosa che avrei potuto iniziare ad ascoltare da molto prima.

Ma fa specie pensare anche ora che non sono più lì, quanto è stato strano aver capito cosa significa sentire la mancanza della sensazione tattile delle persone a cui vuoi bene, e daresti qualsiasi cosa per toccare solo un attimo, solo stringere il polso o mettere la mano sul braccio che è un gesto tanto scontato quanto vitale. Quando ti accorgi che non lo puoi avere quando lo vuoi. Che ho sentito tutto fino in fondo, come mai avevo sentito, la pensantezza di non avere neanche la mano, il braccio di un amico o di mamma da toccare.
Quando il viaggio ti fa capire che cosa significa sentire la mancanza fisica di una persona o di un amico, che faresti qualunque cosa per averlo lì e allora svii con la chiamata facendo finta di avere un episodio divertenrissimo da raccontare, oppure dicendo la verità e aspettando che sia lui a trovare il modo di farti ridere.

Due donne sono nella lavanderia self service con te, e tu non solo sei bagnata come un pulcino, e non hai ancora un posto dove andare: puoi fare il check in solo alle 16 e sono solo le 14. In più non hai mai usato una lavanderia self, ma non è necessario dire nulla. Da due sono già diventati dieci, tutti lì a spiegarti come funziona, incluso un bambino che scuote la testa come a dire: ma da dove vieni, pazza.
Non è già una toppa su una serie di piccoli inghippi che hanno sbucciato un ginocchio?

Un uomo è arrampicato sui letti di una stanza di Sintra dove per giorni solo secchiate d’acqua e nebbia. L’uomo che sta facendo i letti, grida mentre vai via che la sua casa sarà sempre la tua casa.
E non riempie qualche spazio vuoto questo?

Le spalle a Cascais sono rosse sotto il peso dello zaino e lo sai solo tu, ma qualcuno si offre di portarlo per te in stanza.
Qualcun altro, sotto la pioggia battente che non vedi a un palmo dal tuo naso ti offre il suo ombrello che, ahimè, non aiuta nemmeno tanto lei. Allora condividere un pezzo di strada insieme fa sembrare meno fantozziana quella situazione.
E non riempie qualche spazio vuoto, questo?

E poi, è quasi finita, ma sei in viaggo…da quando? Ti sembra da sempre e ti sono rimasti solo sei giorni a Lisbona.
Un pomeriggio intero lo passi a guardare il fiume, e non ti resta altro che sentire la storia di una ragazza e la sua squadra di pallacanestro femminile. Dirti che sono solo i soldi che vuole, ma l’hai ascoltata e l’hai liquidata: i soldi glieli hai dati, ma poi ha insistito tanto per quel bracciale e per un momento, per il modo in cui ti guarda, ti chiedi se non sia vera quella storia dei ragazzini. Forse no. Ma io credo che lo fosse.

E l’ultimo disinfettante è la luce.

La luce del Portogallo non è come la nostra, è più fredda, o più calda, dipende da come la vedi tu – o meglio come la vuoi sentire tu.
Ma se, quando il sole comincia a calare, aspetti un attimo a Lisbona, all’angolo con la strada per l’ostello ai piedi della salita verso il Barrio alto, nella parallela a uno dei tanti miraduoro , ti renderai conto che varrebbe la pena anche solo prendere un aereo per vedere l’angolazione del sole a quell’ora, con la luce più calda e arancione che riesci a immaginare, intensa come quando qui sta per piovere, ma lì non c’è nemmeno una nuvola a minacciare niente.
Resta ferma un attimo ai piedi di quella salita che all’istante smetterai di maledire, perché forse è la cosa più bella che tu abbia visto fino a quel momento.
Ma tieni presente che avrai tempo di pensare che sia la più bella fino al giorno dopo, quando qualche altro gioco di luce, unito a un uomo che suona un pianoforte in una piazza e due anziani ancora si tengono per mano, ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto.

Fino al giorno dopo quando un canale ti incanterà, o una voce ti incanterà o lo farà un piatto di pesce, o un liquore o una vista niente male o una salita impegnativa, o un ombrello in prestito, o una pausa sulla panchina, o il sole che tramonta, o una chiesa particolarmente bella o una finestra tanto colorata, o due ragazze che non conosci restano fino alla fine, o una libreria nascosta, e tutto quel che ti circonderà ti sembrerà la cosa più bella che tu abbia mai visto. Perché sai, è così.
Ogni cosa, in quel Portogallo sarà la cosa più bella che avrai visto fino al momento successivo, quando vedrai quella che ti incanterà il momento dopo, ma sempre meno di quella che vedrai dopo ancora, e sarà così splendidamente bella perché quegli occhi, fino a lì, ce li avrai portati tu.
Nonostante tutti i treni presi in fronte, nonostante quelli persi – o presi male -, le ginocchia sbucciate e i cerotti appiccicati alla bell’e meglio.

E alla fine sarà stata comunque, forse, una gran bella impresa camminare attraverso te stesso in un paese che non è il tuo.

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Incontrare Picasso nei corridoi del Guggenheim Museum, New York

Il mio rapporto con l’arte è molto problematico. Per me un quadro è sempre solo un quadro. Non capto energie, non capto sentimenti. Insomma non capto proprio niente.
Poi, però, ho incontrato Picasso al numero 89 della Quinta strada.
E mi sono innamorata.
Sì mamma, ancora una volta di una persona morta da parecchio tempo.

A New York i musei non sono gratuiti, e non sono economici.
Se sei il solito squattrinato, puoi scegliere di visitarli in certi orari dove è previsto l’ingresso libero o un costo ridotto. Altre volte è possibile fare un’offerta.

La mia permanenza in città è stata tutta un caso, come fu un caso la mia entrata al Guggenheim per 15$, solo perché un’area del museo era chiusa, altrimenti gliene avrei dovuti lasciare 25 di dollari.

Insomma, gironzolavo da quelle parti e mi avevano detto che era un museo bellissimo, già che c’ero potevo dare un’occhiata. Dopo aver fatto il mio pic nic a Central Park, ho attraversato la strada per raggiungere la struttura che ha tutta una sua simbologia: la spirale e l’infinito. Vale per per i piani su cui si sviluppa e vale anche per le scale: puoi guardare indietro come e quando vuoi. Con tutte le vie di fuga del caso.
Il bianco fa sembrare lo spazio molto più grande di quanto non sia, e il silezio è surreale: non consiglierei mai di andare nei momenti affollati altrimenti non ti godi nulla.

Anche con i musei i miei rapporti sono altalenanti, più per le restrizioni che impongono che per altri motivi: rispetta le linee, non guardare troppo a lungo, non sostare troppo a lungo, mantieni una certa distanza, numeri di respiri da fare e quanto profondi.
Forse, infondo, si tratta soprattutto di una questione psicologica del tutto personale.
Eppure questo posto così bianco è anche il luogo che ha cambiato il mio modo di percepire l’arte.

Ci stavo provando a capire la faccenda emozionale dei quadri: ho guardato ogni stanza due volte, lo giuro. Mi sono anche fatta sgridare perché ho sospirato più delle volte consentite, ma continuava non succedeva niente.
In ogni museo in cui ho messo piede, ho sperato di capire questa cosa, e ogni volta ne sono uscita delusa.
Ma poi.
Poi ho guardato La donna dai capelli gialli.
Sapete quando riuscite a individuare il preciso istante in cui capisci e cambia tutto?
Stava per accadere anche a me.

La chioma bionda, il corpo arrotondato e lilla – scusate non sono una critica e i più sensibili perdoneranno la mia rozzezza e la mia ignoranza sulla giusta terminologia da usare. Questa donna bionda è bellissima e io non ho mai pensato il contrario.
Temo che a un certo punto mi sia scappato uno sbadiglio, di quelli che non ti metti neanche la mano davanti alla bocca, incroci le braccia e ti chiedi quanto in profondità il quadro abbia potuto esaminare le tue tonsille.
Però, dopo uno sbadiglio, è anche più facile che gli occhi siano più aperti, e io ho questo vizio che quando guardo qualcosa che non capisco inclino leggermente la testa, prima a destra e poi a sinistra.
Tutto molto lentamente.
E nel chiudere la bocca, nell’aprire un poco di più gli occhi, nell’inclinare la testa e quindi cambiando il mio punto di vista, capii il trucco di Picasso. Scoppiai a ridere forte e mi beccai la sgridata dalla donna in nero.
Vorrei aver mostrato a lei le mie tonsille.

Poi sono passata alla tristezza della tela Donna che stira, mi ha contagiata al punto che ho dovuto sedermi. Ho smesso di guardarla per paura che mi facesse dimenticare la risata di prima. Quindi mi sono alzata, sono tornata dalla donna con i capelli gialli, e dopo un pochino, di nuovo, dalla donna con il ferro da stiro.

Non so se il Guggenheim sia un bel museo, se merita la fama che ha, ma di sicuro, è stato interessante farci una capatina.
Magari meglio il sabato, quando dalle 18.45 alle 19.45 l’offerta è libera e voi potete lasciare anche solo 1$.

Come ti approcci alla valigia? Pillole di esperienze piene di creatività

In questo post esamineremo diverse situazioni e cercheremo di arrivare a capire quale tra tutte e la migliore, e io non piloterò in alcun modo il risulato.
Vi racconterò delle mie divertentissime esperienze con le valigie, o bagagli – o per lo più borsette – che ho testato nei vari viaggi.

Oddio: adesso esplode. Ecco quello che ho pensato mentre, bianca come un cencio, non riuscivo a fare altro che fissare il mio zainetto nero la mattina prima di partire alla volta degli States.
A me piace viaggiare leggera. Ma forse la soluzione che avevo trovato era un po’, diciamo, estrema.
E ora so che vi state chiedendo: ma se il tuo biglietto areo prevedeva bagaglio a mano da 8kg, bagaglio da stiva da 21kg, e un altra piccola borsetta, tu, per l’amore del cielo, perché sei partita con lo zainetto?
Eh, perché?
Perché.
Andiamo, io sperimento. Lo so: mi giustifico sempre così, ma che vi devo dire, è ovvio che sono poche le cose che faccio con cognizione di causa.

SITUAZIONE ZAINETTO – New York – agosto 2016 – 27 giorni di agonia sotto 35°, ma 40° percepiti – bellissimo.

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Quattro canotte, un pantalone lungo, una felpa, un pigiama, necessario per lavarmi, 2 quaderni, 10 penne – non sia mai finiscano all’improvviso, come se in America non ne vendessero -; adattatori acquistati alla modica cifra di 1,90€ da Leroy Merlin – non lasciatevi fregare da quelli che ve li vogliono vendere a 30€, a meno che non ti portino anche sulla luna. Avevo insaccato l’ebook reader – come se lo avessi mai usato -, 3 libri, un quaderno di ricambio e diversi fogli volanti. Sono riuscita a infilare perfino i documenti per partire, 20 copie dell’Esta – che avrei comodamente potuto evitare di stampare – e infiniti pezzi di biancheria intima, come se ci dovessi rimanere per un anno a Bushwick.
I maschietti non si impressionino se a questo punto scopriranno un terribile verità. Ehi, avete ancora il tempo di un rigo per chiudere il post. Sarò il più delicata possibile, promesso.
Restate? Ok.
Ho portato con me delle strisce depilatorie per il labbro superiore, perchè noi donne abbiamo i bulbi piliferi anche lì.
E anche se lo zainetto stava per esplodere, che ci crediate o no, ce la siamo cavata alla grande.
Poi, al ritorno, tra gifts vari, ho dovuto acquistare una nuova scintillante, nonché orrenda, valigia pitonata e viola. Ho un gusto impeccabile.

PRO: Hai tutto sempre con te e a portata di mano.
CONTRO: Sarai molto limitato nella selezione di roba da portare. Per me non è stata una tragedia, ma se sei una vera donna o un vanitoso uomo, e ti piace variare il tuo abbigliamento, a un certo punto soffrirai.
Ah, naturalmente, se sei un compratore compulsivo, lo zainetto non ti basterà mai. Ma questo, tu, lo sai meglio di me

Certo è, che come per Airbnb, se resterai a lungo nello stesso posto, la valigia è alternativa migliore allo zainetto di scuola… che non usavi neanche a scuola.

SITUAZIONE VALIGIA – New York – Aprile 2017 – 15° percepiti e immaginati, i 30° che mi hanno accolta

Il clima di New York è capriccioso e questo lo avevo imparato anche durante la caldissima estate, ma mi aspettavo anche un freddo infernale e io ero equipaggiata come un eschimese pronto a calarsi nelle acque del Mar Glaciale Aritco.
Quindi, avevo deciso di portare con me la valigia, alternativa più accettabile, nonostante il mio cervello continuasse a rifiutarsi di piegarsi alla soluzione a cui mi stavo arrendendo.
La mia valigia l’avevo trovata l’estate precedente nei negozietti I ❤ New York sulla Quinta strada. Una sciccheria assoluta, all'interno della quale avevo messo vari sciarponi, pantaloni lunghi maglioni e molto più del necessario, che poi, si è rivelato inutile, data la temperatura primaverile, ma questa era una cosa che non avrei potuto prevedere.

PRO: Imbarchi il bagaglio, viaggi per aeroporti leggero come una piuma e zompetti da un aereo all’altro come un elefantino armonioso. Non hai grossi problemi di spazio, hai tutto quello che ti serve e la puoi comodamente trasportare nel tragitto aeroporto-casa, casa-aeroporto.
CONTRO: La devi trascinare, è ingombrante e rallenta.

SITUAZIONE ZAINO 50 LITRI – North England – Maggio 2017 – 15° effettivi e percepiti, incredibile.

Avrete capito, a questo punto, la mia predilezione per gli zaini. Appena sarò abbastanza ricca da portermene andare per sempre in giro per il mondo, ci infilerò il necessario e diventerà la casa da portare sulle spalle ovunque.
Acquistato a 39.90 euro da Dechatlon, bello da vedere, comodo, solido, spazioso – più di quanto sembri da vuoto -, lo zaino da 50lt è stato quello che ho adorato più portarmi appresso. Nei viaggi in cui ci si sposta in continuazione, una volta ogni due giorni, è la scelta migliore. Non ho trovato stressante doverlo rifare ogni volta, a dire la verità non vedevo l’ora di rimettermelo sulla schiena, il prima possibile, e andare. Lo zaino non solo è figo, ma è anche un qualcosa di molto rassicurante, io mi sentivo molto protetta con lui sulle spalle.
Se partite con Ryan sappiate che non vale come bagaglio a mano, supera le dimensioni in altezza, per cui andrà imbarcato, ma non è stato un elemento di grande disturbo…

PRO: Entra tutto, anche più del necessario, è comodo, è figo, e lo porti sulle spalle sempre, è malleabile e lo infili ovunque anche in un autobus strapieno
CONTRO: se cammini a lungo, prima o poi ti farà male la schiena. Ma il bello è anche quello. Forse, soprattutto quello.

A me non capiterà mai più di partire senza zaino.
E dal profondo esame sopra svolto pieno di particolari, è emerso che nemmeno voi dovreste farlo. Certo è che non credo sia nemmeno il caso di partire con lo zainetto di scuola se poi devi tornare con una cosa pitonata e patinata.

E voi come vi approcciate alla valigia? Aspetto divertentissime storie!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Una scalata all’improvviso – Malham Cove

Quando sei a Malham e non sei proprio un’atleta di professione e nemmeno una patita di trekking, puoi fare due cose: ucciderti di dolci dalla signora all’Old Barn Cafè, o fare brevi passeggiate, come gli anziani con le braccia dietro la schiena. Ma la prima l’hai già fatta, e basta così, mentre la seconda…
A Malham c’è una sola strada e quando hai attraversato il ponte ed evitato i cigni, è finito tutto, a meno che tu non voglia disegnare un cerchio attorno all’ostello.
Ma… allora dove se ne vanno tutti con le loro bacchette da passeggio? Sulla salita?

Bè, Roberta, perché non sali anche tu?

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Sì, Roberta, dai, prova anche tu a farti collassare un polmone con i ciclisti che ti gridano dietro manco la strada fosse la loro, e al terzo che mi strombazzava dietro una parolina gliel’ho dovuta pure dire.
Poi, che avesse ragione sul fatto che avrei potuto prendere il sentiero pedonale, era un altro fatto.
Bè, di sicuro tra i due quella più inglese ero io. E io, di english, ho veramente molto poco.
Maleducato.

Oh, finalmente. La salita era finita, il sentiero era tutto pianeggiante. Chissà come stava il mio ciclista: se in tutta quella ripidissima salita – lo era davvero – aveva dovuto fermarsi a prendere aria.
Io di sicuro me la stavo cavando alla grande sul mio sentiero pianeggiante: verde tutto intorno, colline che non arrivi a vederne la fine e le mucche che mi piacciono tanto. Il fiume al fianco che è anche un sottofondo perfetto, l’erba morbidissima, l’odore del muschio intorno, il cielo grigio tipico dell’Inghilterra e temperatura perfetta.
Soprattutto i ciclisti per strada e tu al sicuro.
E cammina, cammina, cammina. Quanto mancherà per Malham Cove? Vabbè, io sono professionale, posso camminare per altre quattro ore così.

E alla fine a Malham Cove ci sono arrivata. Sì, nel senso che l’ho vista da sotto.
Ma scusa, per arrivare devo fare come quei due lassù con le corde? Dove mi devo arrampicare?
Ah, ci sono le scale.
Dio, le scale.

Avevo bisogno di un piano di attacco.
Ma l’unico possibile era farmi portare su dall’arrampicatore e con la colazione del mattino non era il caso, poverino.

Allora… sta tutto nel cominciare. Metti il piede sul primo scalino. Fatto? Tutto apposto? Mè, ora metti pure il secondo. Vai, un piede davanti all’altro e hai preso il ritmo.
Bravissima, hai fatto cinque scalini!
Ma cosa sento alle mie spalle?
Mi giro e c’era lei: figa, capello legato, coda svolazzate, viso pallido e fresca come un fiore.
Ok, stai calma, va bene, tutto ok: sei sul cucuzzolo della montagna e non fa niente se sembri appena uscita da una centrifuga, se ti cola il naso e ti sta per esplodere la vena sul collo. E sì, fa nulla anche per il viso gonfio come un pallone rosso. Accaldata manco avessi fatto la maratona – mo è – di New York.
Ma tutte queste belle cose non erano nulla se consideriamo anche che lei-stava-correndo-sulle-MONTAGNE.
Correva.
Cielo.
Ho mangiato tutta la sua polvere.
Ma sul serio questi fanno footing sulle montagne?
Bè, evidentemente.

Alla fine ci sono arrivata anche io sopra al Cove di Malham, forse un’ora dopo che lei era anche scesa.

E dopo tutte le energie buttate a parlare da sola sulle scale avevo bisogno di mangiare.

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Massi, dai facciamola un’altra passeggiata! Dovevo digerire un paio di salsicce, del bacon e dieci tavolette di cioccolato insaccate in un unico pezzo di torta al cioccolato. Dai, mezzora e vai a stenderti nella Lounge dell’ostello.
Tre ore dopo ero qui:

Però niente salite. Niente stress, solo una dolcissima camminata nella natura, lungo un sentiero che sembrava scavato tra due montagne e l’odore forte di acqua dolce, che anche a sentirlo, non avrei immaginato di trovare una cascata. Erano le Janet’s falls, del National Yorkshire Dales Park: i tronchi degli alberi non avevano spazio per il colore del legno, perchè pieni di muschi. Sciami di zanzare vorticavano sfiorando le acque del fiume, e avevano il loro perchè e io le ho trovate bellissime – sempre che fossero rimaste al loro posto.
Era tutto in ombra, ma per fortuna ogni tanto un raggio di sole riusciva a passare tra i rami e arrivare fino lì sotto.

L’Inghilterra del nord è fantastrepitosa.

8 vecchietti +1 in viaggio per Malham

Viaggio in bus, il pranzo, la fermata dell’autobus, l’ora del check in che non arriva mai

1 aereo, 5 treni, 6 bus. Niente Heatcliff per me, ma almeno sono riuscita ad arrivare a Malham – che non era per niente scontato.
Primo bus del mattino alle 8,23 da Haworth, arrivo Kinghley, dove alle 9.05 prendo quello per Skipton, da Skipton parte alle 9.45 l’ultimo per Malham. Alle 10.27, più puntuale dell’ora del thè, sono atterrata nello Yorkshire Dales National Park.
E più precisamente a Malham.

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È grande quanto la piazza di Cellamare, ma qui l’edera non ha mai smesso di arrampicarsi. Se ti guardi attorno ti aspetti che un folletto salti fuori insieme a tutti gli altri e cominci a intrecciare i canestri.

Avevo capito che era un paese diciamo… sui generis … da poco dopo Skipton, ed esattamente quando la connessione internet è deceduta: il telefono è morto e non sarebbe rinsavito mai più. Anche le stazioni erano spartite da un po’. In realtà poi le elimini anche dal tuo vocabolario: stazioni? Che sono le stazioni? What is stazione, what is railway station, what is human being?

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Noi, qui, solo fiumi, ruscelli, panchine, galline, cigni che ti attraversano la strada e guai a cercare di passare prima.
Ci sono anche le anatre che dormono… ma poi passi tu: ‘Ehi! Straniera, ti accompagno io in ostello!’ E via a sculettare tutte e due – per motivi diversi – lungo la salita.
Oh, no, aspettate, c’è anche un altro essere umano: è il poverino del receptionist che quando mi ha vista ha sorriso che gli è venuta una paresi facciale: chissà da quanto tempo non parlava con un essere umano.

Ho lanciato una veloce occhiata in giro: per il momento niente pecore con le corna rivoltate – però disegnate dappertutto, è un incubo. Tra tutte le cose che ho imparato nello Yorkshire, una è che gli animali sono ovunque e compaiono all’improvviso, quando meno te lo aspetti: anche ora dei passerotti cantano appena fuori dalla mia stanza.
Quindi, in soldoni, quando verrete qui, ovunque siate, guardatevi le spalle e copritevi sempre le chiappine.

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È così smeraldo questa città che sono smeraldo anche io. Brillo tutta di verde. Gli altri colori invece sono più tenui, non è proprio Haworth, ma come può brillare il rosso se c’è tutto sto verde? E poi in ogni luogo ci deve pur essere un capo. E qui il vero boss è il verde.
Attento verde, che sono arrivata anche io.

Il viaggio in autobus è stato uno spasso. La parte più bella della giornata.
Immaginate un piccolo bus che si deve arrampicare sulle montagne. Immaginate l’accento inglese che peggiora man mano che si sale a nord. Inserite la mia figura in questo autobus e mettetemi a sedere tra otto vecchietti arzilli più di me. Immaginiate che non sia più importante il mio nome: ero solo la ragazza del bus.

Ci siamo separati a Malham sotto il sole che ci aveva accolti… tre ore dopo ci siamo ricongiunti alla stessa fermata (l’unica del villaggio) che il sole era andato a illuminare altri lidi e la pioggia era ritornata a battere sulle nostre – sulla mia – teste. Ma io, ehi, come al solito ero al riparo sotto i miei strati di plastica e sotto l’albero che mi copriva dalla pioggia scrosciante.

Prima di rivedere i miei amici del bus, vi devo spiegare perché ero sotto la pioggia e non in qualunque bar, come qualsiasi altro cristiano avrebbe fatto. Facile: non ci sono bar, solo ristorantini, e nei ristoranti a me non piace restare. Piuttosto mi metto sotto la pioggia ad aspettare di fare il check-in in ostello – sì anche se sono le 3, piove, e tu puoi fare il check-in solo alle 5. Nel frattempo avevo gironzolato un pochino e avevo anche pranzato, ma il pranzo mi aveva… diciamo … indispettita – ed era solo l’inizio e presto mi ci sarei abituata. E non che non fosse buono, anzi. Ho mangiato bene, tanto, e solo a 12p, ma ho anche imparato che puoi andare in qualsiasi posto del mondo: se sei una ragazza che viaggia sola o anche sola e basta, che sia pranzo, cena o colazione non è importante nulla, si sentiranno in imbarazzo a chiederti se il tavolo è solo per te. Bè imbarazzati tu perché a me, essere sola, non imbarazza affatto, signora. Anzi.

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È stato poco dopo che li ho rincontrati: ho riavuto i miei vecchietti. Mi hanno chiamata già da lontano. Mi hanno raggiunta sotto l’albero e messa – letteralmente – in mezzo a loro. Con un accento che dio solo sa come ci siamo capiti per tutto il tempo, e la pioggia fermata dall’albero sopra di noi. Il mio zaino con la sua copertura e io con la mia. Ma poi. Uno di loro si è messo alla mia destra, uno alla mia sinistra, hanno aperto i loro ombrelli e mi ci hanno messa sotto.
Mi è quasi venuta voglia di tornare con loro a Skipton quando, come faceva la nonna, mi hanno chiesto se avevo mangiato.

Haworth profuma di mela anche quando piove

Scelgo di scrivere in un momento molto particolare, che è mio ma sicuramente appartiene a chiunque si presta a riprendere il viaggio, o comunque ad andare avanti. Devo staccarmi dai racconti di New York e scusate se interrompo il flusso, ma sono troppo piena di questo posto. È il momento in cui ti fa un po’ male lo stomaco e ti batte il cuore, che forse è paura di andare incontro a una cosa che non conosci (ma probabilmente anche il terrore di perdere l’unico bus che passa il sabato per andare dove devo andare io).
È una sensazione che da due settimane ho spesso nel petto. E no, non sempre è una cosa tanto piacevole.

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Harold Fry ha ragione quando dice “è difficile capire un po’ e poi andarsene”, che sei ancora qui, ma hai già nostalgia di un villaggio nella brughiera che ha dei colori straordinari e una calma che non appartiene a nessun posto se non alla campagna.
Ma ho imparato che è solo un limbo dal quale si esce quando il passo avanti sarà fatto per continuare il viaggio. E ho tanta voglia di riprendere i tre bus che mi porteranno ancora più a nord. Mi è mancato mettermi lo zaino in spalla e correre da una città all’altra, con ‘sto peso sulla schiena, alto quasi quanto me. Ora che ho ripreso fiato, ho fatto la persona normale e la mia schiena è ok… sono pronta per andare avanti.
Ho pensato di restare un po’, solo un altro po’… e alla fine ho deciso di anticipare la partenza. E quindi ho anche capito perché a volte la gente va via prima di abituarsi troppo. È il tuo cammino la cosa importante, il resto non conta.

Haworth era nella mia testa il villaggio delle sorelle Bronte, ed è questo un altro dei motivi per cui mi sono messa sulla strada. Io le ho lette tutte e sono cresciuta con loro.
Haworth per me era Jane Eyre che incontra Rochester caduto da cavallo, era l’odioso Heatcliff e l’odiosa Catherine, era Miss Snowe sola al mondo. Tutti quanti vivi nella brughiera: anime radicate in questo posto.
E io sulla brughiera ci sono stata una giornata intera. Su e giù, Sali e scendi. È selvaggia, bellissima, difficile e impervia… e io… bè… insomma… un po’ meno con la mia mazza da selfie rosa.

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Vi dico un segreto. Ero sola lì sopra, a parte qualche sporadico passante. Con il vento sferzante, come quello che Emily raccontava… e quindi… ehi, l’ho gridato pure io il nome di Heacliff! E no, sentite, non sono pazza, perché l’ha fatto anche la signora fuori dal museo e almeno io in cima alla montagna ero da sola.
E le pecore con le corna rivoltate, che devo capire che razza sono. Mi mettevano i brividi quando ci dovevo passare in mezzo, perchè smettevano di belare e mi fissavano: ho dovuto mettere al riparo le chiappe, che abbiamo visto tutti i video di come finisce quando sei troppo vicino a un ovino. E per raggiungere le cascate sono passata in mezzo a un esercito di pecore che tutte insieme superano il numero totale degli abitanti di Haworth e con il minimo sforzo potrebbero prendere il posto della regina se solo lo volessero. Per fortuna ne sono uscita con i glutei ancora al loro posto.

I colori sono intensissimi. No, non tutti, solo alcuni. Il rosso, il giallo, l’arancione.
Ma ragazzi. Il verde. Io non ho mai visto un verde del genere.
E il cielo è sempre grigio, ed è bello già così, ma se un po’ di vento spazza via le nuvole…

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Chi ha letto Cime tempestose sa il vento che sferza in brughiera, e lo senti benissimo lì sopra. È uguale. Per questo poi ti tigna la chiamata ad Heatcliff. E se poi trovi delle impronte di ferro di cavallo che fai, non giochi sulla suggestione?

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Ma io ho tante cose da raccontare. Della fiera anni Quaranta, del treno che parte dalla stazione con tutto quel vapore e fischia fortissimo.
Ho da raccontare delle signore vestite in costume, bellissime con le loro acconciature e la pelliccia sulle spalle, il rossetto rosso fuoco e i capelli acconciati perfettamente. I ragazzi e gli uomini con le uniformi da soldati, i bambini vestiti da marinaretti. Dei carri armati e i degli aerei dei tempi della guerra riprodotti a grandezza naturale.
E poi Jazz, Swing, tutto dal vivo e il microfono uguale a come era allora: il performer vestito con il suo abito elegantissimo e io che ballavo lì sotto – e tutti dicono che gli inglesi stanno sulle loro, ma hanno ballato con me.
Le bancarelle dell’usato e i venditori fedeli a riprodurre l’atmosfera che stavamo vivendo, tutti insieme. Così come il personale dei locali, così come gli altri abitanti del villaggio.
E all’improvviso comincia a piovere, ma tu alla tua fiera non rinunci. Ho fatto riaprire un paio di bancarelle.

Ho da raccontare anche dell’ostello, che è una struttura gotica e mi sono spaventata quando l’ho visto, perchè non si sentiva un solo rumore: il cielo era nero e pensavo di essere sola lì dentro, in una camerata vuota, con otto letti e troppo pochi lucchetti per chiudermi: non si sa mai un fantasma voleva fare una capatina. Ma poi è arrivata la scolaresca e mi ha fatta tornare sulla terra, ma anche molto ridere – sì, smosso a volte l’istinto omicida.

E poi c’è anche il mio abitante preferito. Il cavallo che incontri per caso sulla salita verso l’ostello, appena fuori dal paese che se ti piglia sotto ti fa diventare il suo chupa chups.
E la dolcissima e accogliente signora del Crobbles and Clay che ha i parenti vicino a Bari, ma… vicino dove? E non lo sa. Li ho fatti girare tutti con la mia risata discreta, ma li ho anche salutati con la manina, che gli inglesi hanno lo humor che non si vede.
E io li adoro.

E ora che è ora di andare sono pronta, perché il viaggio è ancora da continuare. Ma non posso dire addio.
E non lo dirò.
Perché posso tornare quando voglio.
A gridare il nome di Heatcliff sulla brughiera.