La Grancia, magia inaspettata in una giornata come un’altra

Sapevo che avrei passato una bella giornata al Parco della Grancia. Sapevo che mi sarei divertita o avrei trovato il modo di farlo assieme ai miei amici.
Sicuramente non pensavo di tornare a casa con una paresi facciale da contentezza perenne.

Mi sono approcciata alla giornata come mi approccio a ogni cosa, senza preparazione, senza sapere bene dove sono o come ci sono arrivata.
Questa volta più delle altre: non avevo bisogno della minima concentrazione richiesta, perché avevo l’agente di viaggi, Lydia, super organizzata.
Seguita dalla solita domanda: mi ucciderà oggi?
Bè la buona notizia è che sono ancora viva e la nostra amicizia è salva per il momento.

Per chi non lo sapesse, i paesaggi della Basilicata possono essere indimenticabili e possono tenerti con il naso attaccato al finestrino per tanto tempo, in totale conteplazione.
Distese geometriche di terra lavorata e rivoltata, gialla di paglia e nera di bruciato. Terra rossa e argillosa.
La strada non è il massimo, ma tutti i luoghi impervi hanno qualche bellezza da nascondere e uno se la vuole raggiungere, deve pur guadagnarsela.

Il gioiello di questa storia è il parco della Grancia.

Lascia la macchina, attraversa il passaggio magico ed entra nell’Ottocento.

La festa è popolare, e il fascino che esercita è tutto lì.
Figuranti, scenografie, colori, animali, profumo di fieno e costumi del tempo.

Un piccolo giro di esplorazione è necessario, soprattutto per capire cosa mangiare a pranzo – almeno per quanto mi riguarda.

IL CIBO

Entra nella Taverna di Posta, riproduzione di quelle del passato, dove c’è chi ti racconta qualcosa della storia dei banditi e ti mostra cimeli e documenti suggestivi e interessanti. L’atmosfera è cupa, anzi, no, è soffusa ed è misteriosa.

Esattamente come dopo aver visto un film particolarmente ben fatto sulla criminalità, all’interno della Taverna, oltre che mangiare, cerchi di capire riorganizzare la tua vita da Brigantessa, preferibilmente hippie.
A questo punto, credo di aver perso – qui come il altri casi – parte della spiegazione, troppo presa da ogni oggetto della stanza, della serie “potrei decidere di toccare tutto quello che c’è qui dentro”.
Esattamente come un bambino, chiamando a gran voce la mia amica – che da oggi in poi tutti noi chiameremo Zia Lalli – per mostrarle con il dito indice ogni oggetto che ai miei occhi poteva sembrare particolarmente interessante.

Nell’elencazione del menu pieno di sostanziose proposte di cibo tipico del tempo, alle 11.45 del mattino avevo già fame da morire.
Avete sentito mai parlare di formaggio di cipolla? Io sì, e mi è sembrato fenomenale, solo che sulla scia del bambino di qualche rigo fa, l’ho dimenticato poco dopo – il mio amico Ettore ha provveduto ad assaggiarlo forse a merenda – non appena ho avuto a che fare con il Cenacolo, da dove più tardi avrei avuto un panino gigante con la salsiccia, melanzane e zucchine.

LA FALCONERIA

C’è una piccola arena che sembra scavata tra le montagne. Io ero ancora distratta dal menu di qualche minuto fa e non mi ero accorta delle esclamazioni sorprese dei miei amici, né avevo capito che era in atto una caccia straordinaria. Poi, per poco un rapace non si impigliava tra i miei capelli – e non sarebbe stato in effetti un dramma per nessuno dei due.
Ecco.
Lì ho capito che eravamo vicino alla Falconeria.

Accoglie una serie di rapaci di diverse dimensioni e generi: aquile, falchi, civette, gufi, barbagianni, cicogne.
Si parla di un’apertura di ali di circa due metri per le cicogne. Mi ha fatto deprimere parecchio questa notizia, il mio pensiero è volato – per l’appunto – all’altezza mie e delle mie amiche.

I Falconieri hanno una delicatezza straordinaria nell’approcciarsi a questi volatili. I loro movimenti sono calmi e amorevoli e sembra che non li tocchino mai davvero. È come se li sfiorassero appena.
Non lo so. Non so spiegarlo bene, ma ho pensato che possa trattarsi di una cosa molto simile all’amore. O alla fiducia.
Cioè, non si tratta di tenere qualcosa, si tratta di sapere che è lì, e che ci resterà. O che nella porzione di mondo che è evidente che li unisca, ci sia spazio per tutti e due.
Ogni volta che li vedevo scivolare via dal guanto mi stupivo che tornassero – pur essendo certa che lo avrebbero fatto.
Non avrei mai smesso di guardarli lavorare.

La vera star, che poi è anche il mio preferito – un po’ il preferito di tutti, in realtà – si chiama Ciro, dal becco che cambia colore rispetto all’umore del momento. Era bianco mentre lo fissavo a un palmo dal suo straordinario becco, e pensavo che anche io avrei voluto un becco cangiante. Sarebbe uno strapotere incredibile.

LABORATORI, SPETTACOLI E ALTRO

Le attività e i laboratori iniziano a partire dalle 15.00 con delle rappresentazioni pensate per adulti e bambini.
La storia del Monacello è simpatica. Salta tutto il tempo, a guardarlo mi stancavo io. Non ha fatto altro tutto il giorno. Avrei dovuto fargli i complimenti, perché neanche con la preparazione atletica di un anno avrei potuto correre su e giù per quelle salite, e rimanere di ottimo umore tutto il tempo.

Il parco cominciava a popolarsi e lui, instancabile, correva ad accogliere le persone. Nel frattempo faceva anche qualche puntatina sul palco dove si stava svolgendo una storia che ho seguito a tratti, perché tra un vino e un asinello non riuscivo a stare dietro a tutto.
Nemmeno a Zia Lalli e al pony che ha sfamato come sfamerebbe noi le domeniche a casa sua.

Se le figure maschili sul brigantaggio hanno la loro importanza, spazio viene dato anche alle donne.
In un monologo di Filomena Pennacchio, veniamo a sapere la sua storia e la sua vita.
E lì, diciamo, che ho rinunciato definitivamente alla possibilità di rifarmi una vita da Brigantessa.

Quando è arrivato il tramonto il parco era affollatissimo, così come l’area della cena. Si è dato vita a una pizzica – sempre che pizzica fosse – e la gente suonava e ballava ed era divertente da morire.
A quel punto mi sono resa conto del dolore alla mascella dovuto alle risate della giornata.

LA STORIA BANDITA

E dopo cena ecco il momento più atteso. Alle 21 circa ha inizio La Storia Bandita.
Spettacolo fatto di luci giochi pirotecnici, spari che ti esplodono quasi nel petto – e risparmierò la mia esclamazione di sorpresa al primo, inaspettato.
La natura in tutto questo spettacolo fa da padrona.
Le proiezioni sulle montagne sono suggestive, proprio perché il tutto si muove sul loro sfondo. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una luna arancione e bassa che completava una cornice perfetta, in mancanza di tante stelle.
I giochi di luci e di fumi, di personaggi nascosti nell’ombra lo rendono, forse, uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto.
Non puoi fare altro che lasciarti prendere, non ti resta altro che star fermo, mentre la storia si ripete sotto i tuoi occhi.
E si ripeterà ancora.
I figuranti si spostano nel loro spazio o arrivano al galoppo, le musiche tuonano, le luci continuano a giocare, i fumi salgono e tu sei in mezzo alla natura.
Cosa c’è di più perfetto?

E prima che questa mia storia diventi troppo lunga e noiosa vi lascio qualche link:

Il Programma della giornata proprio QUI.

Info sul biglietto di ingresso potete trovarle QUI.

La Grancia sarà ancora aperta il 16-23-30 settembre.

E io consiglio vivamente di partecipare.
Almeno una volta nella vita, lasciatevi rapire da tutto questo.
Mangiate, ascoltate e smettete di farlo, fantasticate, guardate i falchi, giocate con i vostri amici, passate una giornata straordinaria, perché è quello che avrete al parco della Grancia.
Sempre che andiate con le persone giuste.

Tutte le foto di Lydia Melchiorre (Instagram: aportatadimondo_lydiamelchior).
Sempre più spesso compagna di piccole avventure.

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Letture da viaggio e non… Federico Pace – Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita

Ho aspettato e desiderato fortemente questo libro. L’ho rincorso, l’ho cercato online e mi è sfuggito. Ho mandato mio fratello in avanscoperta per sapere se nella libreria vicino casa lo avessero.
Ne era rimasta una copia.
Dovevo averlo.
A tutti i costi.
Naturalmente quando sono arrivata nessuna delle gentilissime commesse sapeva che fine avesse fatto, e a un certo punto si sono anche ‘dimenticate’ che mi avevano messa lì ad aspettare. Per fortuna, invece di uscire i denti, ho fatto spuntare un angelico sorriso: “La prego, voglio-quel-libro-adesso” spalancando gli occhi come una psicopatica degna di un film di Tim Barton.

La quarta di copertina cattura immediatamente: è un estratto dell’introduzione appassionante che non permette di scostare gli occhi altrove.

Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l’uscita dall’infanzia, l’inizio di un’amicizia, la rottura di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va altrove che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo

Cosa c’è di più soddisfacente di leggere qualcosa per cui non hai mai trovato le parole?
Ho pensato: ecco quelle che io non so usare per descrivere il modo in cui mi fa sentire viaggiare.
Quando qualcuno parla per te ti senti capito, tranquillo, vai liscio come l’olio. E io ci sono andata così liscia e sicura che non avevo dubbi sulla passione con cui avrei adorato Controvento.
Ma sono scivolata.

Dopo l’introduzione tutto aveva perso di spessore. I racconti non mi stavano piacendo e iniziavo a spazientirmi: perché in Nostalgia della foresta non ho il terrore dei due diamanti che scintillano nella notte più nera e che sembrano essere occhi di giaguaro?
Dov’è la mia passaporta? Dov’è il mio mondo fantastico? Portami sugli aerei, portami nel deserto, portami sulle navi!

Mi stava perdendo, ma io avevo il dovere di finire quel libro, di dargli una possibilità, non potevo semplicemente chiuderlo e andare avanti. Dovevo dimostrare di avere avuto ragione o di avere torto sul motivo per cui avevo voluto così fortemente.
Ho dovuto cominciare a prendere in considerazione l’idea di aver assunto una posizione un po’ estrema, e ho intrapreso la caccia al commento. La maggior parte erano buoni e privi della catastofica delusione di cui mi sentivo vittima.
Poi ho allontanato il libro, sbirciandolo ogni tanto da lontano per un paio di giorni. Ci ho dormito su. Poi sono tornata da lui.
Sembro psicopatica?
Lo sono.

Cosa mi aspettavo? Le risposte a tutte le mie domande? Mi aspettavo che Pace mi avrebbe servito su un piatto d’argento le parole che io non sapevo mettere insieme? Quello di cui sono sicura è che volessi con tutta me stessa che questo fosse il libro della mia vita, ma dovevo rivedere le mie aspettative e, santo cielo, umanizzare questo libro e il suo autore.

La verità era che volevo uno specchio che mi rimandasse un riflesso, ma non mi restava che pulire quello che mi trovavo di fronte.

Piano piano ho messo insieme i pezzi: è stata tutta colpa dell’introduzione così piena di passione, di fuoco. Ed era così ben riuscita perché veniva direttamente dallo stomaco di Pace. Ho spiegato a me stessa che le pagine iniziali erano parte della sua storia, mentre agli altri racconti stava prestando solo la sua penna.
E quindi ho capito: ho capito che il suo è stato proprio un compito ingrato: come fai a mettere il fuoco in qualcosa che non hai vissuto tu?.
Bè, non puoi, ma sicuro puoi fare del tuo meglio. E Pace ha fatto molto più del suo meglio, ha fatto un ottimo lavoro.

La sua scrittura è poetica, continua, veloce e poi lenta, segue il ritmo di ogni racconto e si adatta a ogni nuova vicenda e personaggio. Si adatta al mare e ai viaggi in auto, si adatta alle costruzioni di città mai esistite prima. Pace ha il tempo di un racconto breve: poco spazio, poche pagine. Deve fare un elenco delle priorità.

Continuo a pensare che la prima parte – fino più o meno a metà – sia un po’ debole. La ripresa inizia da La tempesta e la felicità, con Einstein che abbandona la sua terra nel pieno della Seconda Guerra, e non sa ancora che non tornerà mai più a casa, ma il suo corpo sì, e ne soffre.

Attraversare l’oceano è il gesto più risoluto che si possa compiere. Frapporre tra sé e quel che è stato uno spazio infinito e maestoso. Quando lo si fa, niente rimane come prima. Niente può rimanere immutato. Ma il primo passo assomiglia ad altri passi, ad altre partenze. Non svela ancora quello che verrà dopo, cosa cambierà.

Il cammino continua con la poesia di Staccarsi da terra, dove il viaggio è quasi immediato, e non si ripeterà mai più.

E ora è il momento di tirare le somme, e io in questo percorso mi son persa e ho perso fiducia, poi mi sono ritrovata e ho adattato a questo quello che stavo cercando.
È ancora vero che avrei voluto qualcosa di estremo, di più intenso, di passionale.
Mi ero sbagliata, e a volte capita, anche con i libri.
Ma quello con Pace è un viaggio che può valerne la pena.
Fate questa esperienza, camminate anche voi lungo 167 pagine e se vi va tornate a dirmi cosa avete trovato.

Il vero dramma è: Airbnb oppure Ostello? Ma entrambi!

Nel caso in tu scelga di organizzare il tuo viaggio, se hai intenzione di fermarti a lungo nello stesso posto, allora una bella stanza con Airbnb conviene sempre: può essere molto più accessibile economicamente di un albergo, soprattutto se sei uno a cui piace star solo in camera.
Una casa ha tutti i comfort di cui hai bisogno, e la maggior parte degli Host – a me è capitato proprio in tutti i posti in cui sono stata – ti invitano a usare casa come se fosse anche la tua e ti trattano come uno di famiglia.
E poi, diciamocelo, il mondo che si nasconde nelle case della gente è magico. Impari un sacco di cose e soprattutto vivi momenti di straordinaria originalità.

Io girato molto con Airbnb.
Ho provato la casina inglese di Londra, sviluppata su tre piccoli piani, con parquet e scale cigolanti; tetto a cui accedere dalla piccola finestra a scorrimento verso l’alto, dove puoi goderti una cenetta sotto le stelle. Lei si chiamava Emma, era gentile e rideva sempre e aveva un vicino di casa molto reattivo, la mia amica Maria può confermarlo.
È stato un ottimo modo di affacciarsi alla realtà di Airbnb.

Se hai un senso dell’umorismo niente male, il soggiorno potrebbe diventare un vero e proprio parco divertimenti.

Le esperienze più… ehm… strane e surreali le ho fatte entrambe le volte che sono stata a New York. Una volta a Buswich, Brooklyn; anche la seconda volta a Brooklyn, ma … non ricordo il nome del quartiere.
Immaginate che state bevendo il vostro disgustoso caffé e vi state chiedendo cosa ne sarà di voi per quel giorno. Inserite in questa immagine la corsa disperata del vostro Host in mutande verso il citofono. Mi ha svoltato la giornata.
Oppure immaginate una lunga giornata e un rientro riuscito in due lunghe ore di lotta con le metro. Immaginate che entrate in casa e quasi ci perdi la vista per tutte quelle luci: c’è un un set cinematrografico, e puoi guardare tutto quello che succede, ma con discrezione.
E non ti aspetti di passare settimane in un loculo, mentre una sfilza di coppie sfileranno restando più o meno a lungo: una siberiana e un russo, un brasiliano e una colombiana, un francese e un’inglese, che sembra l’inizio di una barzelletta, ma no, non lo è.

Se invece hai intenzione di muoverti e andare gironzolando, e decidi o opti per un viaggio itinerante con lo zaino, sicuramente Airbnb non è la scelta migliore.
La scelta migliore è l’Ostello. La scelta migliore e più economica è l’Ostello in camerata. Non mi sono mai fidata troppo di Booking ma era anche la mia unica spiaggia. Alla fine si è rivelata la migliore, oltre a essere anche la più tutelante.

Ho provato, credo, tutti i tipi di camerata esistenti: da quattro femminile, da sei femminile, da otto femminile, da quattro mista. E in tutte mi sono trovata bene. È anche vero che sono un tipo che si adatta piuttosto facilmente e serenamente.
Ero stata redarguita sulla sporcizia inglese, ma quasi tutti – e non proprio tutti – avevano un discreto livello di pulizia.
Di quelli che ho provato, forse i migliori sono gli YHA (ad Haworth e Malham). Le camerate oltre essere belle da vedere e anche suggestive da vivere, hanno letti a castello e ogni posto letto un cassettone dove puoi mettere uno zaino intero: il mio è da 50 lt e avanzava altro spazio. Il lucchetto te lo devi portare da casa.
I bagni sono in comune, così come le docce. Possibilità di prenotare la colazione per 3£, reception che funziona dalle 7 alle 22, e quindi non può agire quando un gruppo di arzilli personaggi di ragionevole età decidono di organizzare un party dietro la tua porta, che dura fino alle 3 del mattino e tu avoglia a gastemare, non smetteranno di cantare o di ridere, ma ti inviteranno a bere con loro.
Però, insomma, sono cose che capitano.

In altri ostelli vi consiglio di leggere le recensioni e di valutare con attenzione – che buffo che proprio io lo dica – sia quelle positive che quelle negative. Basta capire a te cosa serve. Io avevo prenotato uno a Leeds con pessime (davvero molto, molto, molto cattive) recensioni, ma per quel che riguardava quello di cui avevo bisogno, si è rivelato discreto. Al massimo, mi ripetevo sulla strada verso la tappa notturna, li mandi tutti a quel paese e te ne vai altrove, e sì, all’altrove poi si pensa. Avrei chiamato Booking, e Rocco (non sono proprio sicura si chiamasse così) mi avrebbe salvata, come ha fatto per Liverpool.
A proposito, Rocco o chiunque tu sia, se mi stai leggendo io sono sempre single.

Se siete degli ansiosi, verificate che le strutture che state scegliendo abbiano gli armadietti, perché attenzione, mettetevelo in testa: non tutti hanno gli armadi per mettere i propri averi. Io ho scelto di fidarmi con un pochino di attenzione in più, e sono tornata a casa con la stessa quantità di roba con cui ero partita.
Non abbiate paura degli ostelli, io non li avevo mai provati, ma sono un mondo interessante, incontri un sacco di gente, un sacco di scolaresche, un sacco di vecchietti, un sacco di gioventù. Ogni struttura riflette il paese o la città in cui si trova e io credo siano deliziosi.

E poi, diciamocelo, le piccole tragedie capitano sempre, e quando si è soli si ha sempre il timore di dare di matto, ma la realtà è un’altra. Sei tu il padrone e tu scegli: basta rimanere calmi, mettere una cartina geografica sul tavolo, esaminare tutte le situazioni possibili, fare i calcoli del caso e scegliere. Non è vero, io vado sempre a intuito, a sentimento (come diciamo a Bari) e spesso sbaglio tutto, ma l’importante è cercare di cadere in piedi. L’importante è mettersi alla prova, che altrimenti che sei partito a fare?
Quel che c’è di buono è che imparo dai miei errori e posso aiutare chi vien dopo di me. Quindi per tutte le info che volete su ostelli, Airbnb, ma anche itinerari inglesi o americani (o tanti altri itinerari) io sono disponibile sempre ad aiutarvi!

A presto viaggiatrici e viaggiatori solitari!

Storia di una breve storia d’amore – 3 – La fondamentale importanza di un ombrello; Yo, bro e incanti non voluti e rimandati

L’ombrello, “YO” bro e incanti non voluti e rimandati

Questa è la storia di un ombrello che da dove vengo io, ma forse un po’ ovunque, verrebbe definito “peccato”. Così peccato che in un luogo dove il cappuccino più economico costa quattro dollari, il suddetto ombrello era valutato meno di uno. Forse per questo l’ho adottato.
E peccati, a quel punto, eravamo in due.

Quindi non fu solo per la giornata uggiosa che decisi di mettermi al riparo sotto un ombrello rifaldo ma con il giusto – seppur vacillante – punto di solidità e comunque sopravvissuto fino alla fine. Comprare quell’ombrello mi aveva fatto sentire meno strana. Con lui la faccenda si sarebbe riequilibrata.
A New York non solo è difficile vedere gente che fuma in mezzo alla strada, ma altrettanto difficile è trovare qualcuno che abbia un ombrello del colore diverso dal nero o che non sia trasparente. Avevo necessità anche di distinguermi in un tentativo di ricordare a me stessa che non appartenevo a quel posto: con lui rimanevo me stessa nel caos della città.

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Capirete bene che si trattava di un ombrello che, come tutto, non è stato scelto a caso. Si abbinò benissimo al mio abbigliamento, ma anche ai colori che per quel giorno – e per altri – sarebbero stati messo addosso alla città. E in particolare mi riferisco a una bizzarra struttura ai piedi del ponte di Manhattan. Gialla e nel bel mezzo di un prato.
Guarda caso, il prato che avevo scelto io.

Nei miei disagi, cerco sempre un punto di fuga, che sia uno spiraglio che diventi una porta da aprire. La mia porta su Narnia era il ponte di Brooklyn. C’era un solo un posto che volevo guardare quando non girava, come quando cerchi una persona che ti metta a tuo agio. Per me quella persona è stata l’East River.
Così ho scoperto che non esiste solo un punto di vista ma che ne esistono mille altri, che la stessa cosa puoi vederla da tantissimi posti diversi. E quindi anche le strade sono infinite, come le soluzioni, come le vie di fuga e che tutte queste cose puoi costruirle.
Quindi potevo farlo. Potevo provare per un giorno l’ebbrezza di portare un oggetto insopportabile e ingombrante come un ombrello.

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Altro fulcro della storia è la scritta: “Yo” o “Oy”: tutto – appunto – dipende dal punto di vista. Cosa certa, per quanto mi riguarda, è che fosse orribile. Nel senso: non ci stava, non si adattava, era fuori luogo. Ma poi che cosa l’avevano messa a fare? Ma quanta gente attirava nonostante la pioggia! E tutti che si fotografavano, e io che volevo solo sedermi sul prato e spingevo sui pensieri positivi e contemporaneamente andavo avanti e indietro sul prato sempre più bagnato.

Non ero ancora pronta per Manhattan, ma era ora di rassegnarmi: non avrebbe smesso di piovere e io e il mio ombrello ci convincemmo a prendere la metro e arrivare dall’altra parte del ponte.
Pensai bene di andare a fare un giro al MoMa. Massì, ottima idea! Tu sì che sei un genio, Roberta. Il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio.
Quando ti viene un’idea spesso ti faresti da sola i complimenti, roba da pacca sulla spalla, roba da stretta di mano; ma ops, sei sola, allora immagini solo di stringertela quella mano perché poi sarebbe troppo strano, e tra te, la scritta e l’ombrello smetteresti di occupare la tua posizione di superiorità guadagnata a fatica. E allora non lo fai, sorridi soltanto sorniona. Hai trovato la soluzione a tutto. Ma quanto sei brava. Ma quanto sei… furba.

Allora rivediamo il piano: il MoMa, sulla Quinta strada, alle 3 del pomeriggio. Manca qualcosa. Ma cosa? Manca la pioggia. La pioggia. E per tutto il viaggio in metro l’elemento ti era sfuggito.
Misi insieme i pezzi giusto nell’istante in cui stavo uscendo dalla metro, proprio quando stavo facendo le scale: ‘Ma se sto andando al MoMa, vicinissimo alla Quinta strada, se sono le tre del pomeriggio e piove…’, momento di congelamento, piede che rimane sospeso per un istante in più sul gradino ‘ci-saranno-tra-quarti-della-città-lì-dentro’ in un crescendo in cui se avessi parlato ad alta voce le ultime tre parole le avrei dette più o meno strillando nel modo in cui gridi tanto che non ti vien fuori la voce.
E tra questi pensieri e qualche parolina meno bella messa qui e lì, feci l’ultimo scalino e vidi il mio mondo cambiare ancora.

Inebetita come se per la prima volta vedessi i colori. La pioggia aveva smesso di cadere e un piccolo raggio di sole faceva capolino dai grattacieli. Dissi ciao al MoMa e andai a destra, pronta a perdermi nella terribile Manhattan.

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Non ebbi reale percezione delle strade che stavo seguendo. Park Ave, Fifth Avenue, Madison, Lexington: mi perdevo e mi riperdevo.
Perdermi è stata un’altra delle cose che ho imparato a fare. Ma nel frattempo dovevo fare anche la pipì e mi facevano un po’ male i piedi, per cui mi appollaiai su un’accogliente seduta circolare di marmo su cui rimasi per circa tre quarti d’ora, con le gambe ben strette a fare fondamentalmente nulla, se non trovare il momento giusto per alzarmi – anche se comunque trovare “il momento giusto” è una cosa faticosa – e andare alla ricerca di un bagno e, magari, anche un caffè. Mi concentrai tanto che alla fine ce la feci e trovai il momento giusto. Ma trovare tre cose insieme – bagno, caffè e momento – era difficile: trovai il caffè ma non il bagno, di cui mi dimenticai completamente distratta dall’ennesima scoperta del giorno.
Scoprii che non c’erano solo tanti punti di vista da cui guardare, ma che esistono tanti modi per storpiare il mio nome. Uno di questi è “Robetta”, ma è solo la punta dell’iceberg.
Simpatiche le caffetterie.

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La giornata mi aveva stremata, ero stanca e mi bruciavano gli occhi. Era ora di tornare a casa. Dalla Delancey presi la metro ed ero al semaforo quando riprese a piovere fortissimo. Ero talmente felice dopo tutto quello che avevo fatto quel giorno, comprese tutte le cose che mi erano andate storte che sentii di non avere più bisogno del mio ombrello, volevo scostarlo dalla testa e rimanere sotto la pioggia forte. Ma avevo ancora bisogno di lui quindi mi diedi giusto lo spazio per bagnarmi la spalla e il braccio, in un momento di armonia che nessuno capirà, ma la cosa importante è che l’abbia capito io. Tutta quella pienezza e quella gioia non sarebbe stata rovinata nemmeno dalle quattro metro che avrei sbagliato ritardando il rientro a casa di circa un’ora e mezza rispetto ai miei calcoli.

Storia di una breve storia d’amore – 2 – Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Quando l’umore scricchiola – Strategia 2.0 – Serendipity

Le cose si complicarono un po’. Il mio umore oscillava tra intolleranza ed euforia: entrambe mi sfinivano. Non riuscivo a starmi dietro. Scricchiolavo quanto il parquet dell’appartamento di Brooklyn e mi sopportavo quanto la doccia rumorosa alle 3 del mattino. A tutto questo e al pessimo rapporto con le metro ci si mise anche la pioggia, che arrivò tempestiva e continua.

Con il viaggio in solitudine impari tantissime cose, tra cui che c’è un modo per rispettare te stessa, che non sempre oltrepassare i tuoi limiti caratteriali e fisici è una buona idea, che ci sono tanti modi per amarsi e mille altri di ridere delle sventure. Capisci che andare oltre quando non sei in grado è un po’ una violenza che non meriti. Devi farti piacere te stessa: sei l’unica su cui puoi contare. Ed è utile capirlo se  passi la tua esistenza a mandare in corto circuito il tuo parco divertimenti di Inside Out.
Conta fino a dieci, pensa, risolvi, vai. Vai, che devi andare.

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Insomma, accadde che in uno degli intervalli di euforia ero riuscita a pormi un nuovo ambizioso obbiettivo: raggiungere la Art Library di Williamsburg. Vicina, facile, senza intoppi. Stando a google non avrei impiegato più di venti minuti per raggiungerla.
Tutte le informazioni erano state incrociate, le mappe sovrapposte, il punto di arrivo fisso bene in testa e individuato sulla cartina… o almeno questo è quello che avrei dovuto fare. Quello che in realtà feci fu leggere il nome della biblioteca da qualche parte su internet, cercare la linea da prendere e vedere di sfuggita la fermata a cui scendere. Ma, ehi, ero prontissima, con l’omino incoraggiante nella mia testa e lo zainetto sulle spalle, il cui contenuto mi avrebbe permesso di sopravvivere a qualsiasi sventura.
Sì, come no.

Prima di uscire di casa, mi ero messa di fronte la porta di ingresso e avevo fatto un respiro profondo, in un tentativo di reazione alla pioggia scrosciante. Diedi anche un’alzata di spalle, come se sarebbe bastato quello a far smettere di far venire giù le secchiate d’acqua. E feci partire la solita tarantella dell’autoconvincimento silenzioso: ‘Macchè, smetterà’. ‘Sì che smetterà’. ‘Pensiero positivo: io voglio che smetta, smetterà’.
E no, non mi serviva un ombrello, mi sarebbe bastato il kit di sopravvivenza insaccato a forza nello zaino. Perché procurarsi un poncho se avevo il mio humor inglese che tiro sempre fuori in caso di pioggia?
Bè, serve. Più dello humor in certi casi.

E tutta questa lunga riflessione sul viaggio, sull’omino della testa e lo humor inglese non è fatto a caso. È un lungo preambolo per arrivare al primo fatto del giorno: le mie scarpe si erano rotte, e  io-adoravo-le-mie-scarpe. Non ne comprai un paio nuovo. Avrei potuto. Ma no. Con quelle avevo cominciato, con quelle avrei finito. La pioggia avrebbe continuato a cadere inzuppando i miei calzini, ma tutto questo mi importava molto meno di niente: era la strada che dovevo camminare, e per quanto mi riguardava, lo potevo fare anche con i buchi sotto le suole.
Le scarpe sono ancora nella mia stanza, con la suola consumata e quasi del tutto scollata, il color pesca è diventato un giallo schifo e i lacci sono grigio strada. Le ho a vista, vicine a me e le guardo spesso, perché mi hanno portata ovunque.

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Il mio infallibile piano resse giusto il tempo di scendere le scale. Appena uscita di casa, invece di andare a destra, ero andata a sinistra, finendo per addentrarmi nelle stradine di Bushwick. E no, indietro non potevo tornare. Indietro ci torni solo quando sai dove sia esattamente il famoso ‘indietro’.
Quindi: nuova scrollata di spalle ed elaborazione di una strategia, sperando (e infondo sapendo) che sarebbe stata quella vincente: andare avanti. Eddai, prima o poi una metro sarebbe sbucata. Per forza.
Passò giusto un’oretta. Ed ecco la subway. Saltai sul treno linea M, in un incredibile misto di sudore e pioggia, ma orgogliosa come Achille in battaglia, come John Travolta all’inseguimento di Olivia Newton-John in Grease: stessa scioltezza, stessa leggiadria.
Ecco la fermata. Ecco la fermata… sbagliata. E il quartiere non era il massimo in estetica e in facce. Mai tanti occhi si erano poggiati su di me tutti insieme, potevo fingere solo che fosse tutto normale e adottare la Strategia 2.0: confonditi e confondili, poi scappa e vai dritto. Sempre dritto. Dove fossi finita non mi era e non mi è dato saperlo, di fatto dove mi fossi infilata non lo sapeva nemmeno Google Maps, che mi avrebbe abbandonata di lì a poco e non si sarebbe mai più ripreso. Non trovai una sola metro sulla strada, eppure la strategia funzionò. Camminai circa tre chilometri. E cammina cammina, cammina un altro po’, gira a destra e chi trovi? La biblioteca! E in un paio dei secondi più euforici vissuti, fui pronta a baciare il marciapiede, a darmi pacche sulle spalle, a saltare, a esultare. E non avrei avuto nessun problema a fare tutte queste cose – tranne baciare il marciapiede – se la famigerata, desiderata, tanto a lungo cercata biblioteca… non fosse stata chiusa.
E allora non vorresti fare in modo che il cielo venga giù? No, non fai proprio niente, bella, perché meglio quella pioggerellina sottile della pioggia scrosciante di prima. Nel caso una si rifugia in un locale, e per un po’ si mette in salvo.

Ed ero di un umore pessimo, bagnata dalla testa ai piedi. Nel mio immaginario peggiore ho il naso che gocciola – ma è solo acqua. Nella caffetteria non c’erano clienti. E per fortuna! Sarà stato il mio faccino, sarà stata la mia aria persa: le attenzioni furono tutte per me. E per una persona sola, un sorriso in una città infinita, in una città che non stai capendo neanche per sbaglio, è tutto. Fa uscire il sole anche se sembra che non smetterà mai di piovere.

Mi guardavano in un modo che era a metà tra intenerito e incredulo, come se fossi un personaggio fuori dal mondo: posso solo immaginare lo stato in cui fossi. Sul momento non diedi importanza al loro modo di guardarmi, lo feci solo dopo, quando lo stesso sguardo sbigottito lo rividi su tanti altri volti. Ero un cucciolo di foca, una cosa bizzarra, bizzarra più di loro. Alcuni cercavano la mia storia e i miei perché, altri volevano raccontarsi, dovevo apparire senza difese, da un lato pronta ad accogliere, dall’altro bisognosa di essere accolta.
Quel posto, la caffetteria, l’ho un po’ idealizzata, quindi se la descrivessi ne verrebbe fuori qualcosa di perfetto e probabilmente un po’ distante da quello che era in realtà. Le tinte dovevano essere verde tiffany e l’arredamento di pallet e materiali da riciclo. Di sicuro era confortante e pieno di calore. Dopo aver mangiato qualcosa e bevuto un ottimo cappuccino, raccattarono per me una mappa che mi aiutarono a consultare per tornare indietro: la strada era a prova di Roberta. Il mio mondo si rovesciò ancora: andava tutto bene e io ero pronta a immergermi nella mia giungla civilizzata.