Le tappe di mezzo e le strade da scegliere, ovvero quando il mondo si dispiega di fronte a te

Leeds, York, Keighley, Skipton, Liverpool: quando sono più i treni da prendere che le speranze a cui aggrapparsi

Non sai mai su cosa ti imbarchi finché non lo fai. Ho dondolato per ore sulla sediolina nel gate, chiedendomi se fosse giusto, se potessi farlo. La paura si arcuiva e diventava grande, l’unico modo per ridurla era stringermi le gambe al petto e aspettare.
Alle nove del mattino, l’adrenalina a mille mi aveva già stremata.

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Quando una non sa bene quello che sta facendo – né tanto meno quello a cui si sta andando incontro -, se una non ha programmi, se ha la fobia dei treni e tutto il resto, ha anche solo una strada possibile: camminare quella che ha sotto i piedi e lasciare tante altre possibilità aperte.
Con tutte le opzioni del caso:
Uno. Puoi fermarti a metà, o anche prima – pensiero utile a spronare una persona molto competitiva a non fermarsi.
Due. Sai che puoi tornare indietro quando vuoi.
Oppure puoi mandare al diavolo ogni opzione e strada aperta e spingerti oltre la paura e oltre il coraggio. Sì, anche quando il coraggio non ce l’hai affatto. Io ho scelto quest’ultima, e il “poi ci pensi” è diventato il mio motto.

Il silenzio dell’Inghilterra ha sistemato e rilassato all’istante il mio animo inquieto, come un narcotizzante. Un telefono alla mano e sapevo dove arrivare, non ero certa di dove passare.
Ogni tappa era un passo avanti, anche nel viaggio di ritorno verso casa.

Leeds mi ha accolta sotto la pioggia: una piccola città universitaria e una stazione che nei primi giorni trascorsi in Inghilterra è diventata un punto in cui tornare e anche da cui ripartire. Quando la vidi la prima volta era tanto scura, ma era sua la strada che mi accompagnava verso il primo ostello in cui avrei dormito in camerata.
Nel calore dell’accoglienza ho avuto tempo di distendere i pensieri, così come i muscoli. La serenità ritrovata sarebbe bastata a farmi addormentare come un sasso… ma non prima di un’altra piccola avventura. Nella hall era in atto un accenno di tragedia. E io, che sono impicciona e mi ritengo anche una grandissima ‘problem solver’, ho cercato di capire se era il caso di mettermi in mezzo… non mi ci è voluto molto per realizzare che non era aria e soprattutto che sarò anche una ‘problem solver’ per me stessa, ma non per gli altri.

E la mattina dopo dove vai? Non subito Haworth: hai un mondo che si sta aprendo di fronte a te.
Scoprirlo.
Haworth la stai aspettando da un po’, ma sii paziente. Il viaggio è anche salire all’improvviso su un treno che sta passando in quel momento.
Prendilo: perché sta andando a York.
Sali sulle mura che cingono il piccolo gioiello medioevale e supera la paura dell’altezza. Anzi. Fai di più: cammina sulla muraglia con lo zaino che ti sta rischiando le spalle. È una camminata di 5 km, ma scegli di farne uno, e va bene se non l’hai finita: la pioggia cadeva e tu continuavi a inciampare e tua madre ti avrebbe voluta salva a casa. E anche tu, infondo, lo volevi.

Keighley ha una deliziosa stazione la cui foto incorniciarai, e cammina sotto la pioggia fino alla fermata dei bus. Ma guarda bene la città: non sei solo di passaggio, ci stai camminando sopra e ti sta accogliendo, merita di essere guardata come lei guarda te.
Guarda come il mondo delle città sta mutando in campagna. Guarda la trasformazione.
Guarda. Perché questa sarà l’ultima stazione che incontrerai per un bel po’ di tempo.
Affidati alla mappa, a te stessa e alla gente… affidati agli automobilisti. Affidati ai bambini e agli anziani.
Fidati. Puoi fidarti, è solo Yorkshire.

E Skipton che ti porterà a Malham.
Skipton con i suoi castelli, le sue salite e le sue discese, un coloratissimo bazar denso della calma inglese. Accogliente come è un inglese.
Quanta gente che cammina, e quanta gente che va ai mercatini. E tu in teoria non hai tempo di fermarti, ma ti piacciono tanto i mercatini! Scendi dal bus, anche se poi sono tre chilometri a piedi fino alla prossima fermata.
Dai, fermati. Guarda. Respira l’aria, anche solo per accorgerti che è la stessa in tutto il mondo dei mercati, e il fascino sta nel fatto che anche i rumori son gli stessi. Le voci no.

E nell’attraversare tutti questi posti – fino all’ultimo giorno nella bellissima e musicale Liverpool – dai voce alla tua voce e parla con la gente che ti chiede chi sei, che fai, da dove vieni e dove andrai.
È facile vedi? Puoi condividere un minuto con uno sconosciuto, anche se hai passato la tua vita al riparo del calore degli amici e della tua famiglia. Fallo, perchè in questo mondo sei sola.
Condividi tutto quello che puoi con chi non hai mai visto e non vedrai mai più.
Vivilo: la protezione l’hai trovata tante volte e la troverai ancora.
Se non hai voglia di chiedere, imparerai che l’aiuto ti sarà sempre dato: gli occhi e le espressioni le sanno leggere tutti.

E ora il viaggio è finito e tutto quel che è rimasto è una mazzetta di biglietti del treno e dei bus sparsi; uno ziano che è stata la tua casa e che stai smontando piano piano, perché farlo in una volta sola è come demolire tutto.

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Tutto quel che hai alle spalle è un viaggio di 400 chilometri.
Però, ascolta, ora adori non solo gli aeroporti, ma anche le stazioni.
Quindi, forse, l’hai fatto nel modo giusto.

È stata anche un grande scommessa con te stessa. L’hai fatta quando sei partita di nuovo e per la terza volta, alla cieca da un paesino del sud: ma ehi, sei tornata una donna che viaggia da sola.

Io adesso so e capisco che il viaggio è fatto solo di te stessa che cammini tutte le strade possibili.
E sei l’unica persona che può renderlo straordinario.

8 vecchietti +1 in viaggio per Malham

Viaggio in bus, il pranzo, la fermata dell’autobus, l’ora del check in che non arriva mai

1 aereo, 5 treni, 6 bus. Niente Heatcliff per me, ma almeno sono riuscita ad arrivare a Malham – che non era per niente scontato.
Primo bus del mattino alle 8,23 da Haworth, arrivo Kinghley, dove alle 9.05 prendo quello per Skipton, da Skipton parte alle 9.45 l’ultimo per Malham. Alle 10.27, più puntuale dell’ora del thè, sono atterrata nello Yorkshire Dales National Park.
E più precisamente a Malham.

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È grande quanto la piazza di Cellamare, ma qui l’edera non ha mai smesso di arrampicarsi. Se ti guardi attorno ti aspetti che un folletto salti fuori insieme a tutti gli altri e cominci a intrecciare i canestri.

Avevo capito che era un paese diciamo… sui generis … da poco dopo Skipton, ed esattamente quando la connessione internet è deceduta: il telefono è morto e non sarebbe rinsavito mai più. Anche le stazioni erano spartite da un po’. In realtà poi le elimini anche dal tuo vocabolario: stazioni? Che sono le stazioni? What is stazione, what is railway station, what is human being?

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Noi, qui, solo fiumi, ruscelli, panchine, galline, cigni che ti attraversano la strada e guai a cercare di passare prima.
Ci sono anche le anatre che dormono… ma poi passi tu: ‘Ehi! Straniera, ti accompagno io in ostello!’ E via a sculettare tutte e due – per motivi diversi – lungo la salita.
Oh, no, aspettate, c’è anche un altro essere umano: è il poverino del receptionist che quando mi ha vista ha sorriso che gli è venuta una paresi facciale: chissà da quanto tempo non parlava con un essere umano.

Ho lanciato una veloce occhiata in giro: per il momento niente pecore con le corna rivoltate – però disegnate dappertutto, è un incubo. Tra tutte le cose che ho imparato nello Yorkshire, una è che gli animali sono ovunque e compaiono all’improvviso, quando meno te lo aspetti: anche ora dei passerotti cantano appena fuori dalla mia stanza.
Quindi, in soldoni, quando verrete qui, ovunque siate, guardatevi le spalle e copritevi sempre le chiappine.

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È così smeraldo questa città che sono smeraldo anche io. Brillo tutta di verde. Gli altri colori invece sono più tenui, non è proprio Haworth, ma come può brillare il rosso se c’è tutto sto verde? E poi in ogni luogo ci deve pur essere un capo. E qui il vero boss è il verde.
Attento verde, che sono arrivata anche io.

Il viaggio in autobus è stato uno spasso. La parte più bella della giornata.
Immaginate un piccolo bus che si deve arrampicare sulle montagne. Immaginate l’accento inglese che peggiora man mano che si sale a nord. Inserite la mia figura in questo autobus e mettetemi a sedere tra otto vecchietti arzilli più di me. Immaginiate che non sia più importante il mio nome: ero solo la ragazza del bus.

Ci siamo separati a Malham sotto il sole che ci aveva accolti… tre ore dopo ci siamo ricongiunti alla stessa fermata (l’unica del villaggio) che il sole era andato a illuminare altri lidi e la pioggia era ritornata a battere sulle nostre – sulla mia – teste. Ma io, ehi, come al solito ero al riparo sotto i miei strati di plastica e sotto l’albero che mi copriva dalla pioggia scrosciante.

Prima di rivedere i miei amici del bus, vi devo spiegare perché ero sotto la pioggia e non in qualunque bar, come qualsiasi altro cristiano avrebbe fatto. Facile: non ci sono bar, solo ristorantini, e nei ristoranti a me non piace restare. Piuttosto mi metto sotto la pioggia ad aspettare di fare il check-in in ostello – sì anche se sono le 3, piove, e tu puoi fare il check-in solo alle 5. Nel frattempo avevo gironzolato un pochino e avevo anche pranzato, ma il pranzo mi aveva… diciamo … indispettita – ed era solo l’inizio e presto mi ci sarei abituata. E non che non fosse buono, anzi. Ho mangiato bene, tanto, e solo a 12p, ma ho anche imparato che puoi andare in qualsiasi posto del mondo: se sei una ragazza che viaggia sola o anche sola e basta, che sia pranzo, cena o colazione non è importante nulla, si sentiranno in imbarazzo a chiederti se il tavolo è solo per te. Bè imbarazzati tu perché a me, essere sola, non imbarazza affatto, signora. Anzi.

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È stato poco dopo che li ho rincontrati: ho riavuto i miei vecchietti. Mi hanno chiamata già da lontano. Mi hanno raggiunta sotto l’albero e messa – letteralmente – in mezzo a loro. Con un accento che dio solo sa come ci siamo capiti per tutto il tempo, e la pioggia fermata dall’albero sopra di noi. Il mio zaino con la sua copertura e io con la mia. Ma poi. Uno di loro si è messo alla mia destra, uno alla mia sinistra, hanno aperto i loro ombrelli e mi ci hanno messa sotto.
Mi è quasi venuta voglia di tornare con loro a Skipton quando, come faceva la nonna, mi hanno chiesto se avevo mangiato.