Come gestire la fobia della folla a Time Square

Se non sei mai stato a un rave, non ci andrai mai ma vuoi provare l’effetto, so cosa fa al caso tuo.
Naturalmente io non ho idea di cosa sia un rave, non ci sono mai stata, ma immagino sia un po’ come andare a Time Square e ballare in mezzo alla calca che ti sballottola e sballonzola addosso tutto il tempo. E cosa vuoi di più dei clacson nelle orecchie e le luci stroboscopiche?
Eh. Cosa?
Il peggiore dei miei incubi si stava per realizzare.
E allora… respiro profondo.
Dio. Non ne sarei uscita viva.

Tra tutte le mie fobie sociali – autodiagnosticate – affrontare la folla è una delle peggiori. Ma avevo rimandato troppo a lungo e dovevo fare i conti con questo terrore. Quale posto migliore di Time Square all’ora di punta per curarmi?
Eh. Quale?
Non che fossi contentissima, ma in questo viaggio è stata spesso New York salvarmi da me stessa. Lo fece anche quel giorno. E lo fece perché la piazza era semi deserta. Non l’avrei mai più incontrata così. Avevo tempo, potevo entrare con calma, un passo alla volta e approcciarmi a lei piano, senza dovermi comportare da psicopatica.

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Le luci, le immagini, le voci. La musica dei negozi. Via il fiato, via il caldo, via la follia.

Time Square emette musica elettronica al massimo della potenza, e la sensazione che dà una volta che ci sei dentro è che stai premendo l’orecchio contro la rete della cassa. Ti pompa nello stomaco e ti sfonda le orecchie.
Va tutto a mille all’ora. Duecentonovantotto volte più veloce del mondo in cui avevo vissuto fino a quel momento.

Se volessi individuare l’istante in cui presi il ritmo della città, fu quello.
Il passo accelerato divenne una necessità, l’unico modo per buttar via tutta l’energia prima che mi gonfiasse fino a strapparmi.

Time Square è solo una piccolo elemento del quadro straordinario che ho disegnato nel mio tempo a New York.
Guardare la luna, i tramonti dall’arco del ponte di Brooklyn o dalle piazze, ma anche dai piedi dei gattacieli o da Central park, ti fa credere di non essere più sulla terra ma altrove, e preghi di non tornarci più a terra.
Una parte di me non ci è mai tornata.

Le guide che ti portano dai rubini

Questa è la storia delle ingannevoli guide, pocket e non. È una storia triste, documentata da ricordi ma non da foto.
Se scorri per le le foto, chiudi. Chiudi adesso, non ne troverai – quella in evidenza l’ho presa a caso.
Se leggi per ridere uscirai da questo articolo provato, stanco. Deluso.
Chiudi anche se vuoi difendere le guide cartacee.
Però dai, hai retto fino a qui, vuol dire che vuoi sapere.
Mè dai, allora resta.
Complimenti lettore, sei un coraggioso.

Dicevo delle guide. E dicevo che potrebbe essere la migliore guida del mondo, ma per qualche motivo ti prenderà sempre in giro. Ehi, niente da dire, sul serio, sono anche piuttosto carine con tutti quei colori e le stelle, a volte azzeccano anche le fermate della metro.

Ma cominciamo dall’inizio.
Dopo una terribile involuzione estetica, ero sprofondata nell’isolamento tecnologico. Si erano succeduti una serie di dolorosi addii: avevo salutato con la manina google maps, poi internet, whatssup e facebook. Con una scrollata di spalle decisi che potevo rinunciare anche al libricino pieno di immagini, frutto di un inganno photoshoppato o di una giornata particolarmente felice.
Io sarò anche la vergogna di BP dal punto di vista orientativo, di equipaggiamento, ma a un certo punto reputai il mio pessimo intuito migliore della guida cartacea. Ed è tutto dire.

Dubbi sulla sua veridicità li ebbi quando finii nel Museo dei Rubini. Atmosfera cupa, luci basse, rosse e soffuse, e dentro questa…ehm… soffusione … si inseriva il clima orientale medioevale … ehm … e colori dorati e caldi … e … e poi sicuramente da qualche parte i rubini ci saranno stati, ma io non ne ho visti. Credo.

Fissando una spettacolare immagine di chissà quale parte (esistente o no) del mondo, rimuginavo sulla spesa di quindici dollari di biglietto di l’ingresso. Misi in moto le mie favolose capacità matematiche per un complicatissimo calcolo: con quei quindici dollari quanti muffin al cioccolato avrei potuto comprare?
Comunque feci il mio dovere e giracchiai per tutti i piani fingendomi interessata e colpitissima da qualunque cosa. Qui e lì infilai qualche esclamazione di sorpresa e un paio dei sospiri degni delle eroine ottocentesche.

In tutta questa profonda tristezza, mi avevano tolto il mio unico giochino: il telefono.
Il responsabile di questo atto empio era il triplo di me in tutte e tre le dimensioni – larghezza, altezza e profondità -, e notando la piccolezza della mia persona si era proteso delicatamente nella mia direzione – sì, ok, quasi piegandosi in due – e mi aveva chiesto dolcemente di spegnere il mio apparecchio demoniaco – non ha usato questa esatta parola.
E tu che fai se uno è così grosso e ti si rivolge così? Che fai se uno ti chiama anche miss quando a Bari, se ti va bene, ti chiamano con un urlato Ouuu accompagnato dalla mano sul lato della bocca, con il mignolino diretto verso il cielo, per rendere il tutto più inglese, enfatico e romatico? Bè, come minimo gli sorridi e poi lo ringrazi pure, metti via tutto, non perché non ti ha stritolato tra quelle manone, ma per il miss: un richiamo a cui una ragazza come me non può resistere.

Restai tra i rubini più a lungo del previsto e riuscivo solo a pensare al buio lì dentro e il sole, fuori dall’incubo da quindici dollari. Volevo il sole. Dovevo avere il sole. Avrei avuto la dannata luce del sole… e sì, anche i 40 gradi percepiti.

Rimasi a Chelsea, e corsi – letteralmente – al Market. Io non è che sia una atletica, mi era quasi collassato un polmone. Quindi immagina la sorpresa, lettore, quando non trovai quello che avevo immaginato.
Il Market mi fece sentire presa in giro, ferita.
Ma scusa, dove mai si è visto un market a cinque stelle? Se sei cinque stelle non sei un mercato.
Quando mai si son visti pezzi di stoffa esposti in vetrine – vetrine! – da centinaia di dollari; panini del prezzo di un diamante, che il diamante è per sempre, ma il panino è un attimo.
Dove andremo a finire se non avremo più i mercati puzzolenti di roba fritta o cucinata su piastra, a volte sporca ma sempre buonissima?
No, se sei underground, per non dire squattrinato, fallo per me, fallo per noi. Non andarci.

Girovagai per Brooklyn Heigh quella sera. Vagai a lungo e trovai un altro posto a cui mi sarei legata, ma che poco meno di sei mesi dopo avrei trovato chiuso, dopo 34 anni di attività. Era la BookCourt. Piccola, pochi libri ma ben selezionati. Pavimento scricchiolante, odore di casa della nonna – che per qualche motivo è sempre meglio dell’odore di casa tua.
Dalla libreria ho comprato delle foto che sono andate perdute e mi auguro di ritrovarle un giorno, per caso.

Avevo ancora un piccolo problema di orientamento a Brooklyn, e continuavo a rimandare l’acquisto di una cartina del quartiere che in ogni caso non avrei saputo leggere. Feci su e giù per un paio d’ore in cerca di… qualunque cosa, fondamentalmente. Andavo in cerca di cose da vedere, da pensare, da elaborare, da gastemare… ottenute tutte queste cose me ne tornai a casa. Nella folle casa di Brooklyn, altro mondo fantastico.

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

La Scacchiera tagliata, la New York gratuita e bellissima, Briant park e altri gioielli

New York è costossissima. Ma contrariamente a quanto si pensa, c’è una parte che è gratuita ed è anche la più bella se esci un attimo dal mood tustista impazzito.
E io la sua bellezza l’ho camminata tutta, dalla Lower alla Upper, con pazienza e sempre in attesa, perché qualcosa arrivava sempre, ed era un regalo.
Questa è la storia di come ho imparato a camminare.

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Non che avessi intenzione di macinare tutti quei chilometri quel giorno. Io odiavo camminare. Volevo solo trovare un negozio. Doveva essere sulla Brodway, qualche metro più su di Union Square in direzione Uptown – poi in realtà era Downtown, ma questo non fa più alcuna differenza.

Dal Village in su le strade sono a scacchiera. Da nord a sud sono Street, da ovest a est sono Avenue. Facile. Anche Bari è a scacchiera e quindi non avevo dubbi sulla mia capacità di orientamento.
Solo non avevo preso in considerazione un particolare: la Brodway taglia la Secacchiera e io la camminavo tutta impettita e orgogliosa della mia capacità di andare dritto.
Così seguii le linee della strada, mantenendomi sempre sul marciapiede sinistro.

Passai per Medison Square Park, piccolo e accogliente, sempre affollato, guardai a lungo il Flatiron Building che poi è una cosa straordinaria e vederlo dal vivo compensa ogni foto meravigliosa fissata per giorni in attesa di incontrarlo. Ti puoi anche sedere a uno dei tavolini con ombrelloni celesti nella General Worh Square incuneata tra la Quinta e Brodway se davvero vuoi provare a capirci qualcosa, o contare le finestre o, ancora, organizzare la tua vita lì dentro, che poi al sole è tutto più facile. E se tutte queste cose te le chiedi e le immagini a lungo, puoi anche prendere un caffè o fare un giro al mercato gastronomico di cui fanno parte alcuni dei migliori ristoranti della città e di cui parlerò più avanti, perché merita.

E proprio nell’attimo in cui dicevo a me stessa che erano le due del pomeriggio e non avevo sbagliato una cosa sola, alzai lo sguardo: Fifth Avenue.
No. Ti. Prego.

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Girai su me stessa circa tre volte per accertarmi che sul serio non fossi più sulla Brodway. No, allora, avevo superato il Museum of Sex ed ero all’angolo con l’Empire… entrambi non si trovano sulla Brodway, ci sei?
E mi arrovellai un sacco di tempo su questa faccenda – l’errore risaliva proprio al Flatiron Building. Non mi mossi a lungo dall’angolo della strada, finché non mi venne a prelevare la mia grande amica Rassegnazione.

Non che ci fosse molto altro da fare, ma ero in ballo. Partita dalla 14th strada ero ormai alla 33rd, già che c’ero potevo andare avanti e il negozio era dimenticato.

Compii un’impresa pazzesca quel giorno: avevo sempre odiato camminare, ma la città mi chiedeva di farlo. Camminare era anche l’unica cosa che mi potesse dare: non ero ricca (non lo sono), non ero glam (non sono glam) e mi nutrivo dai mercati ortofrutticoli del caso (vedi post su Union Square).

Quel giorno New York mi mostrò Bryant park.

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Bryant park è sulla 42nd strada tra la Fifth e la Sixth Ave, sulla linea F, ma anche sulla 7, B, D e M. Le prime sensazioni furono strane, non chiare. Lo trovai surreale, una stanza chiusa tra i grattacieli e il cielo. Tutto sembrava sospeso: la gente, il tempo. Si tratta di un piccolo quadrato su cui si affaccia la meravigliosa Public Library, al centro un prato attorno cui si sviluppano altri quadrati, uno dentro l’altro, tempestato di sedie e tavolini in ferro, verdi.
Non so se fu il mio cervello ad andare in standby, oppure se davvero ci fosse così tanto silenzio come ricordo. Ma so di aver pensato che stesse per succedere qualcosa perché la gente continuava a guardare in alto e non parlava – non tutti naturalmente, ma molti di loro sì. Ad un certo punto ci fu un boato di voci e applausi. Il tempo di alzare la testa dal mio libro e me lo ero perso. Chissà che cos’era.
(E plauso speciale alle signore dei bagni pubblici del parco. Mai bagno fu piu pulito o profumato.)

Raggiunsi Central Park dalla Quinta strada e lo vidi per la prima volta dall’ingresso della 57th. Ero parecchio stanca e né mi addentrai né riuscii a goderne tanto. Non avevo ancora tanto tempo, il sole stava per tramontare dietro i grattacieli e cominciava a far freddo.

E proprio mentre stavo per accomodarmi e mettere a riposo le mie gambe provate dalla lunga camminata, vidi un ragazzo che correva nella mia direzione, e quando mi guardai alle spalle sperando che non si stesse rivolgendo a me, non trovai nessuno.
Stava proprio parlando con me.

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Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse così entusiasta della vita e delle cose in generale come lo era lui. Era di una dolcezza commovente, ed era una persona molto delicata. Solo per questo lo assecondai e gli scattai quella ventina di foto, attenta a prenderlo nel momento che lui preferiva, nello specifico durante un salto o una corsa o mentre guardava il lago.

Finite le foto raggiunsi Briant park e da lì presi la M che mi avrebbe portata a casa, al caldo nel mio loculo angusto, stretto, senza finestra. Eppure adoravo anche quello.
Sempre che il Mostro non fosse in funzione.